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La prospettiva Nevsky

Tratto da "i racconti di pietroburgo" di Gogol, Nikolaj Vasilevič

Prospettiva Nevsky
Prospettiva Nevsky

Non c'è niente di meglio della Prospettiva Nevsky, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto. Di che cosa non brilla questa strada, meraviglia della nostra capitale! So con certezza che non uno dei suoi pallidi e impiegatizi abitanti cambierebbe la Prospettiva Nevsky con tutti i beni della terra. Non solamente chi ha venticinque anni d'età, magnifici baffi e un soprabito dal taglio perfetto, ma anche chi si vede già spuntare sul mento i peli bianchi e ha la testa liscia come un piatto d'argento, va in estasi davanti alla Prospettiva Nevsky. E le signore! Oh, per le signore la Prospettiva Nevsky è qualcosa di ancora più piacevole. E per chi del resto non è piacevole? Non appena imbocchi la Prospettiva Nevsky, non senti altro che odore di passeggio. Anche se hai un affare importante e improrogabile da sbrigare, ecco che, dopo aver messo piede qui, te ne dimentichi subito. Questo è l'unico luogo dove la gente non si fa vedere perchè spinta dal bisogno e dall'interesse che coinvolgono l'intera Pietroburgo. Sembra che le persone incontrate sulla Prospettiva Nevsky siano meno egoiste che non sulla Morskàja, sulla Gorochòvaja, sulla Litèjnaja, sulla Mešèànskaja e nelle altre vie, dove l'avidità, il profitto e il bisogno si manifestano sia in quelli che camminano, sia in quelli che volano in carrozze e calessini. La Prospettiva Nevsky è il punto universale di confluenza di Pietroburgo. Qui l'abitante del rione Peterbùrgskij o del rione Vybòrgskoj, che da vari anni non è più stato a trovare il suo amico a Peski o alla Barriera di Mosca, può star certo che lo incontrerà senza fallo. Nessun elenco di indirizzi e nessun ufficio informazioni procureranno mai notizie così sicure come la Prospettiva Nevsky. Onnipotente Prospettiva Nevsky! Unica distrazione del poveraccio a passeggio per Pietroburgo! Come sono spazzati con cura i suoi marciapiedi e, Dio mio quanti piedi vi hanno lasciato le loro orme! Il rozzo sudicio stivale del soldato in congedo, sotto il cui peso sembra debba incrinarsi persino il granito; la minuscola scarpetta, leggera come fumo, della giovane dama che volge il viso verso le vetrine scintillanti di un negozio, come il girasole verso l'astro; e la sciabola tintinnante dell'alfiere pieno di speranze che vi lascia un graffio, tutto fonde sulla Prospettiva Nevsky il potere della forza e il potere della debolezza. Quale veloce fantasmagoria si svolge qui nel corso d'una giornata! Quanti mutamenti in sole ventiquattr'ore! Cominceremo dal primissimo mattino, quando tutta Pietroburgo odora di panini ancor caldi, appena sfornati, ed è invasa da vecchie in abiti e pellicciotti laceri che compiono le loro incursioni nelle chiese e contro i passanti pietosi. Allora la Prospettiva Nevsky è vuota: i solidi proprietari dei negozi e i loro commessi dormono ancora nelle loro camicie di tela d'Olanda oppure insaponano le loro nobili guance e bevono il caffè; i mendicanti si radunano davanti alle porte delle pasticcerie, dove un garzone sonnolento, che il giorno prima svolazzava come una mosca servendo la cioccolata, adesso esce furtivo, senza cravatta, con una scopa in mano, e butta loro dei pasticcini raffermi e altri avanzi di cibo. Per le vie si trascina gente povera; talvolta passano anche dei contadini russi che s'affrettano al lavoro con stivali così inzaccherati di fango che nemmeno il Canale Ekaterìnskij, pur celebre per la sua pulizia, riuscirebbe a lavare. A quest'ora di solito non sta bene che le signore escano di casa, perchè il popolo russo ama esprimersi con termini così violenti che di certo non si odono nemmeno a teatro. Ogni tanto, se la Prospettiva Nevsky si trova sul suo tragitto alla volta dell'ufficio ministeriale, si vedrà passare un funzionario sonnacchioso con la borsa sotto il braccio. Si può dire senz'altro che a quest'ora, ossia fino alle dodici, la Prospettiva Nevsky per nessuno rappresenta uno scopo ma serve soltanto come mezzo: a poco a poco essa si riempie di persone che hanno le loro occupazioni, le loro preoccupazioni, i loro fastidi, ma non pensano per nulla alla strada. Il contadino russo parla di grivnje, ovvero di monete di rame da sette centesimi; vecchi e vecchie agitano le braccia o parlano da soli, talvolta con gesti abbastanza bizzarri, ma nessuno li ascolta e neppure ride, esclusi forse i ragazzini in camiciotti variopinti che corrono come saette per la Prospettiva Nevsky con bottiglie vuote o stivali da consegnare. A quest'ora, qualunque cosa vi mettiate indosso, abbiate pure in testa un berretto in luogo d'un cappello, o sporga troppo il vostro colletto rispetto alla cravatta, nessuno lo noterebbe.
 Alle dodici sulla Prospettiva Nevsky arrivano gli istitutori di tutte le nazionalità con i loro pupilli dai colletti di batista. I Jones inglesi e i Coques francesi vanno a braccetto con i discepoli affidati alla loro paterna tutela e, con rispettabile gravità, spiegano che le insegne sopra i negozi sono fatte allo scopo di sapere che cosa si trova nei negozi stessi. Le governanti, pallide miss e rosee slave, camminano maestose dietro le loro sottili e irrequiete fanciulle alle quali ordinano di tirar giù una spalla o di tenersi più dritte; insomma, a quest'ora la Prospettiva Nevsky è una Prospettiva pedagogica. Ma, quanto più ci si avvicina alle due, tanto più diminuisce il numero degli istitutori, dei pedagoghi e dei bambini, finchè ad essi subentrano i loro cari genitori che camminano sottobraccio alle loro variopinte, multicolori e isteriche consorti. A poco a poco si uniscono alla compagnia tutti quelli che hanno terminato le loro importanti occupazioni domestiche, e cioè hanno chiacchierato con il dottore a proposito del tempo e di un piccolo foruncolo comparso sul naso, si sono informati della salute dei cavalli e dei figli che peraltro rivelano grandi doti, hanno letto un affisso e un importante articolo sul giornale a proposito di chi arriva o di chi parte, e, infine, hanno bevuto una tazza di caffè o di tè; ad essi si aggiungono anche quelli cui una sorte invidiabile ha dato il titolo di funzionari con incarichi speciali. Vengono poi quelli che prestano servizio al Ministero degli Esteri e si distinguono per la nobiltà delle loro occupazioni e abitudini. Dio, quali magnifici impieghi e incarichi esistono! Come elevano e deliziano l'anima! Ma, ahimè! io non presto servizio al Ministero degli Esteri e sono quindi privato del piacere di vedere il fine tratto dei superiori nei miei confronti. Tutto ciò che incontrate sulla Prospettiva Nevsky, tutto è pervaso di distinzione: uomini dai lunghi soprabiti con le mani sprofondate nelle tasche; signore in redingotes di raso, rosse, bianche e celeste chiaro, e cappellini. Qui incontrerete basettoni davvero unici, fatti scendere sotto la cravatta, con arte straordinaria e stupefacente, basettoni di velluto, di raso, neri come lo zibellino o come il carbone; e però, ahimè! appartenenti soltanto al Ministero degli Esteri. Agli impiegati degli altri ministeri la provvidenza ha negato i basettoni neri; con loro sommo disappunto essi debbono portarli fulvi. Qui incontrerete baffi meravigliosi, che nessuna penna, nessun pennello sanno raffigurare; baffi ai quali è stata dedicata la metà migliore della vita: oggetto di lunghe cure durante il giorno e durante la notte, baffi sui quali sono stati versati i profumi e gli aromi più sorprendenti e che tutte le più preziose e rare qualità di unguenti hanno impomatato, baffi che durante la notte vengono avvolti in fine carta velina, baffi a cui sono rivolte le più commoventi attenzioni dei loro possessori, e che i passanti invidiano. Ognuno sulla Prospettiva Nevsky è poi abbagliato dalle mille varietà di cappellini, di abiti, di fazzoletti variopinti e leggeri, ai quali le rispettive proprietarie restano a volte affezionate anche per due giorni. Sembra che un intero mare di farfalle si sia sollevato improvvisamente dai fiori e si libri come una nube scintillante sopra gli scarafaggi neri che sono gli uomini. Qui incontrerete vitini come neppure avete mai sognato: vitini esili, sottili, non più grossi d'un collo di bottiglia, vedendo i quali vi fate rispettosamente da parte perchè non si dia il caso di urtarli inavvertitamente con un gomito scortese; il vostro cuore è preso dalla timidezza e dal timore che magari anche soltanto un vostro incauto respiro possa infrangere queste incantevoli creazioni della natura e dell'arte. E quali maniche femminili incontrate sulla Prospettiva Nevsky! Ah, che incanto! Esse assomigliano un poco a due aerostati, tanto che la dama potrebbe d'improvviso sollevarsi in aria, se non la tenesse il suo cavaliere; giacchè sollevare in aria la dama è facile e piacevole come portare alle labbra una coppa di champagne. In nessun luogo come sulla Prospettiva Nevsky, incontrandosi, ci si saluta in modo così nobile e disinvolto. Qui troverete un sorriso unico, un sorriso all'apice dell'arte, che può farvi liquefare dal piacere, oppure, al contrario, farvi sentire a un tratto più in basso dell'erba, costringendovi a chinare il capo; oppure, ancora, trasportarvi più in alto della guglia dell'Ammiragliato e farvi sollevare la testa. Qui incontrerete gente che discorre d'un concerto o del tempo con eccezionale nobiltà e senso della propria dignità. Qui incontrerete migliaia di caratteri e di fenomeni incomprensibili. Creatore! In quali strani caratteri ci s'imbatte sulla Prospettiva Nevsky! C'è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi passate oltre, si volterà indietro per guardare le vostre falde. Ancor oggi non riesco a capire perchè accada questo. In un primo tempo pensavo che si trattasse di calzolai, eppure non era affatto così; per la maggior parte sono persone che prestano servizio in vari ministeri, molte di loro possono scrivere in maniera stupenda un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che si occupano d'andare a passeggio, di leggere i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio a modo. In quest'ora benedetta, dalle due alle tre del pomeriggio, quando la Prospettiva Nevsky può definirsi una capitale che deambula, ha luogo la principale esposizione di tutte le migliori opere dell'uomo. Uno mostra un elegante soprabito del miglior castoro; l'altro un magnifico naso greco; un terzo porta splendidi basettoni; una quarta ha un paio di occhi assassini e un mirabile cappellino; un quinto, un anello col talismano sull'elegante mignolo; una sesta, un'incantevole scarpetta; un settimo, una cravatta che eccita lo stupore; un ottavo, dei baffi che suscitano la tua grande ammirazione. Ma suonano le tre e l'esposizione finisce, la folla si dirada... Alle tre, un nuovo mutamento. Sulla Prospettiva Nevsky d'improvviso sorge la primavera: tutta la strada si ricopre di funzionari in uniformi verdi. Affamati consiglieri titolari, consiglieri di corte e d'ogni altro genere si sforzano con tutte le loro energie di accelerare il passo. I giovani registratori di collegio, i segretari provinciali e di collegio si affrettano ad approfittare del tempo che resta e a passeggiare per la Prospettiva Nevsky con sussiego, dando a divedere che non sono stati affatto per sei ore in ufficio. Ma i vecchi segretari di collegio, i consiglieri titolari e di corte camminano svelti: essi hanno altro da fare che dedicarsi alla contemplazione dei passanti, ancora non si sono pienamente distaccati dalle loro preoccupazioni; nelle loro teste c'è un guazzabuglio, c'è un intero archivio di pratiche cominciate e non terminate; invece di un'insegna per molto tempo essi vedono ancora una cartella piena di incartamenti o la faccia grassoccia del capufficio.
 Dopo le quattro, la Prospettiva Nevsky è vuota e difficilmente vi incontrerete anche un solo impiegato. Magari la sartina di un negozio attraversa la Prospettiva con uno scatolone fra le mani, qualche misero relitto di capufficio umanitario che va in giro per il mondo in cappotto di frisia, qualche stravagante di passaggio per il quale tutte le ore sono uguali, qualche lunga e allampanata inglese con il ridicule e un libro in mano, qualche artigiano, uomo russo in soprabito di mezzo cotone stretto dietro e la barbetta a punta, che vive una vita di stenti e nel quale tutto è in movimento: la schiena, le braccia, le gambe, la testa, mentre egli passa cerimoniosamente sul marciapiede; talvolta anche un lavoratore di fatica; sulla Prospettiva Nevsky non incontrerete nessun altro.
 Ma, non appena cade il crepuscolo sulle case e sulle strade, e la guardia, riparandosi sotto una stuoia, s'arrampica sulla scala ad accendere il lampione, e dalle basse vetrinette dei negozi occhieggiano quelle stampe che non ardiscono mostrarsi alla luce del giorno, allora la Prospettiva Nevsky di nuovo si rianima e si mette in movimento. Allora viene quel momento misterioso in cui le lampade danno ad ogni cosa una certa luce seducente, misteriosa. Incontrerete moltissimi giovani, per la maggior parte scapoli, in soprabiti pesanti e cappotti. A quest'ora si avverte un certo scopo nel passeggio o, meglio, qualcosa di simile a uno scopo. C'è un'aria straordinariamente spensierata, i passi di tutti accelerano e in genere si fanno assai irregolari. Lunghe ombre balenano sui muri e sul selciato e per poco non raggiungono con le loro teste il Ponte della Polizia. I giovani registratori di collegio, i segretari di provincia e di collegio, i consiglieri titolari e di corte stanno per lo più a casa, sia perché questa gente è ammogliata, sia perchè le cuoche tedesche che vivono nelle loro case fanno da mangiare molto bene. Qui incontrerete invece rispettabili vecchi che per due ore passeggiano lungo la Prospettiva Nevsky con un'aria di grande importanza e di straordinaria nobiltà. Li vedrete correre come giovani registratori di collegio allo scopo di sbirciare sotto il cappellino d'una signora adocchiata da lontano, le cui grosse labbra e le guance impiastricciate di belletti tanto piacciono a molti di quelli che vanno a passeggio, e più di tutto ai commessi di negozio, agli artigiani, ai mercanti che a passeggio ci vanno sempre in gruppo e solitamente a braccetto, con i soprabiti di taglio tedesco.
 «Fermati!» gridò in quel momento il tenente Pirogòv dando uno strattone al giovanotto in frac e mantello che camminava con lui. «L'hai vista?»
 «L'ho vista, è stupenda, proprio la Bianca del Perugino.»
 «Ma tu di chi stai parlando?»
 «Di lei, di quella con i capelli scuri. E che occhi! Dio, che occhi! Tutto il portamento, e i lineamenti, e l'ovale del viso... un portento!»
 «Io invece ti sto parlando della bionda che è passata dietro di lei, da quella parte. Ma perchè non segui la bruna, se ti è piaciuta tanto?»
 «Oh, com'è possibile!» esclamò il giovane in frac, diventando rosso. «Come se fosse una di quelle che battono di sera la Prospettiva; questa dev'essere una signora altolocata,» continuò con un sospiro, «soltanto, il mantello che ha indosso costa ottanta rubli
 «Ingenuo!» gridò Pirogòv, spingendolo dalla parte dove sventolava il mantello vivace della signora, «sbrigati, sciocco, altrimenti ti scappa! Io intanto seguo la bionda!»
 I due amici si separarono.
 «Vi conosciamo bene, noi,» pensava fra sè Pirogòv con un sorriso presuntuoso e soddisfatto, convinto che non ci fosse bellezza che potesse resistergli.
