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Cronistoria

Storia in sintesi: dalle origini ai giorni nostri

L’aereo plana, mentre all’orizzonte il tramonto sciorina nastri viola, arancione, dorati: una fantasmagoria di colori su uno sfondo d’argento. Ed eccoci giunti in Leningrado, straordinaria città, veramente una delle più belle del mondo.

Sorge nell’insenatura più profonda del Mar Baltico, sul sessantesimo parallelo, lo stesso della Groenlandia e dell’Alaska, è quindi città nordica per eccellenza, ma non ci appare grigia, ha voluto regalmente donarci uno degli ottanta giorni di sole di cui gode annualmente, così sembra una metropoli mediterranea finita lassù per errore col suo cielo azzurro sgombro di nubi (e l’indomani, quando ci apparirà soffusa di un delicato trasparente color grigio ci sembrerà anche più suggestiva, tenera, Intima, quasi un po’ veneziana) .

È qui che Cjaikovskij, Rimskij Korsakov e Musorgskij composero le loro stupende musiche, è qui che Puskin visse e poetò, dove Turgenev e Dostoevskij scrissero i loro romanzi. E nel teatro Marynskij , ora Kirov, danzò la divina Pavlova.

Coi suoi 605 kmq di superficie, i cinque milioni di abitanti è la seconda città della Russia, seconda soltanto a Mosca, ma paragonare Mosca a Leningrado è come raffrontare una contadina a una principessa. Leningrado è raffinata, elegante: grandiosi boulevard, parchi lussureggianti, immense piazze, imponenti palazzi d’un abbagliante color turchese e avorio, cupole e guglie dorate, distese di fiori policromi, stormire di argentee betulle.

Ma andiamo in ordine:

Questa città di incomparabile bellezza, che dista 650 km da Mosca è sorta dal nulla, o meglio è scaturita dal mare per volere di Pietro I il Grande. È costruita sul delta del Neva e su un centinaio di isole unite tra loro da almeno 600 ponti che s’inarcano sul maggior fiume e sugli altri 65 fiumi e canali che la intersecano.

La zona dove sorse aveva sempre fatto gola alla Svezia, la maggior potenza baltica, molte volte aveva tentato di impadronirsene, riuscendoci nel 1617.

Quando però salì al trono del principato di Moscovia Pietro I, egli mosse contro gli invasori, ben deciso a scacciarli.

Ancora nel corso della guerra, per stare con piede fermo presso il mare, Pietro decise di costruire una fortezza. Il 16 maggio 1703 salve di cannone salutarono la posa della prima pietra della fortezza Pietro e Paolo sull’isola Zajacij, nel punto più ampio della foce del Neva.

Un anno dopo la costruzione della fortezza sorse sul lato opposto del fiume il cantiere navale dell’Ammiragliato, una sfida alla potenza svedese, che infatti venne definitivamente abbattuta nel 1721.

Nacque così, dapprima con costruzioni semplicissime, la città che avrebbe preso il nome di Sank Peterburg e che ben presto, su progetti di architetti russi e stranieri e col lavoro di contadini, servi della gleba, artigiani, soldati... si sarebbe abbellita di splendidi palazzi, ponti, canali, cattedrali...

Pietro I era di gusti semplici e di modi rudi, ma volle a Pietroburgo, dove aveva trasportato la sua capitale, una sontuosa reggia invernale e non lontano, a Petrodvoretz, una favolosa residenza estiva sul modello di Versailles. Tra gli architetti, artefici di mirabili palazzi, si era fatto particolarmente notare un italiano, Bartolomeo Francesco Rastrelli, figlio di un noto scultore fiorentino.

Quando Pietro I il Grande  morì di polmonite per aver salvato due pescatori in procinto di annegare nel Neva, la città contava 70 mila abitanti e non aveva niente da invidiare alle altre capitali europee.

Sua figlia Elisabetta II affidò al Rastrelli il rifacimento del Palazzo d’Inverno, la costruzione del monastero Smol’nij, la ricostruzione di un’altra spettacolosa residenza a Carcoje Celo (oggi Puskin), e sorsero così quegli stupendi palazzi color turchese (il colore degli occhi di Elisabetta di cui Rastrelli era segretamente innamorato) che sono la smagliante suggestiva caratteristica della città. Per le sue opere, il Rastrelli resterà famoso per tutto il Settecento e verrà considerato il più autorevole architetto dell’impero, creatore di quel particolare stile che verrà appunto chiamato “stile Rastrelli”.

Morta Elisabetta, Caterina Il volle alla sua corte altri architetti, che al prestigio e alla raffinatezza unissero anche la grandezza: Antonio Rinaldi e Giacomo Quarenghi, essi pure italiani. E poi arrivò Carlo Rossi con le sue scenografiche piazze, e si disse allora che sul Neva erano rinverdite le glorie architettoniche della Grecia antica e della Roma classica.