 Il giovane in frac e mantello si avviò con passo timido e trepidante nella direzione in cui sventolava lontano il mantello variopinto, che ora mandava riflessi brillanti, quando si avvicinava alla luce d'un lampione, ora di colpo si ricopriva di tenebra quando si allontanava. Il cuore gli batteva e senza volerlo accelerò il passo. Non osava nemmeno pensare di poter ottenere un qualche diritto all'attenzione della bella donna che svolazzava lontano e tanto più d'ammettere un pensiero così nero come quello cui gli aveva accennato il tenente Pirogòv; ma voleva soltanto vedere la casa, osservare dove abitava quella deliziosa creatura che pareva esser caduta direttamente dal cielo sulla Prospettiva Nevsky e sicuramente sarebbe poi volata chissà dove. Anche lui andava così rapido che di continuo sospingeva giù dal marciapiede gravi signori coi basettoni bigi. Questo giovanotto faceva parte d'una categoria che da noi costituisce un fenomeno alquanto strano e non appartiene alla cittadinanza di Pietroburgo più di quanto una persona apparsaci in sogno appartenga al mondo reale. Questo ceto eccezionale è assai insolito in questa città dove tutti sono funzionari o mercanti o artigiani tedeschi. Era infatti un artista. Uno strano fenomeno, non è vero? Un artista pietroburghese! Un artista nella terra delle nevi, un artista nel paese dei Finni, dove tutto è umido, piatto, uguale, grigio, nebbioso. Questi artisti non assomigliano affatto agli artisti italiani, fieri e ardenti come l'Italia e il suo cielo; al contrario, si tratta per la maggior parte di gente buona e mite, timida, indolente, che ama in silenzio la propria arte, che beve il tè con un paio di amici in una piccola stanza, che discute con modestia dell'oggetto amato e disprezza in modo assoluto il superfluo. Eternamente invita in casa qualche vecchia mendicante e la obbliga a star seduta per sei ore buone al fine di trasferire sulla tela la sua misera e insensibile faccia. Disegna la prospettiva della propria stanza, dove si trova ogni genere di cianfrusaglia artistica: mani e piedi di gesso divenuti color del caffè per il tempo e la polvere, cavalletti spezzati, una tavolozza rovesciata, un amico che suona la chitarra, pareti sporche di colori, la finestra spalancata oltre la quale si scorgono la pallida Neva e poveri pescatori con le camicie rosse. In quasi tutto ciò che fanno domina un torbido colore grigio: impronta incancellabile del settentrione. Con tutto ciò, essi si dedicano con vera gioia al loro lavoro. Non di rado coltivano in sè un autentico talento e se soltanto soffiasse su di essi l'aria fresca d'Italia, essi si svilupperebbero in modo libero, ampio e luminoso come una pianta che da una camera viene finalmente esposta all'aria aperta. In genere sono molto timidi; una decorazione o una spallina dorata li mettono in un tale smarrimento che senza volerlo abbassano il prezzo delle loro opere. Talvolta amano far sfoggio d'eleganza, ma su di loro quest'eleganza sembra sempre troppo vistosa e dà un po' l'impressione di un rattoppo. A volte li vedete con un ottimo frac e un mantello sudicio, con un costoso panciotto di velluto e una finanziera sporca di colori. Nella stessa maniera in cui su un loro paesaggio non finito certe volte scorgete una ninfa disegnata con la testa in giù, perchè, non trovando altro luogo, l'artista l'ha abbozzata sullo sfondo sporco di un'opera precedente che un tempo aveva pur dipinto con soddisfazione. Non vi guardano mai dritto negli occhi; e se vi guardano, lo fanno in modo vago, indeterminato; non vi trafiggono con lo sguardo d'avvoltoio dell'osservatore o con lo sguardo di falco di un ufficiale di cavalleria. Questo avviene perchè loro vedono nel medesimo tempo i lineamenti vostri e i lineamenti di qualche Ercole di gesso che sta nella loro stanza; oppure perchè appare loro un quadro, che per il momento soltanto pensano di realizzare. Per questo rispondono sovente in modo sconnesso, a volte a sproposito, e gli oggetti che si confondono nella loro testa aumentano ancor più la loro timidezza. A questa stirpe apparteneva il giovane da noi descritto, l'artista Pìskarev, contegnoso, timido, ma che portava nella sua anima faville di sentimento, pronte a trasformarsi in fiamma alla prima occasione favorevole.
 Con segreta trepidazione egli si affrettava dietro l'oggetto che l'aveva tanto fortemente colpito, e pareva stupirsi lui stesso della propria temerarietà. L'ignota creatura verso la quale erano così attratti i suoi sguardi, pensieri e sentimenti, a un tratto voltò la testa e lo guardò. Dio, che divini lineamenti! La deliziosa fronte d'abbagliante candore era ombreggiata da capelli stupendi come l'agata. Essi s'avvolgevano in riccioli meravigliosi, e una parte, cadendo di sotto al cappellino, sfiorava una guancia soffusa d'un tenue rossore causato dalla frescura serale. Le labbra erano suggellate da un intero sciame di deliziosi sogni. Tutto ciò che resta dei ricordi dell'infanzia, tutto ciò che produce la fantasticheria e la quieta ispirazione davanti al lume della lampada, tutto ciò sembrava essersi concentrato, fuso e riflesso nelle sue armoniose labbra. Ella guardò Pìskarev e a questo sguardo il cuore di lui tremò; l'aveva guardato con severità, sul suo viso trasparì un sentimento d'indignazione per un inseguimento così sfrontato; ma su quel viso meraviglioso persino l'ira era affascinante. Colto da vergogna e da timidezza, egli si fermò ad occhi bassi; ma come perdere quella divinità e non conoscere neppure il sacrario dove ella s'era abbassata ad alloggiare? Questi pensieri passarono per il capo del giovane sognatore ed egli decise di continuare l'inseguimento. Ma, per non farsi scoprire, lasciò una certa distanza; si mise a guardare distrattamente di qua e di là e ad osservare le insegne, senza tuttavia perdere di vista neanche un solo passo della sconosciuta. I passanti cominciarono a farsi più radi, la via diventava più tranquilla; la bella si guardò intorno ed egli ebbe l'impressione che un leggero sorriso brillasse sulle labbra di lei. Allora cominciò a tremare tutto: non credeva ai propri occhi. No, era quel lampione che con la sua ingannevole luce aveva disegnato sul volto di lei un simile sorriso; no, erano gli stessi suoi sogni che si facevano beffa di lui. Ma il respiro gli mancò, tutto dentro di lui si trasformò in un vago tremito, tutti i suoi sentimenti presero fuoco e tutto dinanzi a lui s'avvolse in una specie di nebbia. Il marciapiede correva sotto di lui, le carrozze con i cavalli galoppanti sembravano immobili, il ponte si allungava e si spezzava al culmine dell'arcata, la casa aveva il tetto in giù, la garitta gli crollava addosso e l'alabarda della sentinella sembrava scintillare proprio sulle ciglia dei suoi occhi insieme con le parole dorate dell'insegna e con le forbici che v'erano disegnate. E tutto questo l'aveva prodotto un solo sguardo, un solo movimento della graziosa testolina. Senza udire, senza vedere, senza percepire, egli correva sulle orme leggere dei meravigliosi piedini, sforzandosi di moderare la velocità del proprio passo che volava col ritmo del cuore. Neppure s'accorse che, a un tratto, dinanzi a lui era sorta una casa di quattro piani; che le quattro file di finestre, scintillanti di luci, lo guardavano tutte insieme, e la ringhiera presso l'ingresso lo respingeva con ferrea fermezza. A momenti lo assaliva il dubbio: l'espressione del viso di lei era davvero così benevola come sembrava? Allora si fermava per un istante, ma il battito del cuore, la forza invincibile e l'ansia di tutti i suoi sensi lo spingevano avanti. Vide la sconosciuta correre su per la scala, voltarsi, portare un dito alle labbra e fargli segno di seguirla. Gli tremarono le ginocchia; i sensi, i pensieri bruciavano; un fulmine di gioia penetrò nel suo cuore con una fitta intollerabile. No, non era più un sogno! Dio, quanta felicità in un istante! Quanta meravigliosa vita in due minuti!
 Non stava sognando? Possibile che quella donna per la quale era pronto a dare tutta la vita pur di ottenerne uno sguardo e il cui pensiero gli procurava un'inesprimibile beatitudine non appena si avvicinava alla sua abitazione, possibile che adesso fosse così benevola e premurosa nei suoi confronti? Salì volando le scale. Non nutriva alcun pensiero terreno; non era scaldato dalla fiamma di una passione terrena, no, in quel momento era puro e immacolato come un vergine adolescente che ancora respira un'indistinta esigenza spirituale d'amore. E ciò che in un uomo corrotto avrebbe eccitato intenzioni sfrontate, proprio ciò, al contrario, santificava ancor più i suoi pensieri. Questa fiducia che gli dimostrava la debole magnifica creatura, questa fiducia gli imponeva l'obbligo d'un rigore cavalleresco, l'obbligo di eseguire come uno schiavo tutti i comandi di lei. Desiderava soltanto che questi comandi fossero i più ardui possibili, difficili da eseguire, per poter volare a superarli con la maggior tensione delle sue energie. Non dubitava che qualche evento segreto e insieme vitale avesse indotto la sconosciuta ad affidarsi a lui; che da lui, di certo, sarebbero stati sollecitati importanti servigi, e già avvertiva in sè la forza e la decisione a tutto.
 La scala s'avvolgeva e insieme con essa si avvolgevano i suoi veloci sogni. «State attento nel salire!» echeggiò come un'arpa la voce, e riempì tutte le sue vene di nuova trepidazione. Alla buia sommità del quarto piano la sconosciuta bussò a una porta: essa si aprì ed entrarono insieme. Una donna d'aspetto abbastanza piacevole li accolse con una candela in mano, ma guardò in modo così strano e sfrontato Pìskarev che senza volerlo egli abbassò gli occhi. Entrarono in una stanza. Ai suoi occhi apparvero tre figure femminili negli angoli. Una disponeva su un tavolo delle carte; un'altra era seduta al pianoforte e suonava con due dita qualcosa che rassomigliava miseramente a un'antica polonaise; la terza era seduta davanti a uno specchio e pettinava i suoi lunghi capelli senza che la sfiorasse il pensiero di interrompere la propria toilette all'ingresso dello sconosciuto. Su tutto regnava un inverosimile disordine, come si può trovare soltanto nella stanza d'uno scapolo indolente. I mobili, abbastanza belli, erano coperti di polvere; un ragno aveva intessuto la sua tela sul cornicione scolpito; attraverso la porta socchiusa che dava in un'altra stanza si vedeva luccicare uno stivale con lo sperone e rosseggiare il colletto di un'uniforme; una fragorosa voce maschile e una risata di donna risonavano senza alcun ritegno.
 Dio, dov'era capitato? Dapprima non volle crederci e cominciò a osservare più attentamente gli oggetti che riempivano la camera; ma le nude pareti e le finestre senza tendine non indicavano in alcun modo la presenza di un'ordinata padrona di casa; le facce sciupate di quelle misere creature, una delle quali stava seduta quasi sotto il suo naso e lo guardava con l'imperturbabilità con cui si guarda una macchia su un vestito altrui, tutto questo lo persuase che era capitato nel repugnante asilo dove ha dimora la triste dissolutezza generata da un'educazione sbagliata e dal terribile affollamento della capitale. L'asilo in cui l'uomo calpesta e deride in modo sacrilego tutto ciò che è puro e santo, che rende bella la vita; dove la donna, questa bellezza del mondo, questa corona della creazione, si trasforma in essere strano e ambiguo, e insieme con la purezza dell'anima, essa perde tutto ciò che è femminile, assimila in maniera repugnante i modi e le villanie dell'uomo e cessa ormai d'essere una debole creatura, così meravigliosa e così diversa da noi. Pìskarev la misurava dalla testa ai piedi con occhi stupiti come se non volesse convincersi che era lei quella che l'aveva stregato e fatto correre sulla Prospettiva Nevsky. Ma lei gli stava dinanzi bella come prima; i suoi capelli erano splendidi come prima; i suoi occhi apparivano celesti come prima. Lei era fresca, aveva solamente diciassette anni; si vedeva che quell'orribile corruzione l'aveva toccata da poco tempo, che ancora non era giunta a sfiorare le sue guance; esse erano fresche e lievemente soffuse da un delicato rossore. Era stupenda.
 Egli stava immobile, in piedi dinanzi a lei, ed era già pronto a dimenticare tutto, ingenuamente, così come aveva dimenticato prima. Ma la bella si stancò di quel lungo silenzio e sorrise in maniera allusiva, guardandolo dritto negli occhi. Era un sorriso strano, pieno di inerme impudenza, e tanto poco si addiceva al viso di lei quanto un'espressione devota alla grinta di un usuraio o un libro di conti a un poeta. Egli sussultò. Lei dischiuse le sue graziose labbra e si mise a dire qualcosa, ma tutto ciò che diceva era così stupido, così volgare... Come se con l'innocenza avesse perso anche l'intelligenza. Ma lui non volle udire più nulla. Fu straordinariamente ingenuo e ridicolo, come un bambino. Invece di approfittare di tanta benevolenza, invece di rallegrarsi d'un caso simile, come chiunque altro al suo posto avrebbe senza dubbio fatto, scappò via a gambe levate, come una capra selvatica, e si precipitò nella strada.
 La testa bassa e le braccia abbandonate, se ne stava seduto nella sua stanza, come un poveraccio che abbia trovato una perla inestimabile e subito gli sia ricaduta in mare.
 «Com'era bella, che divini lineamenti, e dove? In che posto!...»
 Ecco tutto ciò che riusciva a mormorare.
 In realtà, mai la compassione ci assale così fortemente come alla vista della bellezza contaminata dall'esiziale alito della corruzione. Fosse almeno la deformità a convivere con questa, ma la bellezza, la tenera bellezza... nei nostri pensieri si fonde solamente con l'innocenza e con la purezza. La bella che aveva così stregato il povero Pìskarev era effettivamente un fenomeno stupendo, eccezionale. La sua presenza in quell'ambiente spregevole sembrava ancor più straordinaria. Tutti i suoi lineamenti erano così finemente modellati, tutta l'espressione del suo meraviglioso viso era improntata a tale nobiltà che era impossibile pensare che la corruzione avesse allungato sopra di lei i suoi terribili artigli. Essa avrebbe potuto essere l'inestimabile perla, tutto l'universo, tutto il paradiso, tutta la ricchezza d'un marito appassionato; avrebbe potuto essere la meravigliosa e tranquilla stella d'un poco appariscente circolo familiare, e con un solo movimento delle sue incantevoli labbra dare dolci disposizioni. Avrebbe potuto essere una divinità in una sala affollata, sul parquet luminoso, nello scintillio delle candele, fra la muta venerazione degli adoratori prostrati al suoi piedi; e invece, ahimè! per la mostruosa volontà d'uno spirito infernale avido di distruggere l'armonia della vita, con un ghigno era stata gettata nell'abisso.
 Pervaso da una straziante compassione, egli continuava a star seduto dinanzi alla candela che bruciava. Era già passata la mezzanotte; la campana della torre battè la mezz'ora ed egli sedeva immobile, senza dormire, vegliando senza scopo. La sonnolenza, approfittando della sua immobilità, cominciava pian piano a vincerlo, la stanza cominciava a scomparire, soltanto il lume della candela traspariva attraverso i sogni che lo sopraffacevano, quando a un tratto un colpo alla porta lo fece trasalire e ritornare in sè. La porta si aprì ed entrò un servitore che indossava una ricca livrea. Mai nella sua stanza solitaria s'era affacciata una ricca livrea e per di più a un'ora così insolita... Egli rimase perplesso guardando con impaziente curiosità il servitore.
 «Quella signora,» disse con un rispettoso inchino il servitore, «dalla quale vi siete degnato di recarvi alcune ore fa, ha ordinato di pregarvi d'andare da lei e ha mandato la carrozza a prendervi.»
 Pìskarev era in piedi, in preda allo stupore: la carrozza, il servitore in livrea... No, di sicuro lì c'era uno sbaglio...
 «Sentite, carissimo,» rispose con timidezza, «di certo non era qui che dovevate venire. Senza dubbio la signora vi ha mandato da qualcun altro, non da me.»
 «Nossignore, non mi sono sbagliato. Siete ben voi che vi siete degnato d'accompagnare a piedi la signora fino alla casa sulla Litejnaja, in una camera al quarto piano, no?»
 «Sì, io.»
 «Bene, allora favorite al più presto, la signora desidera assolutamente vedervi e vi prega di favorire a casa sua.»
 Pìskarev scese le scale di corsa. In cortile c'era appunto una carrozza. Egli vi salì.. gli sportelli sbatterono, le pietre del selciato rintronarono sotto le ruote e gli zoccoli, e la Prospettiva illuminata delle case con le insegne splendenti volò via dietro i finestrini della carrozza. Pìskarev riflettè per tutto il tragitto e non sapeva come spiegarsi quell'avventura. Una casa di proprietà, la carrozza, il servitore con la ricca livrea... non riusciva in alcun modo a metter d'accordo tutto questo con la camera al quarto piano, con le finestre polverose e il pianoforte scordato.
 La carrozza si fermò davanti a un ingresso lussuosamente illuminato e di colpo fu preso da sbigottimento per la fila di carrozze, il chiacchiericcio dei cocchieri, le finestre illuminate a giorno e le note d'una musica. Il servitore con la ricca livrea lo fece scendere dalla carrozza e l'accompagnò rispettosamente in un vestibolo con colonne di marmo, dove stava un portiere gallonato d'oro, e mantelli e pellicce sparsi qua e là, rischiarato da una lampada sfolgorante. Un'aerea scalinata con le balaustre scintillanti, odorosa di profumi, correva verso l'alto. Era già su di essa, stava già entrando nella prima sala, quando si spaventò e arretrò d'un passo per il terribile affollamento. L'eccezionale varietà dei visi lo gettò in un totale smarrimento; gli sembrava che qualche demone avesse ritagliato tutto il mondo in un'infinità di pezzi diversi e poi avesse rimescolato tutti quei pezzi senza senso, senza nesso. Scintillanti spalle femminili e neri frac, lampadari, lampade, aerei veli svolazzanti, eterei nastri e il pingue contrabbasso che si affacciava dietro la balaustra del coro stupendo, tutto per lui era splendore. Mai in una sola volta aveva visto tanti rispettabili vecchi e anziani con le decorazioni sul frac; signore che camminavano lievi, orgogliose e graziose sul parquet, oppure stavano sedute in fila; mai aveva udito tante parole francesi e inglesi; e per giunta i giovani in frac erano pieni di tanta nobiltà, parlavano o tacevano con tanta dignità, sembravano così incapaci di dire alcunchè di superfluo, scherzavano così austeramente, sorridevano così cortesemente, portavano basettoni così magnifici, sapevano così abilmente mostrare le belle mani aggiustandosi la cravatta, e le signore erano così eteree, così immerse in una beatitudine e in un'ebbrezza assolute, abbassavano gli occhi in modo così seducente, che... l'aspetto stesso, dimesso e trasognato di Pìskarev, che per il timore si era appoggiato a una colonna, mostrava che egli era completamente sperduto. In quel momento la folla attorniò un gruppo che ballava. Le fanciulle roteavano, avvolte in trasparenti creazioni di Parigi, in abiti tessuti d'aria; sfioravano con noncuranza il pavimento con i piedini splendenti ed erano così leggere che sembrava volassero. Ma una fra loro era certamente la più bella, quella vestita nella maniera più sontuosa e scintillante. Tutta la sua persona esprimeva un gusto perfetto, del quale ella pareva del tutto ignara. Ella guardava e non guardava la folla di spettatori che l'attorniava; le lunghe ciglia meravigliose si abbassavano con indifferenza e lo scintillante candore del suo volto colpiva in modo ancor più abbagliante lo sguardo quando, al chinarsi del capo, un'ombra leggera ricopriva l'affascinante fronte.
 Pìskarev fece ogni sforzo per aprirsi un varco nella gente e guardarla; ma, con suo sommo dispetto, una testa immensa con scuri capelli ricciuti gliela nascondeva; inoltre la folla lo stringeva così da vicino che egli non osava farsi avanti nè retrocedere, temendo in qualche modo di urtare un consigliere segreto. Ma ecco che riuscì alla fine a liberarsi, e diede un'occhiata al proprio vestito desiderando rimettersi in ordine. Celeste creatore, che era questo? Aveva indosso il soprabito, e per di più tutto imbrattato di colore: nella fretta di uscire s'era persino dimenticato di cambiarsi, di mettersi un abito decente. Diventò rosso fino alle orecchie e, chinata la testa, avrebbe voluto sprofondare, ma non c'era in verità luogo dove sprofondare: gentiluomini da camera in scintillante uniforme s'erano messi dietro di lui formando un muro compatto. Ora non desiderava altro che trovarsi il più lontano possibile dalla bella con quelle ciglia e la stupenda fronte. Con terrore alzò gli occhi per vedere se lei lo guardasse: Dio! Lei era proprio davanti a lui... Ma cos'era questo? cos'era questo? «È lei!» gridò quasi ad alta voce. In realtà era lei, la stessa che aveva incontrato sulla Prospettiva Nevsky e che aveva accompagnato fino a casa.
 Poi ella sollevò le ciglia e guardò tutti col suo limpido sguardo. «Ah, ah, ah, com'è bella!...» potè soltanto mormorare Pìskarev con il fiato mozzo. Lei abbracciò con gli occhi tutta la cerchia di gente che a gara bramava d'attrarre la sua attenzione, ma con una certa stanchezza e noncuranza tosto distolse lo sguardo e incontrò gli occhi di Pìskarev. Oh, che cielo! che paradiso! dammi le forze, Creatore, di sopportare tutto questo! La vita non è in grado di contenerlo, esso distruggerà e porterà via la mia anima! Ella infatti gli fece un segno, ma non con la mano, non con un cenno del capo; no, quel segno apparve nel suoi occhi fatali, e con un'espressione così sottile e impercettibile che nessuno potè vederlo, ma lui lo vide, lui lo capì. Il ballo durò a lungo; la musica, esausta, sembrava spegnersi e morire del tutto, ma poi di nuovo esplodeva, strideva e rimbombava; finalmente: fine! Ella sedette, il suo petto si sollevava sotto la fine nube del velo; la sua mano (Creatore, che mano stupenda!) cadde su un ginocchio, premette sotto di sè il delicato abito e l'abito sotto di essa parve spirare musica e il suo fine color lilla delineò in modo ancor più visibile il candore di quella meravigliosa mano. Toccarla e nulla più! Nessun altro desiderio, erano tutti troppo temerari... Egli stava in piedi vicino a lei, dietro la sedia, non osando parlare, non osando respirare.
 «Vi annoiate?» disse lei, «anch'io mi annoio. Vedo che voi mi odiate...» aggiunse, abbassando le sue lunghe ciglia.
 «Odiare voi! Io? Io...» avrebbe voluto dire Pìskarev, completamente smarrito, e di certo avrebbe detto un mucchio di parole sconclusionate, ma in quel momento si avvicinò un camerlengo con le sue osservazioni acute e piacevoli e un magnifico ciuffo ondulato In testa. In modo abbastanza gradevole egli metteva in mostra una fila di denti discretamente belli e con ognuna delle sue spiritosaggini piantava un aguzzo chiodo nel cuore di Pìskarev.
 Finalmente, per fortuna, uno dei presenti chiese qualcosa al camerlengo.
 «Com'è insopportabile tutto questo!» disse lei, sollevando su Pìskarev i suoi occhi celestiali. «Andrò a sedermi dall'altra parte della sala; siate là!»
 Scivolò via fra la folla e scomparve. Come un pazzo, egli si aprì un passaggio fra la folla e fu subito là.
 C'era anche lei, seduta come una regina, di tutte la migliore, di tutte la più bella, e lo cercava con gli occhi.
 «Siete qui,» disse piano. «Sarò sincera con voi: di certo vi sono sembrate strane le circostanze del nostro incontro. Ma come potete pensare che io appartenga a quella spregevole categoria di creature fra cui mi avete incontrato? Le mie azioni vi sembreranno strane, ma io vi svelerò il mistero: saprete,» aggiunse, puntando gli occhi attenti su di lui, «non tradirlo mai?»
 «Oh, saprò, saprò, saprò!...»
 Ma in quel momento si avvicinò un uomo piuttosto anziano, si mise a parlare con lei in una lingua incomprensibile per Pìskarev e le porse la mano. Ella guardò Pìskarev con occhi supplichevoli e gli fece segno di restare al suo posto e di attendere il suo ritorno; ma in preda all'impazienza, egli non era in grado di ascoltare alcun ordine fosse pure dalle labbra di lei. Si mosse per seguirla, ma la folla li separò. Ormai aveva perso di vista l'abito lilla; passava con inquietudine da una stanza all'altra e urtava senza misericordia tutti quelli che incontrava, ma in tutte le stanze c'erano sempre seduti degli alti papaveri che giocavano a whist, immersi in un silenzio di morte. In un angolo alcuni uomini anziani discutevano della superiorità della carriera militare rispetto a quella civile; in un altro angolo, uomini in magnifici frac lasciavano cadere osservazioni leggere sull'opera in molti volumi d'un poeta infaticabile. Pìskarev sentì che un uomo anziano dall'aspetto rispettabile lo afferrava per un bottone del frac e chiedeva il suo giudizio su un'osservazione assai giusta che aveva fatta, ma lui lo respinse con villania senza neppure far caso al fatto che quello aveva al collo un'onoreficenza importante. Scappò di corsa in un'altra stanza: ma lei non era neppure lì e neppure in una terza.
 «Dov'è? Datemela! Non posso vivere senza darle un'occhiata! Voglio sapere cosa intendeva dirmi.»
 Ma tutte le sue ricerche restavano vane. Inquieto, spossato, si addossò a un angolo e si mise a guardare la folla, ma i suoi occhi tesi per lo sforzo gli presentavano le cose in modo sempre più confuso. Finalmente cominciarono ad apparirgli nettamente le pareti della sua camera. Sollevò gli occhi: davanti a lui stava il candeliere con la fiamma ormai quasi spenta sul fondo; tutta la candela era consumata; il sego era colato sul tavolo.
 Dunque aveva dormito! Dio, che sogno! E che bisogno c'era di svegliarsi? Perchè non era durato anche un solo minuto di più? di certo lei sarebbe riapparsa! Una luce fastidiosa e sgradevole penetrava attraverso i vetri delle finestre. La stanza era in preda a un grigio torbido disordine... Com'è repugnante la realtà! Che cosa è in confronto al sogno? Si svestì in fretta e si mise a letto, avvolgendosi tutto nella coperta, nel desiderio di richiamare per un istante le visioni del sogno che erano volate via. E, infatti, il sogno non tardò a ritornare, ma non gli mostrò affatto ciò che egli voleva vedere: ora compariva il tenente Pìrogov con la pipa, ora il custode dell'Accademia, ora un consigliere di stato, ora la testa d'una finlandese alla quale un tempo aveva fatto il ritratto, e altre balordaggini del genere.
 Rimase a letto fino a mezzogiorno, sempre cercando di dormire, ma lei non comparve. Gli avesse almeno mostrato per un momento i suoi meravigliosi lineamenti, fatto sentire solo per un momento il fruscio del suo passo leggero, gli fosse almeno balenata dinanzi la sua mano nuda, candida come neve...
 Era seduto con un'aria affranta e disperata, pieno soltanto della visione del suo sogno, estraneo a tutto, dimentico di tutto. Non pensava di metter mano a nulla; i suoi occhi guardavano senz'alcun interesse, senza vita nella finestra che dava nel cortile, dove un sudicio acquaiolo versava dell'acqua che subito si gelava nell'aria, e risuonava la voce asinina di un venditore ambulante: «Abitivecchicomproo!» Ciò che era quotidiano, ciò che era della realtà colpiva stranamente il suo udito. Rimase così seduto fino a sera, quando si gettò con avidità sul letto. Combattè a lungo contro l'insonia, ma finalmente la vinse. Daccapo un sogno, un sogno volgare, abbietto. Dio, abbi misericordia: almeno per un momento, almeno per un solo istante mostramela!
 E poi attese di nuovo la sera, di nuovo si addormentò, di nuovo sognò un funzionario che era nello stesso tempo un funzionario e un fagotto; oh, cosa intollerabile! Finalmente, apparve lei! La sua testolina e i riccioli... lo guardava... oh, per quanto poco tempo! Di nuovo nebbia, di nuovo chissà quale sogno stupido.
 I sogni diventarono infine tutta la sua vita e da allora la sua esistenza prese uno strano andamento: si può dire che dormisse quand'era sveglio e vivesse quando dormiva. Se qualcuno lo avesse visto sedere in silenzio davanti al tavolo vuoto o camminare per strada, certamente l'avrebbe preso per un sonnambulo o per un uomo distrutto dall'eccessivo bere; il suo sguardo divenne del tutto privo d'espressione, la sua innata svagatezza prese alla fine il sopravvento e fugò imperiosamente dalla sua faccia ogni sentimento, ogni guizzo.
 Una simile condizione distrusse le sue energie, e il tormento più spaventoso fu per lui il fatto che, alla fine, il sonno cominciò ad abbandonarlo. Per salvare quella sua ultima ricchezza, egli impiegò ogni mezzo. Aveva sentito che c'è un sistema sicuro per dormire: basta prendere l'oppio. Ma dove trovare quest'oppio? Si ricordò d'un persiano che teneva un negozio di scialli e che ogni volta che l'incontrava lo pregava di dipingergli una bella donna. Decise di recarsi da lui, pensando che avesse dell'oppio. Il persiano lo ricevette seduto sul divano, con le gambe ripiegate sotto di sè.
 «A che ti serve l'oppio?» gli domandò.
 Pìskarev gli raccontò della sua insonnia.
 «Bene, io ti darò l'oppio, ma tu devi dipingere per me una bellissima donna. Che i sopraccigli siano neri e gli occhi grandi come olive; e anch'io voglio esserci, sdraiato accanto a lei, mentre fumo la pipa. Capito? Che sia bella! Che sia uno splendore!»
 Pìskarev promise tutto. Il persiano uscì per un momento e ritornò con una boccetta piena d'un liquido scuro, ne versò con cura una parte in un'altra boccetta e la diede a Pìskarev con l'ammonizione di non usarne più di sette gocce, nell'acqua. Egli afferrò la boccetta, che non avrebbe ceduto per un mucchio d'oro, e corse all'impazzata verso casa.
 Giunto a casa, versò alcune gocce in un bicchiere con dell'acqua e, inghiottitala, si buttò sul letto.
 Dio, quale felicità! Lei! di nuovo lei! Ma già sotto tutt'altro aspetto. Oh com'era incantevolmente seduta vicino alla finestra d'una luminosa casetta di campagna! Il suo abbigliamento aleggiava quella semplicità che solo la mente di un poeta può immaginare. L'acconciatura della sua testa... Creatore, com'era semplice quella pettinatura e come le stava bene! La corta treccia era gettata con leggerezza sul suo collo armonioso; tutto in lei era modesto, tutto in lei nasceva da un misterioso, inspiegabile senso del gusto. Com'era delizioso il suo grazioso portamento! Com'era musicale il fruscio dei suoi passi e dell'abito così semplice!
 Com'era bello il suo braccio cinto da un braccialetto di crine! Lei gli parla con le lacrime agli occhi: «Non disprezzatemi: non sono affatto quella che voi credete. Guardatemi, guardatemi con più attenzione e dite: sono forse capace di fare ciò che voi pensate? Oh, no! no! Chi osa pensare una cosa simile, costui...»
 Ma egli si destò! Commosso, dilaniato, con le lacrime agli occhi. «Meglio che tu non fossi mai esistita! Che tu non fossi venuta al mondo, che fossi soltanto la creazione di un artista ispirato! Io non mi allontanerei dalla tela, ti guarderei eternamente e ti bacerei. Vivrei e respirerei di te come d'un meraviglioso sogno, e sarei felice. Non avrei altro desiderio. Ti invocherei come l'angelo custode prima del sonno e della veglia, ti attenderei ogni volta che dovessi raffigurarmi ciò che è divino e santo. Mentre adesso... com'è spaventosa la vita! A che serve che lei viva? La vita d'un pazzo è forse piacevole per i suoi parenti e amici che un tempo gli hanno voluto bene? Dio, che cos'è la nostra vita! Un eterno conflitto del sogno con la realtà!» Pensieri del genere lo tenevano incessantemente occupato. Non pensava a null'altro, non mangiava quasi più e, con impazienza, con la passione d'un amante, attendeva la sera e la visione agognata. La tensione della mente verso un unico punto assunse infine un potere tale su tutta la sua vita e sulla sua immaginazione, che l'agognata immagine gli appariva quasi ogni giorno, sempre sotto un aspetto contrastante con la realtà, perchè i suoi pensieri erano puri come quelli d'un bambino. Attraverso quelle visioni anche l'oggetto in un certo senso si faceva ancor più puro e si trasfigurava del tutto.
 Le dosi d'oppio rendevano ancor più incandescenti i suoi pensieri e se c'era un uomo innamorato all'ultimo stadio della follia, in modo precipitoso, spaventoso, distruttivo, tempestoso, quest'infelice era lui.
 Di tutte le visioni di sogno una fu per lui più esaltante di tutte. Essa gli apparve nel suo studio: lui era così contento, sedeva con tanto piacere con la tavolozza fra le mani! E lei era lì. Era già sua moglie. Era seduta accanto a lui, il grazioso gomito appoggiato alla spalliera della sua sedia, e guardava il suo lavoro. Nei suoi occhi, languidi, stanchi, era scritto il peso della felicità: tutto nella stanza di lui respirava un'aria di paradiso; tutto era così luminoso, così in ordine. Dio! lei chinava sul suo petto la graziosa testolina... Non aveva mai fatto un sogno più bello. Da esso si svegliò in un certo senso più fresco e meno svagato di quanto fosse prima. Nella sua testa nascevano strani pensieri : forse, pensava, ella è stata trascinata nella corruzione da qualche terribile avvenimento di cui non ha colpa; forse la sua anima tende al pentimento; forse lei stessa vorrebbe strapparsi dalla sua spaventosa condizione. E come posso accettare con indifferenza che si perda, e, per giunta, quando basterebbe porgerle la mano per salvarla dall'annegare? I suoi pensieri andavano anche più in là.