Caterina Il, la Grande, regalò veramente a Pietroburgo un’epoca d’oro. Spetta a lei, tra l’altro, il merito di aver raccolto all’Ermitage migliaia di capolavori di tutto il mondo.

Dopo la guerra vittoriosa contro Napoleone, Pietroburgo, fulcro della potenza marinara dell’impero, contava mezzo milione di abitanti.

L’espansione economica però, come in tutti gli stati d’Europa, portò anche qui turbamenti sociali per le tristi condizioni degli operai dei cantieri navali, delle filande e dei servi della gleba. Una prima insurrezione contro l’aristocrazia zarista si ebbe nel 1825 da parte di nobili ufficiali che passarono alla storia col nome di Decabristi, dal nome del mese in cui la rivolta era avvenuta (Dicembre = Decabr). Più tardi, nel 1893, gli operai conobbero il giovane rivoluzionario Vladimir Uljanov Ilic (che prenderà il nome di battaglia di Nicolaj Lenin), e due anni dopo scoppiò la prima vera rivoluzione. Gli operai e le operaie si adunarono davanti al Palazzo d’Inverno portando icone e ritratti dello zar per chiedere migliori condizioni di lavoro e di vita, ma furono accolti dal fuoco delle truppe zariste. Alle armi risposero con le armi e proclamando uno sciopero di massa.

Nel 1914 ebbe inizio la prima guerra mondiale; Pietroburgo cambiò nome, sostituì alla parola tedesca “burg” il vocabolo russo “grad”. Nel ‘17 nuova ondata di scioperi, gli studenti si unirono agli operai, l’esercito si ammutinò. Lo zar fu costretto ad abdicare, ma il governo provvisorio Kerenskij non fu in grado di garantire al popolo lavoratore pace e libertà. Lenin diresse allora una insurrezione armata, tutti i poteri passarono ai Soviet, ossia al Consiglio dei Commissari del popolo.

Ma le classi sconfitte non si rassegnarono, alcuni governi stranieri le appoggiarono, e fu la guerra civile: una ben dura prova per il giovane stato sovietico.

La capitale, a vittoria ottenuta, fu di nuovo trasportata a Mosca e quando il 21 gennaio 1924, Lenin, capo del governo sovietico, morì, su proposta dei lavoratori, Pietrogrado venne ribattezzata Leningrado.

La città aveva già cominciato a fornire al paese trattori e navi da carico, turbine e generatori, diesel e locomotive, (prima venivano importati dall’estero) quando il 22 giugno 1941 la Germania di Hitler aggredì l’unione Sovietica. Ai primi di settembre un anello armato si chiuse attorno alla città ed ebbe inizio il più lungo assedio che la storia ricordi: furono 900 giorni di bombardamenti dalla terra e dal cielo, di privazioni inenarrabili, malattie, fame, freddo. Distrutti i magazzini di viveri, gli impianti dell’acquedotto, dell’energia elettrica, del riscaldamento, la gente - famiglie intere – moriva per la strada e non si faceva in tempo a seppellire i morti.

Nel gennaio ‘43 le armate sovietiche riuscirono a spezzare il cerchio e a creare un corridoio di una decina di chilometri, che fu chiamato “la strada della vita”. Ma soltanto nel gennaio ‘44 i tedeschi furono del tutto cacciati.

La poetessa Olga Berggolts, che aveva perduto tutto, casa, beni, marito, figli e che durante l’assedio, tenendosi in piedi con una fetta di pane confezionato coi più assurdi surrogati della farina e un bicchier d’acqua, aveva esortato, dai microfoni della radio, soldati e civili a resistere, scrisse: “Per la prima volta dopo due anni e mezzo abbiamo visto la nostra città di sera, piena di luci. illuminata fin nell’ultima crepa delle sue mura, tutta bucata dai proiettili, la nostra ferita, coraggiosa, magnifica Leningrado”.

Durante l’assedio erano andati distrutti 840 stabilimenti, 8 centrali elettriche: il 33% delle case di abitazioni, monumenti e palazzi. Impossibile calcolare il numero delle vittime, al processo di Norimberga si parlò di 632 mila vittime, ma furono certamente di più.

Occorsero decenni di fervido appassionato lavoro perché la città ritornasse quella che era. Ma ora il Palazzo d’Inverno con l’Ermitage, la cattedrale di S. Isacco, la residenza di Petrodvoretz, lo Smol’nij, il palazzo di Caterina a Puökin, il monastero e la prospettiva Nevskij con le sue piazze e le sue cattedrali hanno ritrovato l’antico splendore.

Nessuna traccia più delle dolorose ferite. Pietroburgo bianca e azzurra si offre di nuovo, regale e ospitale, alla nostra ammirazione.

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