 «Me, nessuno mi conosce,» diceva a se stesso, «e chi si interessa di me? nè io m'interesso degli altri. Se lei manifestasse un pentimento sincero e cambiasse vita, io la sposerei. Devo sposarla e di certo farei molto meglio di quelli che si sposano con le loro governanti e spesso addirittura con le persone più spregevoli. Il mio gesto sarebbe invece disinteressato e persino grande. Restituirei al mondo il suo più stupendo ornamento.»
 Concepito un piano così sconsiderato, sentì una vampa di rossore salirgli al viso; si avvicinò allo specchio e si spaventò delle proprie guance incavate e del pallore del volto. Cominciò con cura ad abbigliarsi; si lavò, si pettinò, indossò un frac nuovo, un elegante panciotto, si buttò addosso il mantello e uscì nella strada. Aspirò l'aria fresca e sentì una freschezza nel cuore, come un convalescente che abbia deciso di uscire per la prima volta dopo una lunga malattia. Il cuore gli batteva mentre si avvicinava alla via dove non aveva più messo piede dal tempo del fatale incontro.
 Cercò lungamente la casa: sembrava che la memoria l'avesse tradito. Percorse due volte la strada e non sapeva di fronte a quale casa fermarsi. Finalmente una gli parve familiare. Corse rapidamente per la scala, bussò alla porta: la porta si aprì e chi gli venne incontro? Il suo ideale, la sua immagine misteriosa, l'originale dei quadri che vedeva in sogno, la donna per la quale egli viveva, viveva così spaventosamente, tormentosamente, dolcemente. Lei in persona era lì dinanzi a lui. Si mise a tremare; poteva appena reggersi sulle gambe per la debolezza, assalito da un impeto di felicità. Ella stava lì dinanzi a lui, sempre così bella, benchè i suoi occhi fossero assonnati, benchè il pallore coprisse il suo viso, non più così fresco ormai; ma era lo stesso, era sempre meravigliosa.
 «Ah!» gridò, vedendo Pìskarev e soffregandosi gli occhi. Erano già le due. «Perchè quella volta siete scappato via?»
 Pìskarev s'era lasciato cadere senza forze su una sedia e la guardava.
 «Io mi sono svegliata appena adesso; mi hanno riportato qui alle sette di questa mattina. Ero completamente ubriaca,» aggiunse con un sorriso.
 Oh, meglio che tu fossi muta, priva del tutto di favella, piuttosto che dire simili cose! D'un tratto, con queste parole, gli aveva mostrato come in una lanterna magica tutta la sua vita. Comunque, malgrado ciò, facendo forza al suo cuore, egli decise di provare se le sue esortazioni avrebbero avuto effetto su di lei. Fattosi animo, con voce tremante e nello stesso tempo infiammata, cominciò a dipingerle la spaventosa condizione in cui ella si trovava. Lei lo ascoltava con aria attenta e con quell'espressione di stupore che sempre manifestiamo di fronte a qualcosa d'inatteso e di strano. Con un sorriso lanciò anche un'occhiata a una sua amica seduta in un angolo, che, smettendo di pulire un pettine, s'era messa ad ascoltare attenta quel nuovo predicatore.
 «È vero, io sono povero,» disse infine, dopo la sua lunga e istruttiva predica, Pìskarev, «ma ci metteremo d'impegno a migliorare la nostra vita. Non c'è nulla di più bello che essere debitori di tutto solamente a se stessi. Io lavorerò ai miei quadri; tu, seduta accanto a me, ispirerai le mie opere, ricamerai, oppure ti dedicherai a qualche lavoro di cucito, e non avremo bisogno di nulla.»
 «Com'è possibile!» l'interruppe lei con un'espressione di disprezzo. «Io non sono una lavandaia o una sartina, perchè debba mettermi a lavorare.» Dio! In quelle parole s'esprimeva tutta una vita abbietta, spregevole, una vita fatta di vuoto e di vanità, fedeli compagni della corruzione.
 «Sposate me!» disse pronta, con tono sfrontato, la sua amica nell'angolo, che sino allora era rimasta in silenzio. «Quando sarò maritata, me ne starò seduta così!» e, nel dir questo, la sua misera faccia assunse un'aria stolida che fece molto ridere la bella di Pìskarev.
 Oh! Questo poi era troppo! Sopportare questo era al di sopra delle sue forze. Egli si precipitò fuori senza più coscienza di sè, nè pensieri. Aveva la mente sconvolta: follemente, senza meta, senza vedere, senza udire, senza sentire nulla, vagabondò per tutto il giorno. Nessuno seppe mai se avesse pernottato in qualche posto oppure no; solo il giorno dopo, per uno sciocco istinto, tornò a casa sua, pallido, con un aspetto spaventoso, i capelli scarmigliati, i segni della follia sulla faccia. Si chiuse nella sua stanza e non fece entrare nessuno, non chiese di nessuno. Passarono quattro giorni e la sua stanza chiusa a chiave non si aprì nemmeno una volta; passò infine una settimana e la stanza era sempre chiusa a chiave. Accorse gente alla sua porta, si cominciò a chiamarlo, ma non vi fu nessuna risposta; finalmente la porta fu sfondata e fu trovato il suo corpo esanime con la gola tagliata. Sul pavimento c'era un rasoio insanguinato. Dalle braccia spasmodicamente aperte e dalla faccia terribilmente contratta si potè dedurre che la sua mano aveva vacillato e che egli aveva ancora lungamente sofferto prima che la sua anima peccatrice lasciasse il corpo.
 Così perì, vittima di una folle passione, il povero Pìskarev, quieto, timido, modesto, infantilmente ingenuo, che forse recava in sè la scintilla di un talento che con il tempo sarebbe divampato in modo ampio e fulgente. Nessuno pianse su di lui; vicino al suo corpo esanime non si vide nessuno, eccetto la solita figura del commissario del quartiere e la faccia indifferente del medico municipale. Portarono la sua bara a Ochtà, in silenzio, persino senza i riti della religione seguendola, piangeva soltanto il soldato di sorveglianza e anche lui perchè aveva bevuto un boccale di vodka di troppo. Nemmeno il tenente Pìrogov venne a vedere il cadavere dell'infelice al quale in vita aveva concesso la sua alta protezione. Del resto, egli aveva ben altro da fare: era preso da un avvenimento eccezionale. Volgiamoci pertanto a lui.
 A me non piacciono i cadaveri e i morti, e provo sempre un senso di fastidio quando un lungo corteo funebre attraversa la mia strada, e un soldato invalido, incappucciato, annusa del tabacco con la mano sinistra perchè la destra è occupata dalla fiaccola. Sento sempre una specie di disagio nell'anima alla vista d'un ricco catafalco e d'una bara di velluto; ma il mio dispetto si mescola alla tristezza quando vedo un vetturino da noleggio che porta la bara rossa d'un povero, priva d'ogni copertura, dietro la quale si trascina solamente una mendicante che non ha altro da fare e l'ha incontrata a un crocicchio.
 Abbiamo dunque lasciato il tenente Pìrogov nel momento in cui si separava dal povero Pìskarev per precipitarsi dietro la bionda. Questa bionda era una creatura leggerina, abbastanza interessante. Si fermava davanti a ogni negozio a osservare le cinture, i fazzoletti, gli orecchini, i guanti e le altre cosette esposte nelle vetrine, si rigirava di continuo, guardava da tutte le parti e si voltava indietro.
 «Sei mia, colombella!» si diceva convinto Pìrogov mentre continuava il suo inseguimento e nascondeva la faccia nel bavero del cappotto. È forse opportuno, tuttavia, informare i lettori su chi fosse il tenente Pìrogov.
 Prima di dire, però, chi fosse il tenente Pìrogov, dobbiamo forse raccontare qualcosa a proposito dell'ambiente a cui Pìrogov apparteneva. A Pietroburgo ci sono ufficiali che nella società costituiscono una specie di gruppo intermedio. Troverete sempre uno di loro a una serata, al pranzo di un consigliere di stato o di un consigliere effettivo che s'è meritato questo grado con quarant'anni di fatiche. Alcune figlie pallide, assolutamente incolori come lo è Pietroburgo, certune già troppo mature, un tavolino da tè, un pianoforte, balli casalinghi, tutto ciò è inseparabile dalla spallina luccicante che brilla sotto la lampada fra una biondina per bene e il nero frac del fratello o di un amico di casa. Queste ragazze dal sangue freddino sono terribilmente difficili da smuovere e far ridere; per far questo ci vuole o una grande arte o, meglio, non averne alcuna. Bisogna parlare in maniera che non sia nè troppo intelligente, nè troppo spiritosa, e che in tutto vi sia quel nonnulla che piace alle donne. In ciò bisogna render giustizia ai suddetti signori. Essi possiedono il particolare dono di farsi ascoltare e di far ridere queste incolori bellezze. Esclamazioni soffocate dal riso: «Ah, smettetela! Non vi vergognate di farmi ridere così!» sono sovente la loro migliore ricompensa. Nella classe più elevata essi capitano molto di rado o, per meglio dire, mai. Ne sono completamente respinti da coloro che in questa so cietà sono chiamati aristocratici. Per il resto, vengono considerati persone istruite ed educate. Amano discorrere di letteratura; lodano Bulgàrin, Pùškin e Greè, e parlano con disprezzo e con spiritose frecciate di A.A. Orlòv. Non si lasciano scappare una sola conferenza, fosse pure sulla computisteria o addirittura sull'economia forestale. A teatro, qualunque sia la rappresentazione, troverete sempre uno di loro, escluso forse soltanto il caso in cui si reciti qualche commedia con «Filatka», cosa che assai offenderebbe il loro gusto schizzinoso. A teatro vanno in continuazione; sono le persone più vantaggiose per le amministrazioni teatrali. Nelle commedie amano in particolar modo i buoni versi; e si divertono assai anche a chiamar fuori ad alta voce gli attori. Molti di loro, insegnando in istituti statali o preparando i giovani per questi istituti, alla fine riescono a farsi un calessino e un paio di cavalli. La loro cerchia allora si fa più ampia: finalmente giungono al punto di sposare la figlia d'un mercante che sa suonare il pianoforte, ha un centinaio di migliaia di rubli di dote in contanti e un mucchio di parenti barbuti. Non possono ottenere tuttavia questo onore prima d'aver prestato servizio almeno fino al grado di colonnello. Perchè le barbe russe, sebbene ancora puzzino alquanto di cavolo, non vogliono vedere le loro figlie se non sposate con dei generali o almeno dei colonnelli. Tali sono dunque le principali caratteristiche di questo tipo di giovani. Ma il tenente Pìrogov aveva una quantità di altri requisiti che appartenevano precipuamente a lui. Declamava magnificamente i versi del Dmìtrij Donskòj e di Che disgrazia l'ingegno; possedeva l'arte speciale di emettere dalla pipa il fumo in forma di anelli con tanta maestria da poterne infilare lì per lì una diecina uno nell'altro. Sapeva narrare molto piacevelmente la storiella della differenza che c'è fra il cannone e il rinoceronte. E difficile, insomma, enumerare tutti i pregi di cui la sorte aveva dotato Pìrogov. Gli piaceva parlare di un'attrice o di una ballerina, ma non sfacciatamente come fanno di solito su quest'argomento i giovani sottotenenti. Era molto soddisfatto del suo grado, al quale era stato promosso assai di recente, e, quantunque certe volte nello sdraiarsi su un divano, dicesse: «Oh, oh! Vanità, tutto è vanità! Che ne viene dal fatto che sia tenente?» questa dignità in segreto lo lusingava molto; nelle conversazioni cercava spesso di accennarvi di sfuggita, e, una volta che gli capitò per strada un certo scrivano che gli sembrò irrispettoso, immediatamente lo fermò e, con poche ma brusche parole, gli fece notare che aveva di fronte un tenente e non un qualsiasi altro ufficiale. E espose la cosa nel modo più eloquente in quanto gli stavano passando vicino due signore per nulla brutte. Pìrogov in genere aveva passione per ogni cosa bella e incoraggiava l'artista Pìskarev; ciò, è probabile, anche per il fatto che desiderava vedere la propria virile fisionomia rappresentata in un ritratto. Ma basta con le doti di Pìrogov. L'uomo è un essere così sorprendente che non si possono mai enumerare insieme tutte le sue qualità e, quanto più lo scruti, tanto più numerose sono le nuove peculiarità che appaiono, sicchè a descriverle non si finirebbe mai.
 Pìrogov, dunque, non desisteva dall'inseguire la sconosciuta, infastidendola di tanto in tanto con domande alle quali essa rispondeva in modo brusco, a scatti e con certi suoni indistinti. Attraverso la buia Porta di Kazàn' imboccarono la Via Mešèànskaja, via di botteghe di tabacco e di cosucce varie, di artigiani tedeschi e di ninfe finniche. La biondina si mise a correre più svelta e svolazzò dentro il portone d'una casa abbastanza sudicia. Pìrogov, dietro di lei. Essa corse su per la stretta e buia scala ed entrò in una porta nella quale pure Pìrogov s'intrufolò arditamente. Si vide allora in una grande stanza con le pareti nere e il soffitto affumicato. Sul tavolo c'era un mucchio di viti di ferro, di attrezzi da fabbro, di caffettiere e di candelieri luccicanti; il pavimento era sporco di limatura di rame e di ferro. Pìrogov intuì subito che si trattava dell'alloggio d'un artigiano, La sconosciuta svolazzò oltre, in una porta laterale. Per un momento egli pensò cosa dovesse fare, ma, seguendo la regola russa, si decise ad andare avanti. Entrò allora in una stanza che non assomigliava affatto alla prima: era rassettata con molta cura, così da mostrare che il padrone era un tedesco. E qui rimase sbigottito da una scena strana, del tutto insolita.
 Davanti a lui stava seduto Schiller, non lo Schiller che ha scritto il Guglielmo Tell e la Storia della guerra dei trent'anni, ma il famoso Schiller maestro lattoniere della Via Mešèànskaja. Accanto a Schiller stava in piedi Hoffman, non lo scrittore Hoffman, ma il calzolaio piuttosto bravo della Via Ofièèrskaja, grande amico di Schiller. Schiller era ubriaco e stava seduto sulla sedia battendo un piede e parlando animatamente. Tutto questo non avrebbe ancora stupito Pìrogov; a stupirlo fu la posizione eccezionalmente strana delle due figure. Schiller era seduto con la testa rivolta in su in modo da protendere il suo naso piuttosto grosso; Hoffman lo teneva per quel naso con due dita, e su di esso roteava la lama del suo trincetto da calzolaio. Entrambi gli individui parlavano in idioma tedesco e perciò il tenente Pìrogov, che in tedesco sapeva dire solamente Gut Morgen, non riusciva a capire nulla di tutta quella storia. Le parole di Schiller, d'altronde, eran di questo tenore:
 «Io non lo voglio, non ho bisogno del naso 'io!'» diceva agitando le braccia... «Solamente per il naso mi vanno tre libbre di tabacco al mese. E in uno schifoso negozio russo pago, perchè un negozio tedesco non tiene il tabacco russo, in uno schifoso negozio russo pago quaranta copechi la libbra; questo fa un rublo e venti copechi e poi fa quattordici rubli e quaranta copechi. Capisci, amico mio Hoffman?' Solamente per il naso quattordici rubli e quaranta copechi. E nei giorni di festa fiuto del râpé, perchè nei giorni di festa non ho voglia di fiutare schifoso tabacco russo. In un anno fiuto due libbre di râpé a due rubli la libbra. Sei più quattordici fa venti rubli e quaranta copechi, soltanto per il tabacco! È un brigantaggio: io ti domando, amico mio Hoffman, non è così forse?»
 Hoffman, pure lui ubriaco, acconsentiva.
 «Venti rubli e quaranta copechi! Io sono un tedesco della Svevia, ho il mio re in Germania. Io non voglio avere il naso! Tagliami il naso! Ecco qui il mio naso!»
 E se non fosse stato per l'improvvisa apparizione del tenente Pìrogov, senza dubbio Hoffman avrebbe tagliato lì per lì il naso a Schiller, perchè aveva già messo il suo trincetto in posizione, come se volesse ritagliare una suola.
 A Schiller parve assai seccante che tutt'a un tratto una persona sconosciuta e non richiesta lo disturbasse così a sproposito. Benchè fosse in preda agli inebrianti fumi della birra e del vino, sentì che era alquanto sconveniente trovarsi in quella posizione e in quell'atto in presenza d'un testimone estraneo. Nel frattempo Pìrogov fece un leggero inchino e, con la giovialità che gli era propria, disse:
 «Voi mi scuserete...»
 «Fuori!» rispose Schiller strascicando la voce.
 Questo sconcertò il tenente Pìrogov. Un siffatto modo di trattarlo gli riusciva completamente nuovo. Il sorriso che aveva fatto capolino sulla sua faccia improvvisamente scomparve. Con un senso di dignità amareggiata egli disse:
 «Mi pare strano, egregio signore... di certo voi non avete notato... io sono un ufficiale...»
 «E che cos'è un ufficiale! Io sono un tedesco di Svevia. Io stesso», nel dir questo Schiller diede un pugno sul tavolo, «essere ufficiale: un anno e mezzo junker, due anni tenente, e io domani subito di nuovo ufficiale. Ma io non voglio servire. Io con ufficiale fare così: fu!» e nel dir questo Schiller portò il palmo alla bocca e vi soffiò sopra.
 Il tenente Pìrogov vide che non gli restava altro da fare che allontanarsi; ma il trattamento, del tutto sconveniente per il suo grado, lo aveva ferito. Si fermò varie volte sulle scale, sconcertato, riflettendo su come si dovesse far capire a Schiller la sua impertinenza. Alla fine ragionò che Schiller si poteva perdonare, perchè la sua testa era piena di birra: inoltre gli tornò alla mente la graziosa biondina e decise di abbandonare all'oblio questo fatto.
 Il giorno dopo il tenente Pìrogov si presentò di buon mattino nella bottega del mastro lattonaio. Nell'anticamera l'accolse la graziosa biondina e con una voce piuttosto severa, che assai si addiceva al suo visino, gli domandò:
 «Che cosa volete?»
 «Ah, salve, mia cara! Non mi riconoscete? Birichina, che begli occhietti!»
 Così dicendo il tenente Pìrogov avrebbe voluto assai graziosamente sollevarle il mento con un dito. Ma la biondina emise un'esclamazione impaurita e con la stessa severità domandò di nuovo:
 «Che cosa volete?»
 «Vedere voi, non mi occorre nient'altro,» disse il tenente Pìrogov, sorridendo in maniera abbastanza piacevole e avvicinandosi; ma, avendo notato che la timorosa biondina voleva sgattaiolare per la porta, soggiunse:
 «Ho bisogno, mia cara, di ordinare degli speroni. Voi potete farmi degli speroni? Sebbene per amarvi non occorrano affatto degli speroni, ma piuttosto una briglia. Ma che belle manine!»
 Il tenente Pìrogov era sempre molto gentile quando faceva dichiarazioni di questo genere.
 «Chiamo subito mio marito,» gridò la tedesca e se ne andò; dopo qualche minuto Pìrogov vide uscire Schiller con gli occhi sonnolenti, appena sveglio dopo la sbornia della sera prima. Data un'occhiata all'ufficiale, egli rammentò come in un sogno il fatto del giorno prima. Non ricordava bene come precisamente fossero andate le cose, ma sentiva che doveva aver fatto qualche sciocchezza e perciò accolse l'ufficiale con aria severa.
 «Per degli speroni non posso prendere meno di quindici rubli,» disse per sbarazzarsi di Pìrogov, perchè per lui, onesto tedesco, era motivo di grande vergogna guardare chi l'aveva visto in una situazione sconveniente. A Schiller piaceva bere senza testimoni, con due o tre amici, e in quei momenti si nascondeva anche ai suoi lavoranti.
 «Perchè mai così caro?» chiese affabilmente Pìrogov.
 «Lavoro tedesco,» rispose gelidamente Schiller, carezzandosi il mento. «Un russo accetterebbe di farli per due rubli
 «Scusate, per dimostrarvi che vi voglio bene e desidero fare la vostra conoscenza, pagherò i quindici rubli
 Schiller rimase sovrappensiero: proprio perchè era un tedesco onesto sentì un po' di vergogna. Desiderava che Pìrogov rinunciasse all'ordinazione, e per questo dichiarò che prima di due settimane non avrebbe potuto far nulla. Ma, senz'alcuna obiezione, Pìrogov si disse d'accordo.
 Il tedesco rimase pensieroso e si mise a riflettere come meglio eseguire il proprio lavoro affinchè valesse effettivamente quindici rubli. In quel momento la biondina entrò nella bottega e cominciò a cercare qualcosa sul tavolo ingombro di caffettiere. Il tenente approfittò della pensierosità di Schiller, si avvicinò a lei e le strinse il braccio nudo fino alla spalla. Ciò non piacque per nulla a Schiller.
 «Main frau!» si mise a gridare.
 «Vass vollen si doch?» strillò la biondina.
 «Gheensì in cucina!»
 La biondina uscì.
 «Allora, fra due settimane?» disse Pìrogov.
 «Sì, fra due settimane,» rispose soprapensiero Schiller. «adesso ho molto lavoro.»
 «Arrivederci! Passerò da voi.»
 «Arrivederci,» rispose Schiller chiudendo la porta alle sue spalle.
 Il tenente Pìrogov decise di non abbandonare i suoi tentativi sebbene la tedesca gli avesse opposto un evidente rifiuto. Egli non riusciva a capacitarsi che gli si potesse resistere, tanto più che la sua amabilità e il suo brillante grado gli davano pieno diritto all'attenzione. Occorre dire però che la moglie di Schiller, nonostante tutta la sua avvenenza, era molto stupida. Del resto, la stupidità dà un fascino particolare a una donna graziosa. Io, almeno, ho conosciuto molti mariti che vanno in estasi per la stupidità delle loro mogli e vi vedono tutti i segni di un'innocenza infantile. La bellezza produce dei veri miracoli. Tutti i difetti spirituali, invece di causare repulsione, in una bella donna diventano, chissà perchè, straordinariamente attraenti; il vizio stesso, in esse, emana leggiadria, ma se la bellezza non c'è, una donna dev'essere venti volte più intelligente di un uomo per ispirare non dico amore, ma almeno della stima. La moglie di Schiller, del resto, nonostante tutta la sua stupidità, era sempre stata fedele ai suoi doveri e perciò era abbastanza difficile che Pìrogov riuscisse nella sua audace impresa. Ma al superamento degli ostacoli è sempre legata la gioia della conquista, e da quel giorno la biondina diventò per lui ancor più interessante. Egli cominciò a chiedere abbastanza spesso notizie dei suoi speroni, tanto che questo finì per venire a noia a Schiller, il quale fece di tutto per terminare al più presto gli speroni incominciati. Finalmente gli speroni furono pronti.
 «Ah, che ottimo lavoro!» si mise a esclamare il tenente Pìrogov quando vide gli speroni. «Signoriddio, com'è fatto bene questo lavoro! Il nostro generale non ha degli speroni come questi.»
 Sulla faccia di Schiller si diffuse un sentimento di soddisfazione. Nei suoi occhi comparve uno sguardo di felicità ed egli si riconciliò pienamente con Pìrogov.
 «L'ufficiale russo è un uomo intelligente,» pensò fra sè.
 «Sicchè voi, dunque, potete fare anche una montatura, per esempio per un pugnale o per altri oggetti?»
 «Oh, io posso fare moltissimo,» disse Schiller con un sorriso.
 «Allora mi farete una montatura per un pugnale. Ve lo porterò: ho un bellissimo pugnale turco, ma vorrei cambiargli montatura.»
 Schiller fu come colpito da una bomba. Subito la sua fronte si corrugò. «Ti sta bene!» pensò fra sè, insultandosi in cuor suo per il fatto d'essersi attirato da sè quel lavoro. Rifiutare era ormai, a suo parere, disonorevole; per di più l'ufficiale russo aveva lodato il suo lavoro. Dopo aver scosso un po' la testa, espresse il proprio consenso, ma il bacio che, andandosene, Pìrogov impresse sfrontatamente proprio sulle labbra della graziosa biondina gli causò una grande perplessità.
 Mi pare doveroso far conoscere un po' più da vicino Schiller al lettore. Schiller era un perfetto tedesco nel pieno senso di questa parola. Fin dall'età di vent'anni, quell'epoca felice in cui il russo vive alla giornata, Schiller aveva pianificato tutta la propria vita e non faceva strappi alla regola per nessun motivo. Aveva stabilito di alzarsi alle sette, di pranzare alle due, d'essere preciso in ogni cosa e ubriaco ogni domenica. Aveva stabilito di costituirsi in dieci anni un capitale di cinquantamila rubli e questa cosa era già sicura e inevitabile come il destino, perchè è più facile che un funzionario dimentichi di gettare un'occhiata nell'anticamera del proprio direttore che un tedesco si decida a cambiare ciò che si è ripromesso. Egli non aumentava in alcun caso le proprie spese e se il prezzo delle patate saliva troppo rispetto al solito, non aggiungeva un solo copeco ma semplicemente diminuiva la quantità e, quantunque certe volte restasse un po' affamato, tuttavia ci si era abituato. La sua meticolosità si spingeva al punto che aveva stabilito di non baciare sua moglie più di due volte nelle ventiquattro ore, e per non baciarla una volta di più, metteva sempre soltanto un cucchiaino di pepe nella minestra; di domenica, tuttavia, questa regola non veniva osservata così rigorosamente, perchè Schiller beveva due bottiglie di birra e una bottiglia di Kümmeln, che poi sempre malediceva. Non beveva come un inglese, che dopo il pranzo spranga la porta con il catenaccio e si ubriaca da solo. Al contrario, da bravo tedesco, beveva sempre in modo ispirato in compagnia del calzolaio Hoffman oppure del falegname Kunz, anche lui tedesco e grande ubriacone. Tale era il carattere del nobile Schiller, che alla fine si vide ridotto in una situazione molto difficile. Benchè fosse flemmatico e tedesco, le azioni di Pìrogov suscitarono in lui qualcosa di simile alla gelosia. Si rompeva la testa e non riusciva a escogitare un modo per sbarazzarsi di quell'ufficiale russo. Intanto Pìrogov, fumando la pipa nella cerchia dei suoi compagni - giacchè così ha disposto la provvidenza: che dove ci sono ufficiali, ci sono anche pipe - fumando dunque la pipa nella cerchia dei suoi compagni, alludeva significativamente e con un piacevole sorriso al suo intrigo con la graziosa tedeschina, con la quale, a sentir lui, era già prossimo a concludere, mentre in realtà aveva già quasi perduto la speranza di tirarla a sè.
 Un giorno egli passeggiava per la Via Mešèànskaja sbirciando la casa dove faceva bella mostra l'insegna di Schiller con le caffettiere e i samovàr; con sua somma gioia scorse la testolina della biondina che si sporgeva dalla finestrella a guardare i passanti. Allora si fermò, le fece un segno con la mano e disse:
 «Gut Morgen!»
 La biondina rispose al suo saluto come si fa con un conoscente.
 «Allora, vostro marito è in casa?»
 «Sì,» rispose la biondina.
 «E quand'è che non è in casa?»
 «Di domenica non è in casa,» disse la stupida biondina.
 «Questo non è male,» pensò fra sè Pìrogov, «di questo bisogna approfittare.»
 E la domenica seguente si presentò alla biondina come un fulmine a ciel sereno. Schiller effettivamente non era in casa. La graziosa padrona di casa si spaventò, ma questa volta Pìrogov agì in maniera abbastanza cauta, si comportò in modo assai rispettoso e, facendo un inchino, mise in mostra tutta la bellezza del suo portamento agile e slanciato. Scherzò in modo molto piacevole e rispettoso, ma la sciocca tedesca a tutto rispondeva con dei monosillabi. Infine, dopo avere affrontato diversi argomenti e aver visto che nulla poteva interessarla, le propose di ballare. La tedesca acconsentì immediatamente, perchè le tedesche sono sempre felici di ballare. Su questo Pìrogov fondava grandi speranze: in primo luogo, a lei questo faceva piacere; in secondo luogo, egli così poteva mostrare i suoi modi e la sua abilità; in terzo luogo, nel ballo poteva starle più vicino, poteva abbracciare la graziosa tedesca e dar inizio a tutto; insomma, da questo si riprometteva un completo successo. Cominciò una gavotta, ben sapendo che le tedesche hanno bisogno di andar per gradi. La graziosa tedesca avanzò al centro della stanza e sollevò il meraviglioso piedino. Questa posizione entusiasmò a tal punto Pìrogov che si precipitò a baciarlo. La tedesca cominciò a gridare e con questo aumentò ancor più il proprio fascino agli occhi di Pìrogov; egli la tempestò di baci. Ma ecco che, d'improvviso, si aprì la porta ed entrò Schiller insieme con Hoffman e con il falegname Kunz. Tutti quei degni artigiani erano ubriachi come calzolai.
 Lascio ai lettori giudicare dell'ira e dell'indignazione di Schiller.
 «Insolente!» si mise a gridare in preda a estremo sdegno, «come osi baciare mia moglie! Tu sei un mascalzone e non un ufficiale russo. Che il diavolo ti pigli! Amico mio Hoffman, io sono un tedesco e non un porco russo!»
 Hoffman rispose affermativamente.
 «Oh, io non voglio avere corna! Prendilo, amico mio Hoffman, per il colletto, io non voglio,» continuò, agitando violentemente le braccia, mentre il suo viso andava assomigliando al panno rosso del suo panciotto. «Sono otto anni che vivo a Pietroburgo, in Svevia ho mia madre, mio zio sta a Norimberga, io sono un tedesco e non carne di vitello cornuto! Levagli tutto di dosso, amico mio Hoffman! Tienilo per braccia e gambe, kamarad mio Kunz!»
 E i tedeschi afferrarono Pìrogov per le braccia e per le gambe.
 Invano egli si sforzò di difendersi: quei tre artigiani erano la gente più robusta fra tutti i tedeschi di Pietroburgo. Se Pìrogov fosse stato in piena uniforme, probabilmente il rispetto per il suo grado e il suo titolo avrebbe fermato i tempestosi teutoni. Ma lui era venuto lì assolutamente a scopo personale e privato, con un soprabitino e senza spalline. Con grandissimo furore i tedeschi gli strapparono di dosso tutti gli abiti. Hoffman gli si sedette sulle gambe con tutto il suo peso. Kunz l'afferrò per la testa e Schiller diede di piglio a un fascio di verghe che servivano da ramazza. Debbo riconoscere con rammarico che il tenente Pìrogov venne fustigato assai dolorosamente.
 Sono sicuro che il giorno dopo Schiller dovette cader preda di una violenta febbre, e tremò come una foglia aspettando da un momento all'altro l'arrivo della polizia; che solo Dio sa che cosa non avrebbe dato affinchè tutto ciò che era accaduto il giorno prima fosse stato solo un sogno. Ma ciò che è stato è stato. Nulla potrebbe reggere il confronto con l'ira e l'indignazione di Pìrogov. Il solo pensare a una così spaventosa offesa lo rendeva idrofobo. La Siberia e la fustigazione erano secondo lui una piccola punizione per Schiller. Volò a casa per recarsi di là, una volta cambiatosi, direttamente dal generale e descrivergli con le tinte più fosche la ribalderia degli artigiani tedeschi. Contemporaneamente voleva inoltrare anche una richiesta scritta allo Stato maggiore. Se poi lo Stato maggiore avesse stabilito una punizione insufficiente, allora rivolgersi direttamente al Consiglio di stato e magari all'Imperatore in persona.
 Ma tutto questo finì in un certo modo piuttosto strano: strada facendo, egli entrò in una pasticceria, si mangiò due pasticcini di pasta sfoglia, leggiucchiò qualcosa sull'Ape del Nord, e ne uscì che non era più così furioso. Per giunta, la sera fresca e piuttosto gradevole lo indusse a passeggiare un poco per la Prospettiva Nevsky; verso le nove egli si calmò e trovò che di domenica non stava bene disturbare il generale, tanto più che senza dubbio era stato invitato in qualche posto, e perciò andò a passare la serata da un direttore del collegio di controllo, dove c'era una riunione molto piacevole di funzionari e di ufficiali. Qui trascorse con soddisfazione la serata e si distinse talmente nella mazurca che estasiò non soltanto le signore, ma persino i cavalieri.
 «Curioso mondo è il nostro!» pensavo l'altro ieri, camminando per la Prospettiva Nevsky e riandando con la memoria a questi due avvenimenti. «In che strano, incomprensibile modo gioca il nostro destino! Riceviamo mai ciò che desideriamo? Raggiungiamo ciò a cui sembrano preparate apposta le nostre forze? Tutto va al contrario. A uno il destino ha dato degli stupendi cavalli ed egli li usa per andarsene indifferente in carrozza, senza accorgersi affatto della loro bellezza , mentre un altro il cui cuore arde di passione equina, va a piedi e si accontenta di far schioccare la lingua quando gli passa accanto un trottatore. Quello ha un ottimo cuoco, ma purtroppo una bocca così piccola che non può mandar giù più d'un paio di bocconcini; l'altro ha la bocca grande come l'arcata dello Stato maggiore, eppure deve accontentarsi di un qualsiasi pranzo tedesco a base di patate. Come gioca stranamente il nostro destino!»
 Ma più strani di tutto sono gli avvenimenti che si svolgono sulla Prospettiva Nevsky. Oh, non credete alla Prospettiva Nevsky! Quando l'attraverso, sempre io m'avvolgo quanto più posso nel mio mantello e cerco di non guardare affatto gli oggetti che mi cadon sotto gli occhi. Tutto è inganno, tutto è sogno, nulla è ciò che sembra! Credete che quel signore che passeggia con un soprabito d'ottima fattura sia molto ricco? Neanche per sogno: tutti i suoi averi consistono in quel soprabito. Vi immaginate che quei due grassoni che si sono fermati davanti a quella chiesa in costruzione stiano ragionando della sua architettura? Nient'affatto: parlano di quelle due cornacchie che si sono posate in modo così curioso una di fronte all'altra. Credete che quel tipo agitato che muove le braccia stia parlando di come sua moglie ha buttato dalla finestra una pallina su un ufficiale che lui non conosce affatto? Neanche per sogno: sta dimostrando in che cosa consistesse il principale errore di Lafayette. Credete che quelle signore... no, alle signore credeteci meno che a ogni altro. Guardate le vetrine dei negozi: i ninnoli che vi sono esposti sono magnifici, ma puzzano d'una terribile quantità di biglietti di banca. E Dio vi guardi dallo sbirciare sotto i cappellini delle signore! Sventoli pure in lontananza il mantello d'una bella donna; a nessun costo io la seguirò per curiosare. Lontano, per amor di Dio, lontano dal lampione! E, se ci passate vicino, fatelo in fretta, più in fretta possibile. E già una fortuna se non lascierà gocciolare del grasso maleodorante sul vostro elegante soprabito. Ma, lampioni a parte, tutto alita inganno. Essa mente a ogni ora, questa Prospettiva Nevsky, ma più che mai quando la notte cala sopra di essa come una massa densa e fa spiccare i muri bianchi e giallastri delle case, quando l'intera città si trasforma in un solo tuono e lampo, miriadi di carrozze rotolano giù dai ponti, i postiglioni gridano e sobbalzano sui cavalli, e un demone in persona accende le lampade solo per mostrare ogni cosa sotto un aspetto che non è il suo.

IL NASO

 

I


 Il 25 marzo a Pietroburgo accadde un avvenimento molto strano. Il barbiere Ivàn Jakovlèviè, abitante sulla Prospettiva Voznesènskij (il suo cognome è andato perduto e nient'altro risulta dalla sua insegna, dov'è raffigurato un signore con una guancia insaponata e c'è la scritta: «Si cava anche sangue»), il barbiere Ivàn Jakovlèviè dunque si svegliò abbastanza presto e sentì odore di panini caldi. Sollevandosi un poco sul letto, vide che sua moglie, una signora abbastanza rispettabile cui piaceva molto bere caffè, sfornava dei panini appena cotti.
 «Oggi, Praskòvija Osìpovna, io non prendo il caffè,» disse Ivàn Jakovlèviè, «vorrei invece mangiare del pane caldo con la cipolla.»
 (Ossia, Ivàn Jakovlèviè, avrebbe voluto l'uno e l'altro, ma sapeva che era assolutamente impossibile esigere due cose alle volta, perchè Praskòvija Osìpovna non amava per nulla simili capricci.)
 «Che questo scemo mangi pure il pane; per me è meglio,» pensò fra sè la consorte, «così resterà una porzione in più di caffè.»
 E gettò un panino sul tavolo.
 Per decenza Ivàn Jakovlèviè si mise il frac sopra la camicia e, sedutosi a tavola, prese del sale, preparò due teste di cipolla, impugnò il coltello e, assunta un'espressione ispirata, si accinse a tagliare il pane. Tagliato il pane a metà, gettò un'occhiata nel mezzo e, con suo stupore, vide qualcosa che biancheggiava. Ivàn Jakovlèviè la sfrugacchiò cautamente con il coltello e la tastò con un dito:
 «Solido?» disse fra sè, «cosa può essere?»
 Ficcò dentro le dita e tirò fuori un naso... Ivàn Jakovlèvic si senti cascare le braccia; cominciò a soffregarsi gli occhi e poi tastò di nuovo: un naso, proprio un naso! e per giunta, a quel che sembrava, anche in un certo senso conosciuto. Lo spavento si dipinse sulla faccia di Ivàn Jakovlèviè. Ma questo spavento era niente in confronto all'indignazione che s'impadronì di sua moglie.
 «Dov'è che hai tagliato questo naso, specie di belva!» si mise a gridare con ira. «Mascalzone! Ubriacone! Andrò io stessa a denunciarti alla polizia. Specie di brigante! Già da tre persone l'avevo sentito dire che, quando fai la barba, maltratti a tal punto i nasi che non si capisce come ancora si reggano.»
 Ma Ivàn Jakovlèviè era più morto che vivo. S'era accorto che quel naso d'altri non era che dell'assessore di collegio Kovalèv, al quale faceva la barba ogni mercoledì e ogni domenica.
 «Fermati, Praskòvija Osìpovna! L'avvolgerò in un cencio e lo metterò in un angolo; ora stia là, poi lo porterò via.»
 «Non voglio neanche sentirne parlare! Che io permetta a un naso mozzato di restare con me nella stanza? Biscotto rinsecchito! Non sa fare altro che passare il rasoio sulla cinghia e presto non sarà più nemmeno in grado di fare il suo dovere, fannullone, farabutto! Che io mi metta a rispondere alla polizia per te?... Pasticcione, travicello sciocco! Fuori di qui! Fuori! Portalo dove ti pare! Che non ne senta nemmeno l'odore!»
 Ivàn Jakovlèviè stava lì come un morto. Pensava, pensava e non sapeva cosa pensare.
 «Lo sa il diavolo com'è successo,» disse infine, grattandosi dietro l'orecchio. «Se ieri sono tornato ubriaco o no, non lo posso dire di certo. Ma da tutti i segni questo è un avvertimento inaudito, perché il pane è una cosa cotta al forno, mentre il naso non è affatto tale. Non ci capisco niente!...»
 Ivàn Jakovlèviè ammutolì. Il pensiero che i poliziotti trovassero in casa sua il naso e lo accusassero, lo fece piombare in un totale smarrimento. Già s'immaginava il colletto rosso ricamato d'argento, la spada... e tremava in tutto il corpo. Finalmente tirò fuori gli abiti e gli stivali, si mise addosso tutta quella robaccia e, accompagnato dalle pesanti esortazioni di Praskòvija Osìpovna, avvolse il naso in un cencio e uscì in strada.
 Voleva ficcarlo in un posto qualsiasi: dietro un paracarro, sotto un portone, oppure perderlo accidentalmente e poi svoltare subito in un vicolo. Ma, per disgrazia, gli capitò d'incontrare dei conoscenti che subito cominciarono con le domande: «Dove vai?» oppure. «A chi vai a far la barba così presto?» cosicchè Ivàn Jakovlèviè non riusciva mai a cogliere il momento propizio. Un'altra volta l'aveva già lasciato cadere, quando una guardia ancor da lontano gliel'aveva indicato con l'alabarda esclamando: «Raccatta! Non vedi che hai lasciato cadere qualcosa?» E Ivàn Jakovlèviè aveva dovuto raccogliere il naso e nasconderselo in tasca. Così s'era lasciato prendere dalla disperazione, tanto più che la gente in strada aumentava di continuo via via che cominciavano ad aprirsi i negozi e le botteghe.
 Decise di andare al Ponte Isakièvskij: non sarebbe riuscito a scaraventarlo in qualche modo nella Neva?... Ma sono un po' in colpa, perchè sinora non ho detto nulla di Ivàn Jakovlèviè, persona rispettabile sotto molti riguardi.
 Come ogni artigiano russo perbene, Ivàn Jakovlèviè, era un terribile ubriacone. E, sebbene ogni giorno radesse i menti altrui, il suo era eternamente non raso. Il frac di Ivàn Jakovlèviè (Ivàn Jakovlèviè non andava mai in giro con il soprabito) era pezzato, ossia era nero ma tutto pieno di macchie bruno-giallastre e grigie; il colletto era liso, e al posto dei tre bottoni penzolavano solamente dei fili. Ivàn Jakovlèviè era un grande sfrontato e quando l'assessore di collegio Kovalèv gli diceva, come al solito, durante la rasatura: «A te, Ivàn Jakovlèviè, puzzano sempre le mani!» Ivàn Jakovlèviè rispondeva con la domanda: «E perchè dovrebbero puzzare?» «Non lo so, amico, so solo che puzzano,» diceva l'assessore di collegio, e Ivàn Jakovlèviè, fiutata una presa di tabacco, per ripicca lo insaponava sulle guance, e sotto il naso, e dietro le orecchie, e sotto la barba, insomma, dovunque gli venisse voglia di farlo.
 Questo rispettabile cittadino si trovava dunque già sul Ponte Isakièvskij. Innanzi tutto si guardò in giro; poi si chinò sul parapetto come se volesse guardare se per caso non si vedessero dei pesci sotto il ponte, poi, con cautela, scagliò il cencio contenente il naso. Allora provò di colpo una sensazione come se gli fossero state tolte dieci libbre di dosso. Persino sogghignò. Invece di andarsene a radere i menti dei funzionari si diresse in un locale con l'insegna «Cibi e tè» a chiedere un bicchiere di punch, quando a un tratto notò all'estremità del ponte una guardia rionale di nobile aspetto, con larghi basettoni, col tricorno e la spada. Si sentì venir meno, mentre la guardia gli faceva cenno con il dito e diceva:
 «Vieni un po' qui, mio caro!»
 Poichè rispettava le forme, Ivàn Jakovlèviè si tolse ancor da lontano il berretto e, avvicinatosi rapidamente, disse:
 «Auguro buona salute alla signoria vostra!»
 «No, no, amico bello, niente signoria: di' un po', che cosa facevi là sul ponte?»
 «Perdio, signore, andavo a far la barba e guardavo soltanto come scorreva il fiume.»
 «Storie! storie! Con questo non te la caverai. Fa il piacere di rispondere.»
 «Io sono pronto a far la barba a vostra signoria due volte alla settimana o anche tre senza nessuna obbiezione,» rispose Ivàn Jakovlèviè.
 «No, amico, queste sono sciocchezze! Già tre barbieri mi fanno la barba e lo considerano pure un grande onore. Su, fammi un po' il piacere di raccontare che cosa facevi là!»
 Ivàn Jakovlèviè impallidì... Ma qui il racconto si perde, avvolto come da una nebbia, e di quanto sia successo in seguito non si sa assolutamente nulla.

II


 L'assessore di collegio Kovalèv si svegliò abbastanza presto e con le labbra fece «Brr...», cosa che faceva sempre quando si destava, sebbene nemmeno lui sapesse spiegare perchè. Kovalèv si stirò, ordinò di dargli un piccolo specchio che stava sul tavolo. Voleva guardare un foruncoletto che la sera prima gli era spuntato sul naso; ma, con suo sommo stupore, vide che al posto del naso aveva uno spazio perfettamente liscio! Spaventatosi, Kovalèv ordinò di portargli dell'acqua e si fregò gli occhi con l'asciugamano: proprio così, niente naso! Cominciò a tastare con la mano per vedere se non stesse ancora dormendo. No, a quanto pareva, non dormiva. L'assessore di collegio Kovalèv saltò giù dal letto, si diede uno scrollone: niente naso!... Ordinò subito di portargli i vestiti e volò direttamente dal capo della polizia.
 Ma nel frattempo è indispensabile dire qualcosa di Kovalèv affinchè il lettore possa vedere che tipo era quest'assessore di collegio. Gli assessori di collegio che ricevono questo titolo grazie ad attestati di studio non si possono assolutamente paragonare a quegli assessori di collegio che un tempo provenivano dal Caucaso. Sono due generi completamente diversi. Gli assessori di collegio che hanno studiato... Ma la Russia è una terra così curiosa, che se parli d'un certo assessore di collegio, tutti gli assessori di collegio, da Riga alla Kamèatka, immancabilmente pensano si parli di loro. E lo stesso vale per tutti i titoli e gradi. Kovalèv era un assessore di collegio del Caucaso. Soltanto da due anni aveva questo titolo e perciò non se lo dimenticava mai; e, per darsi più nobiltà e più peso, non si definiva mai assessore di collegio, bensì sempre maggiore.
 «Senti, colombella,» diceva solitamente incontrando per strada una donnetta che vendeva sparati per camicie, «vieni a casa mia; il mio appartamento è sulla Sadòvaja; domanda soltanto: Abita qui il maggiore Kovalèv? e chiunque te lo saprà indicare.»
 Se poi ne incontrava una graziosa, oltre a questo le dava un ordine segreto, aggiungendo:
 «Devi chiedere, animuccia, dell'appartamento del maggiore Kovalèv.»
 Quindi anche noi d'ora in avanti chiameremo maggiore quest'assessore di collegio.
 Il maggiore Kovalèv aveva l'abitudine di andare ogni giorno a passeggio sulla Prospettiva Nevsky. Il colletto della sua camicia era sempre straordinariamente pulito e inamidato. I suoi basettoni erano di quel tipo che ancor oggi si può vedere fra gli agrimensori provinciali e distrettuali, gli architetti e i medici di reggimento, nonchè fra coloro che svolgono varie mansioni di polizia e, in genere, fra tutti quegli uomini che hanno guance piene e rubizze e giocano molto bene a boston: sono basettoni che attraversano una buona metà della guancia e arrivano fin sotto il naso. Il maggiore Kovalèv portava una quantità di ciondoli di corniola, sia con stemmi, sia con parole incise come: mercoledì, giovedì, lunedì e così via. Egli era venuto a Pietroburgo con uno scopo, e precisamente quello di cercare un posto conveniente al suo grado: se possibile, di vice governatore; altrimenti di cancelliere in qualche ministero importante. Il maggiore Kovalèv non era neppure alieno dall'ammogliarsi, ma solamente nel caso che la sposa avesse almeno duecentomila rubli di dote. Adesso, dunque, il lettore può giudicare da sè quale fosse lo stato d'animo del nostro maggiore quando vide uno stupidissimo spazio, piatto e liscio, al posto d'un degno e ben proporzionato naso.
 Come per disdetta, per la strada non si vedeva un solo vetturino ed egli dovette andare a piedi avvolgendosi nel suo mantello e nascondendo con un fazzoletto la faccia così da far credere che stava perdendo sangue dal naso.
 «Ma forse è soltanto una mia impressione: non può essere che il naso sia sparito così stupidamente,» pensò ed entrò in una pasticceria apposta per guardarsi in uno specchio. Per fortuna, nella pasticceria non c'era nessuno: dei garzoni scopavano le sale e sistemavano le sedie; alcuni, con gli occhi assonnati, disponevano nei vassoi dei pasticcini caldi; sui tavolini e sulle sedie c'erano ancora i giornali del giorno prima, sporchi di caffè.
 «Be', grazie a Dio, non c'è nessuno,» si disse Kovalèv, «adesso posso darmi un'occhiata.»
 Si avvicinò timidamente a uno specchio e guardò.
 «Al diavolo, che razza di porcheria!» esclamò e sputò in terra. «Ci fosse almeno qualcosa al posto del naso, macchè! niente!...»
 Si morse le labbra con dispetto, uscì dalla pasticceria e, contrariamente alle sue abitudini, decise di non guardare nessuno e di non sorridere a nessuno. Tutt'a un tratto si fermò come inchiodato accanto al portone di una casa; sotto i suoi occhi si verificava un fenomeno inspiegabile. Davanti all'ingresso si era fermata una carrozza: gli sportelli si aprirono; piegandosi, ne balzò fuori un uomo in uniforme e corse su per la scala. Quale non furono lo spavento e nello stesso tempo lo stupore di Kovalèv quando in lui riconobbe il proprio naso! Davanti a questo spettacolo insolito, così almeno gli parve, la sua vista si annebbiò; sentiva che poteva appena reggersi in piedi, ma decise di aspettare a qualunque costo il ritorno del naso nella carrozza, sebbene tremasse tutto come in preda al delirio. Due minuti dopo, effettivamente, il naso uscì. Indossava un'uniforme ricamata in oro, con un grande colletto rigido; aveva pantaloni scamosciati e la spada al fianco. Dal cappello con le piume si poteva dedurre che si considerava in possesso del grado di consigliere di stato. Guardò da entrambe le parti, gridò al cocchiere «andiamo!» salì in carrozza e partì.
 Il povero Kovalèv per poco non uscì di senno. Non sapeva nemmeno che cosa pensare di un fatto così strano. Com'era possibile, in realtà, che il naso che sino al giorno prima era sulla sua faccia, che non poteva nè camminare nè andare in carrozza, adesso fosse persino in uniforme? Si mise a correre dietro alla carrozza, che per fortuna non andò lontano e si fermò davanti alla cattedrale di Kazàn'.
 Egli si affrettò verso la soglia della cattedrale, si fece strada in mezzo a una fila di vecchie mendicanti le cui facce bendate, che lasciavano visibili soltanto le cavità degli occhi, lo facevano solitamente ridere, ed entrò in chiesa. Dentro la chiesa la gente in preghiera non era molta e quasi tutti stavano in piedi vicino all'ingresso. Kovalèv si sentiva in uno stato d'animo così sconvolto che non aveva assolutamente la forza di pregare e cercava con gli occhi quel signore in tutti gli angoli. Finalmente lo scorse che se ne stava in disparte. Il naso nascondeva completamente la propria faccia nel grande colletto rigido e pregava con un'espressione molto devota.
 «Come posso avvicinarmi?» pensò Kovalèv. «Da tutto: dall'uniforme, dal cappello si vede che è un consigliere di stato. Lo sa il diavolo come posso fare!»
 Cominciò a tossicchiare vicino a lui, ma il naso non abbandonava nemmeno per un momento il suo atteggiamento devoto e aveva cominciato a fare profonde genuflessioni.
 «Egregio signore...» disse Kovalèv, obbligandosi nel suo intimo a farsi coraggio, «egregio signore...»
 «Che cosa volete?» rispose il naso, voltandosi.
 «Mi sembra strano, egregio signore... ho l'impressione... voi dovreste sapere qual è il vostro posto. E, tutt'a un tratto, vi trovo e dove? in una chiesa! Convenite che...»
 «Scusatemi, ma non riesco a capire di che cosa intendete parlare... Spiegatevi.»
 «Come posso spiegargli?» pensò Kovalèv e, fattosi animo, cominciò: «Certo, io... del resto sono maggiore. Andare in giro senza naso, sarete d'accordo, è cosa sconveniente. Una fruttivendola qualsiasi, che vende arance sbucciate sul Ponte Voskresènskij, può anche stare senza naso: ma io, avendo in vista di ottenere un posto di governatore... essendo inoltre in molte case amico di signore come la Èechtàreva, consiglieressa di stato, e altre... Giudicate voi stesso... io non so, egregio signore...» Nel dir questo Kovalèv si strinse nelle spalle «... Scusate... se questo si considera secondo le regole del dovere e dell'onore... voi stesso capirete...»
 «Non capisco proprio nulla,» rispose il naso. «Spiegatevi in maniera più chiara.»
 «Egregio signore...» disse il maggiore Kovalèv con tutto il sentimento della propria dignità, «non so come intendere le vostre parole... Qui tutta la faccenda, a quel che sembra, è perfettamente evidente... Oppure voi volete... Ma se voi siete il mio naso!»
 Il naso guardò il maggiore e i suoi sopraccigli si aggrottarono alquanto.
 «Vi sbagliate, egregio signore. Io sono per mio conto. Inoltre fra noi non può esservi alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, voi dovete prestar servizio in un'altra amministrazione.»
 Ciò detto, il naso si voltò e continuò a pregare.
 Non sapendo che fare e che altro pensare, Kovalèv si confuse del tutto. In quel momento si udì il gradevole fruscio d'un abito femminile: si avvicinò una signora anziana, tutta adorna di trine, e con lei un'altra signora esile, con un abito bianco drappeggiato molto graziosamente sulla sua vita snella, e un cappellino di paglia leggero come un pasticcino. Dietro di loro si fermò e aprì la propria tabacchiera un alto aiduco con grandi basette e un'intera dozzina di collettoni.
 Kovalèv si avvicinò, si accomodò il collo di batista della camicia, aggiustò i suoi ciondoli appesi a una catenella d'oro e, sorridendo di qua e di là, rivolse l'attenzione sulla signora esile che si piegava leggermente, come un fiorellino di primavera, e portava alla fronte la sua bianca manina dalle diafane dita. Sulla faccia di Kovalèv il sorriso si fece ancor più largo quando sotto il cappellino scorse il mento rotondetto, di spiccato candore, e una parte della gota soffusa della tinta della prima rosa primaverile. Ma, tutt'a un tratto, egli fece un salto indietro come se si fosse scottato. S'era ricordato che al posto del naso non aveva assolutamente nulla e gli occhi gli si inondarono di lacrime. Si voltò per dire seccamente al signore in uniforme che si spacciava per un consigliere di stato, che era un imbroglione e un mascalzone e nient'altro se non il suo naso... Ma il naso non c'era già più: era riuscito a svignarsela, presumibilmente di nuove, in visita da qualcuno.
 Ciò immerse Kovalèv nella disperazione. Tornò indietro e si fermò per un istante sotto i portici, guardando accuratamente da tutte le parti se gli riusciva di scorgere il naso. Ricordava molto bene che aveva il cappello con il piumaggio e l'uniforme con il ricamo d'oro, ma il cappotto non l'aveva osservato, nè il colore della sua carrozza, nè i cavalli, e nemmeno sé avesse dietro qualche servitore e con quale livrea. Di carrozze poi, ne passava avanti indietro una tale quantità e a tale velocità, che era difficile distinguerle; inoltre, anche se l'avesse riconosciuta non avrebbe avuto alcun mezzo per fermarla. La giornata era splendida e assolata. Sulla Prospettiva Nevsky c'era un'infinità di gente; una vera cascata floreale di signore si sparpagliava su tutto il marciapiede, dal Ponte della Polizia all'Anìèkin. Ecco là un consigliere di corte di sua conoscenza, che lui chiamava colonnello, specialmente se ciò accadeva davanti ad estranei. Ecco anche Jaryžkìn, capufficio al senato, grande amico, che a boston eternamente perdeva quando giocava l'otto. Ecco un altro maggiore che aveva avuto un assessorato nel Caucaso; gli faceva cenno con la mano di andare da lui...
 «Che il diavolo se lo prenda!» disse Kovalèv. «Ehi, vetturino! Portami difilato dal capo della polizia!»
 Salì in vettura e non fece altro che gridare al vetturino:
 «Forza! Forza!»
 «È in casa il capo della polizia?» gridò entrando nel vestibolo.
 «Nossignore,» rispose il portiere, «è uscito proprio adesso.»
 «Ci mancava anche questa!»
 «Sì,» aggiunse il portiere, «non è molto, ma è uscito. Se foste arrivato un istante prima, forse l'avreste trovato in casa.»
 Senza mai togliersi il fazzoletto dalla faccia, Kovalèv salì in vettura e si mise a gridare con voce disperata:
 «Vai!»
 «Dove?» domandò il vetturino.
 «Va' dritto!»
 «Come dritto? Qui c'è una svolta: a destra o a sinistra?»
 Questa domanda fermò Kovalèv e lo costrinse nuovamente a pensare. Nella sua situazione occorreva rivolgersi innanzi tutto all'Ufficio del buon costume, non perchè esso avesse diretta relazione con la polizia, ma perchè le sue disposizioni potevano essere notevolmente più rapide che non quelle di altri uffici; cercare infatti soddisfazione dai capi dell'amministrazione presso cui il suo naso si era dichiarato impiegato, sarebbe stato irragionevole, giacchè dalle stesse risposte del naso s'era già potuto vedere che per lui non c'era nulla di sacro, ed era probabile che avrebbe mentito anche in questo caso, così come aveva mentito assicurando di non essersi mai incontrato con lui. Sicchè Kovalèv stava già per ordinare di recarsi all'Ufficio del buon costume quando gli venne daccapo il pensiero che quell'imbroglione e mascalzone, che fin dal primo incontro aveva agito in maniera così svergognata, poteva adesso comodamente svignarsela dalla città approfittando del tempo guadagnato, e allora tutte le ricerche sarebbero state vane o avrebbero potuto protrarsi, Dio ne scampi, anche un mese intero. Finalmente parve che il cielo stesso lo illuminasse, e decise di rivolgersi direttamente alla redazione d'un giornale e di pubblicare tempestivamente un annuncio con una circonstanziata descrizione di tutte le caratteristiche, in modo che chiunque l'avesse incontrato potesse nello stesso istante presentarglielo, o almeno fargli sapere dove si trovava. Egli dunque, deciso questo, ordinò al vetturino di andare alla redazione d'un giornale e durante tutta la strada non smise di tempestarlo con il pugno sulla schiena, ripetendo: «Più presto, farabutto! Più presto, mascalzone!»
 «Eh, signore!» diceva il vetturino scuotendo la testa e frustando con la briglia il suo cavallo che aveva il pelo lungo come un cane spagnolo. Finalmente la vettura si fermò e Kovalèv, ansante, entrò di corsa in una piccola anticamera dove un impiegato canuto, con un vecchio frac e gli occhiali, era seduto davanti a una scrivania e, tenendo la penna fra i denti, contava delle monete di rame che gli avevano dato.
 «Chi riceve qui gli annunci?» si mise a gridare Kovalèv. «Ah, buon giorno!»
 «I miei rispetti,» disse l'impiegato canuto, sollevando per un momento gli occhi e abbassandoli di nuovo sulle pile di monete che aveva dinanzi.
 «Vorrei pubblicare...»
 «Permettete. Vi prego d'aspettare un momento,» disse l'impiegato, mettendo con la destra una cifra sulla carta e con due dita della sinistra spostando due palline del pallottoliere. In piedi accanto alla scrivania, con un biglietto in mano, c'era un servitore con i galloni e un aspetto che rivelava la sua appartenenza a una casa aristocratica; costui voleva evidentemente mostrarsi socievole.
 «Credete, signore, il cagnolino non vale otto grìvny, ossia io non darci per lui nemmeno otto gròši, ma la contessa gli vuol bene, perdio, gli vuol bene; ed ecco, darà a chi lo trova cento rubli! A dirla giusta, così come adesso noi due siamo qui, i gusti delle persone non sono affatto gli stessi: se uno è cacciatore, si tiene un bracco o un barbone; non lesina cinquecento rubli, ne dà pure mille, purchè il cane sia buono.»
 Il rispettabile impiegato ascoltava con un viso compreso e, nello stesso tempo, andava conteggiando il numero delle parole nel biglietto che gli era stato dato. Ai due lati c'era una gran quantità di vecchie, di commessi di mercanti e di portieri con dei biglietti. In uno si diceva che si offriva in servizio un cocchiere di sobria condotta; in un altro, che era in vendita un calesse poco usato, importato nel 1814 da Parigi; qua si cedeva in servizio una ragazza di fatica di diciannove anni, addestrata a fare il bucato e buona anche per altri lavori; si offriva un robusto calesse privo di una molla, un giovane cavallo ardente, grigio pomellato, di diciassette anni d'età; nuove sementi di rape e di ravanelli ricevuti da Londra; una daèa, con tutte le comodità: due stalli per i cavalli e un terreno dove si poteva piantare un bellissimo parco di betulle o di abeti; c'era anche un invito a chi desiderasse comprare suole vecchie, con l'indicazione di presentarsi al rivenditore ogni giorno, dalle otto alle tre. La stanza in cui si trovava tutta questa gente era piccola e v'era un'aria straordinariamente pesante, ma l'assessore di collegio Kovalèv non poteva sentire l'odore perchè s'era nascosto nel fazzoletto e perchè il suo naso si trovava Dio sa dove.
 «Egregio signore, permettete che vi chieda... Io ho un bisogno estremo,» disse egli infine con impazienza.
 «Subito, subito! Due rubli e quaranta copeche! All'istante! Un rublo e sessanta copeche!» diceva il signore canuto buttando i biglietti in faccia alle vecchie e ai portieri. «Voi che cosa desiderate?» disse, rivolgendosi finalmente a Kovalèv.
 «Io prego...» disse Kovalèv, «è successa una bricconata, o un imbroglio, ancora adesso non n'esco a saperlo. Io prego solamente di pubblicare che chi mi presenterà quel farabutto riceverà un adeguato compenso.»
 «Permettete di chiedervi come vi chiamate.»
 «No, perchè come mi chiamo? Io non posso dirlo. Ho molti conoscenti, io: la Èechtàreva, consiglieressa di stato, Palagèja Grigòrievna Podtòèina, ufficialessa di stato maggiore... Se per caso venissero a saperlo, Dio mi scampi! Potete semplicemente scrivere: l'assessore di collegio, o, ancor meglio, un individuo che ha il grado di maggiore.»
 «E quello che è scappato era un vostro servitore?»
 «Come, servitore? Questa poi non sarebbe neanche una bricconata così grande! A me è scappato... il naso...»
 «Hm! che strano cognome! E questo signor Nasov vi ha derubato d'una somma ingente?»
 «Naso... cioè... no, non avete capito! Il naso, il mio naso è sparito chissà dove. Il diavolo si è beffato di me!»
 «Ma in che modo è sparito? C'è qualcosa che non riesco a capire, qui.»
 «E io non posso dirvelo in che modo, ma l'essenziale è che adesso lui va in giro per la città e si dice consigliere di stato. E perciò io vi prego di pubblicare che chi lo cattura me lo riporti immediatamente nel più breve tempo possibile. Giudicate voi stesso, come posso stare senza una parte così, visibile del corpo? Non è certo lo stesso d'un qualsiasi mignolo del piede che nella scarpa nessuno vedrebbe se c'è o non c'è. Ogni giovedì io vado dalla consiglieressa di stato Èechtàreva; la Podtòèina, Palagèja Grigòrievna, ufficialessa dello stato maggiore, che ha una figlia molto graziosa, pure lei è un'ottima conoscente, e voi stesso potete giudicare in che stato dunque mi trovi... Adesso non posso più presentarmi da loro.»
 L'impiegato rifletteva, come mostravano le sue labbra fortemente serrate.
 «No, io non posso pubblicare un annuncio simile sul giornale,» disse finalmente, dopo un lungo silenzio.
 «Come? Perchè mai?»
 «Così. Il giornale può perdere la reputazione. Se chiunque si mettesse a scrivere che gli è scappato il naso... Già dicono che si stampano molte assurdità e voci false.»
 «Ma in che cosa sarebbe un'assurdità questo fatto? Mi sembra che qui non ci sia niente di simile.»
 «Sembra a voi che non ci sia. Ma la scorsa settimana, per esempio, c'è già stato un caso del genere. È venuto un impiegato, come adesso siete venuto voi, ha portato un biglietto, il conto ammontava a rubli due e settantatrè e tutto l'annuncio consisteva nel fatto che era scappato un barboncino nero. Che cosa c'era di strano, vi domanderete, no? E invece è venuto fuori che era una burla: il barboncino era un cassiere, non ricordo di quale istituto.»
 «Ma io non vi faccio un annuncio su un barboncino, bensì sul mio proprio naso; dunque, quasi come se lo facessi su me stesso.»
 «No, un annuncio simile non posso pubblicarlo.»
 «Ma il naso m'è sparito davvero!»
 «Se è sparito, è un fatto che riguarda il medico. Dicono che ci sia della gente che sa attaccare qualsiasi naso. Noto comunque che siete una persona di carattere allegro e che vi piace scherzare in società.»
 «Vi giuro quanto è vero Iddio! Del resto, già che siamo arrivati a questo punto, vi mostrerò...»
 «Perchè incomodarvi?» continuò l'impiegato annusando del tabacco. «Però, se non v'incomoda,» soggiunse con un moto di curiosità, «mi piacerebbe darci un'occhiata.»
 L'assessore di collegio si tolse il fazzoletto dalla faccia.
 «Realmente è molto strano!» disse l'impiegato. «il posto è perfettamente liscio, come una frittella appena sfornata. Sì, tanto liscio che non sembra vero!»
 «Be', adesso volete ancora discutere? Vedete anche voi che non si può fare a meno di pubblicare l'annuncio. E io vi sarò particolarmente grato, e sono molto contento che questo caso mi abbia procurato il piacere di far la vostra conoscenza...»
 Il maggiore, come si vede, aveva deciso per questa volta di abbassarsi un poco.
 «Pubblicarlo non è difficile,» disse l'impiegata, «solo che non prevedo che ve ne deriverà alcun vantaggio. Se proprio volete, passate la cosa a qualcuno che abbia una penna abile in modo che ne parli come d'un raro fenomeno della natura e stampi l'articoletto sull'Ape del Nord», a questo punto annusò nuovamente del tabacco, «per l'istruzione della gioventù», a questo punto si soffiò il naso, «o solo così, per la curiosità di tutti.»
 L'assessore di collegio era completamente scoraggiato. Abbassò gli occhi sulla parte inferiore d'un giornale, dove c'era il programma degli spettacoli; e già la sua faccia era atteggiata al sorriso, avendo egli scorto il nome di una certa attrice piuttosto piacente, e la mano gli era corsa alla tasca per vedere se avesse una banconota azzurra, perchè gli ufficiali superiori, secondo l'opinione di Kovalèv, non potevano andare altro che in poltrona, quando il pensiero del naso rovinò tutto!
 Persino l'impiegato sembrava commosso dalla difficile situazione di Kovalèv. Desiderando consolarlo in qualche modo, egli pensò che fosse gentile dire qualcosa per esprimere la propria partecipazione.
 «Davvero mi spiace molto che vi sia successa una storia simile. Non gradireste fiutare una presa di tabacco? Elimina mal di capo e umori cattivi; fa bene anche alle emorroidi.»
 Così dicendo, l'impiegato porse la tabacchiera a Kovalèv dopo averne sollevato con destrezza il coperchio con il ritratto d'una signora in cappellino.
 Questo gesto impulsivo fece uscire dal gangheri Kovalèv.
 «Non capisco come possiate scherzare,» disse con rabbia, «non vedete forse che mi manca proprio ciò che serve a fiutare? Che il diavolo si porti il vostro tabacco! Adesso non posso più neanche vederlo e non solamente il vostro schifoso tabacco di betulla, ma persino se mi aveste offerto del vero râpé.»
 Detto questo, uscì, profondamente seccato, dalla redazione del giornale e si diresse dal commissario del quartiere che era ghiottissimo di zucchero. In casa sua, tutta l'anticamera e così pure la sala da pranzo erano piene di pan di zucchero che i mercanti gli portavano in segno d'amicizia. In quel momento la cuoca stava togliendo al commissario gli stivaloni di servizio; la spada e tutti gli arnesi militari erano già pacificamente appesi agli angoli e il suo bimbo di tre anni giocherellava col minaccioso tricorno, mentre lui, dopo una giornata d'insolenze e di battaglie, si preparava ad assaporare i piaceri della pace domestica.
 Kovalèv entrò da lui nel momento in cui egli si stirava, grugniva e diceva:
 «Eh, me la dormirò beatamente un paio di orette!»
 Perciò si può prevedere come l'arrivo dell'assessore di collegio giungesse del tutto a sproposito. Non so, ma anche se in quel momento gli avesse portato diverse libbre di tè o del panno, ugualmente l'accoglienza non sarebbe stata troppo cordiale. Il commissario era un grande protettore delle arti e delle industrie, ma a tutto preferiva una banconota di stato.
 «È una cosa,» affermava di solito, «che davvero non ce n'è una migliore: da mangiare non ne chiede, di posto ne occupa poco, in una tasca ci sta sempre, se la lasci cadere non si rompe.»
 Il commissario accolse Kovalèv freddamente e disse che dopo il pranzo non è il momento per aprire un'indagine; che la natura stessa ha stabilito che, dopo essersi saziati, ci si riposi un pochetto (dal che l'assessore di collegio potè vedere che al commissario non erano ignote le sentenze degli antichi saggi); che a un uomo perbene non cade il naso e che al mondo c'era un sacco di maggiori d'ogni genere che non avevano neppure la biancheria in ordine e andavano in giro per ogni sorta di luoghi indegni.
 Ossia, non per mandato a dire, ma proprio in faccia! Va notato che Kovalèv era un uomo permalosissimo. Non soltanto egli non poteva perdonare quel che si diceva di lui come uomo, ma non ammetteva in alcun modo che qualcuno si riferisse al titolo o al grado. Riteneva addirittura che nelle rappresentazioni teatrali si potesse lasciar passare tutto ciò che si riferiva ai sottufficiali, ma non si dovessero assolutamente attaccare gli ufficiali. L'accoglienza del commissario lo confuse a tal punto che si mise a scuotere la testa e a dire con un forte senso della propria dignità, allargando le braccia:
 «Confesso che, dopo simili offensivi rilievi da parte vostra, non posso aggiunger nulla...» e se ne andò.
 Arrivò a casa che sentiva appena le gambe sotto di sè. Era già il tramonto. Dopo tutte quelle ricerche infruttuose il suo alloggio gli parve triste e squallido. Entrato in anticamera, vide sul sudicio divano di cuoio il suo servitore Ivàn che se ne stava sdraiato supino, sputava contro il soffitto e con una certa abilità colpiva sempre lo stesso punto. Una simile indifferenza da parte del servitore lo mandò su tutte le furie; lo colpì sulla fronte con il cappello dicendo:
 «Porco che non sei altro, ti occupi sempre di stupidaggini!»
 Ivàn saltò su di colpo dal suo posto e si precipitò a togliergli il mantello.
 Entrato nella sua camera, il maggiore, stanco e triste, si abbandonò in una poltrona e finalmente, dopo alcuni sospiri si disse:
 «Dio mio! Dio mio! Perchè mai una simile disgrazia?
 Fossi senza un braccio o senza una gamba, sarebbe meglio; fossi senza orecchie, sarebbe brutto e tuttavia sempre più sopportabile; ma senza naso lo sa il diavolo che cos'è, un uomo: uccello non è, cittadino nemmeno, è solo qualcosa da prendere e buttar fuori della finestra! E magari me l'avessero mozzato in guerra o in un duello o fossi stato io stesso la causa di ciò, ma è sparito senza un motivo, è sparito senza un perchè, così!... Ma no, non può essere!» aggiunse dopo aver riflettuto un po'. «È inverosimile che un naso sparisca; è inverosimile sotto tutti i punti di vista. Di sicuro sto sognando oppure ho un'allucinazione; forse, per chissà quale sbaglio invece di acqua ho bevuto la vodka con cui mi massaggio il mento dopo essermi fatto la barba. Quello stupido di Ivàn non l'ha messa via e io probabilmente me la sono bevuta.»
 Per accertarsi che non era ubriaco il maggiore si diede un pizzicotto così doloroso che lanciò un grido. Il dolore lo persuase definitivamente che agiva e viveva in piena lucidità. Si avvicinò alla chetichella allo specchio e dapprima serrò stretti gli occhi con l'idea che magari il naso si sarebbe mostrato al proprio posto; ma subito dopo fece un salto indietro esclamando:
 «Che aspetto da buffone!»
 E davvero era incomprensibile. Se fosse sparito un bottone, un cucchiaino d'argento o qualcosa del genere... ma sparire un naso, e inoltre a chi sparire? e per giunta nel suo stesso alloggio!... Il maggiore Kovalèv, considerando tutte le circostanze, concluse che con ogni probabilità la colpa di tutto era dell'ufficialessa superiore Podtòèina, la quale desiderava che lui sposasse sua figlia. Anche a lui piaceva stare un po' dietro alla ragazza, ma evitava un impegno definitivo. Quando infatti l'ufficialessa gli aveva dichiarato apertamente che intendeva dargliela in moglie, lui pian piano aveva fatto marcia indietro con i suoi complimenti, dicendo che era ancora giovane, che doveva prestar servizio per almeno cinque anni per arrivare giusto a quarantadue. Perciò l'ufficialessa, probabilmente per vendetta, s'era decisa a rovinarlo e per far questo aveva assoldato qualche fattucchiera, giacchè non si poteva in alcun modo supporre che il naso fosse stato tagliato: nessuno infatti era entrato nella sua stanza; quanto al barbiere Ivàn Jakovlèviè, gli aveva fatto la barba mercoledì e durante l'intero mercoledì e anche durante tutto il giovedì il suo naso era intatto, questo se lo ricordava bene; inoltre avrebbe sentito del dolore e di certo la ferita non avrebbe potuto cicatrizzarsi così presto ed essere liscia come una frittella. Faceva dei piani nella sua testa: citare formalmente l'ufficialessa in giudizio o presentarsi a lei di persona e smascherarla? Le sue riflessioni furono interrotte da una luce che brillava attraverso tutte le fessure della porta e mostrava che Ivàn aveva già acceso la candela in anticamera. Ben presto comparve anche Ivàn, che recava la candela davanti a sè illuminando tutta la camera. Il primo gesto di Kovalèv fu quello d'afferrare il fazzoletto e di coprire il posto dove il giorno prima c'era ancora il naso, in modo che quello stupido non rimanesse a bocca aperta vedendo che il suo padrone aveva quella stranezza.
 Ivàn non aveva fatto in tempo ad andarsene nella sua tana che in anticamera si udì una voce sconosciuta:
 «Abita qui l'assessore di collegio Kovalèv?»
 «Entrate. Il maggiore Kovalèv è qui,» disse Kovalèv saltando frettolosamente in piedi e aprendo la porta.
 Entrò un funzionario di polizia di bell'aspetto, con basettoni non troppo chiari e non troppo scuri, con guance abbastanza piene, quello stesso che al principio del racconto si trovava all'estremità del Ponte Isakièvskij.
 «Scusate, forse avete perso un naso?»
 «Proprio così.»
 «È stato trovato.»
 «Che cosa dite?» gridò il maggiore Kovalèv.
 La gioia gli tolse la favella. Guardava fisso nei due occhi la guardia di quartiere che stava davanti a lui e sulle cui labbra e guance pienotte la tremolante luce della candela mandava vivi bagliori.
 «In che modo?»
 «In uno strano modo: l'hanno fermato ch'era già quasi in viaggio. Era salito su una diligenza e voleva partire per Riga. Già da tempo aveva un passaporto col nome d'un impiegato. E lo strano è che anch'io in principio l'avevo preso per un signore. Ma, per fortuna, avevo con me gli occhiali e ho visto subito che si trattava d'un naso. Perchè io sono miope e, se vi mettete davanti a me, vedo solamente che avete una faccia, ma non vedo nè il naso , nè la barba, non noto nulla. Anche mia suocera, ossia la madre di mia moglie, non ci vede affatto.»
 Kovalèv era fuori di sè.
 «Dov'è? Dove? Corro subito.»
 «Non preoccupatevi. Sapendo che vi era necessario, l'ho portato con me. E lo strano è che il principale responsabile di tutta questa faccenda è un mascalzone di barbiere della Prospettiva Voznesènskij, che adesso si trova in camera di sicurezza. Da tempo lo sospettavo d'ubriachezza e di furto e anche l'altro ieri in una bottega ha rubato una fila di bottoni. Il vostro naso è precisamente così com'era», nel dir questo la guardia si frugò in una tasca e ne trasse il naso avvolto in un pezzo di carta.
 «È lui!» gridò Kovalèv. «È proprio lui! Oggi prenderete con me una tazza di tè.»
 «Per me sarebbe un grande piacere, ma non posso proprio; di qua devo andare alla casa di correzione... C'è un enorme rincaro di tutti i generi alimentari... A casa mia vive anche mia suocera, ossia la madre di mia moglie, e ci sono i bambini; specialmente il maggiore dà grandi speranze: è un ragazzino molto intelligente, ma non ci sono i mezzi per educarlo.»
 Kovalèv mangiò la foglia e, afferrata sul tavolo una banconota rossa, la ficcò in mano alla guardia che, strisciato un inchino, uscì dalla porta. Subito dopo Kovalèv udì la sua voce in strada, dove la guardia faceva una ramanzina a uno stupido zotico che con il suo carro percorreva proprio il boulevard.
 Quando la guardia se ne fu andata, l'assessore di collegio rimase per qualche minuto in uno stato d'animo piuttosto indefinito, e solo dopo alcuni minuti riacquistò la facoltà di vedere e di sentire: in tale smarrimento l'aveva gettato l'improvvisa gioia! Prese con gran cautela il naso con entrambe le mani e lo guardò ancora una volta con attenzione.
 «È lui, è proprio lui!» mormorò il maggiore Kovalèv. «Ecco anche il foruncolo che era spuntato ieri sulla parte sinistra.»
 Per poco il maggiore non scoppiò a ridere dalla gioia.
 Ma al mondo non c'è nulla di duraturo e perciò anche la gioia, nell'attimo che segue, non è già più così viva; poi essa diventa ancor più debole e, infine, inavvertitamente si confonde con lo stato d'animo abituale, come nell'acqua un cerchio prodotto dalla caduta d'un sassolino finisce per confondersi con la superficie liscia. Kovalèv cominciò a riflettere e capì che la faccenda non era ancora finita: il naso era stato trovato, ma adesso occorreva attaccarlo, rimetterlo al suo posto.
 «E se non si attaccasse?»
 Di fronte a questa domanda che aveva rivolto a se stesso il maggiore impallidì.
 Con un sentimento di indescrivibile terrore si precipitò al tavolo, mise vicino a sè lo specchio per non rischiare di attaccarsi il naso storto. Le mani gli tremavano. Con cautela e circospezione posò il naso al suo giusto posto. Oh, orrore! Il naso non si attaccava!... Allora lo avvicinò alla bocca, lo riscaldò leggermente con il fiato e lo collocò di nuovo sullo spazio liscio che si trovava fra le due guance, ma il naso proprio non si reggeva.
 «Su, insomma, su! Mettiti a posto, scemo!» disse.
 Ma il naso era come di legno e cascava sul tavolo con un rumore strano, come se fosse stato un tappo. La faccia del maggiore si contraeva in una smorfia convulsa.
 «Possibile che non faccia più presa?» si disse in preda allo spavento.
 Ma, per quante volte lo appoggiasse al suo posto, gli sforzi continuavano a restare vani.
 Allora chiamò Ivàn e lo mandò da un dottore che occupava in quella stessa casa l'appartamento migliore, al piano nobile. Questo dottore era un uomo di bell'aspetto, aveva degli stupendi basettoni color pece e una moglie fresca e sana che ogni mattina mangiava delle mele e si teneva la bocca sempre pulita, risciacquandola tutti i giorni quasi per tre quarti d'ora e spazzolando i denti con cinque spazzolini di diverso tipo. Il dottore comparve sull'istante. Dopo aver domandato da quanto tempo fosse successo il guaio, afferrò il maggiore per il mento; con il pollice gli diede un buffetto proprio nel posto dove c'era prima il naso, in modo tale che il maggiore dovette buttare la testa indietro con tanta violenza che sbattè forte la nuca contro il muro. Il medico disse che non era nulla e, dopo avergli detto di staccarsi un poco dal muro, gli ordinò di piegare la testa verso destra e, tastato il posto dove c'era prima il naso, disse «Hmm!» Poi ordinò di piegare la testa verso sinistra e disse «Hmm!» e, a conclusione, gli diede di nuovo un buffetto col pollice in modo che il maggiore impennò la testa come un cavallo a cui si esaminino i denti. Fatta questa prova, il medico scosse il capo e disse:
 «No, non si può. È meglio che restiate così, perchè si potrebbe far di peggio. Attaccarlo si può, si capisce; ve lo attaccherei anche subito, ma vi assicuro che per voi sarebbe peggio.»
 «Bella questa! e come faccio a restare senza naso?» disse Kovalèv. «Peggio di adesso non potrà mai essere. Lo sa soltanto il diavolo come mi trovo! Dove mi posso presentare con uno scherzo simile? Io ho buone conoscenze: ecco, anche oggi devo andare in visita in due case. Conosco molta gente; la consiglieressa di stato Èechtàreva, l'ufficialessa superiore Podtòèina... benchè dopo quello che mi ha fatto non vorrò aver più niente a che fare con lei se non attraverso la polizia. Fatemi il piacere,» aggiunse Kovalèv con voce supplichevole, «non c'è un sistema? Attaccatelo in qualche modo, magari non bene, purchè si regga; potrei persino sostenerlo io un poco con la mano nei momenti pericolosi. Del resto io non ballo, cosa che potrebbe esser dannosa per via di qualche movimento troppo brusco. Per tutto quanto si riferisce alla ricompensa per il disturbo, siate pur certo che nella misura in cui lo consentono i miei mezzi.. .»
 «Credete,» disse il dottore con voce non forte ma neppure sommessa e tuttavia molto esortativa e magnetica, «io non curo mai per interesse. Questo è contrario alle mie regole e alla mia arte. È vero, mi faccio pagare per le visite, ma unicamente per non offendere con un rifiuto. Certo, vi attaccherei il naso, ma vi assicuro sul mio onore, se proprio non volete credere alla mia parola, che sarebbe molto peggio. Lasciate piuttosto che la natura agisca da sè. Lavatevi più spesso con l'acqua fredda e vi garantisco che, pur non avendo il naso, vivrete sano come se l'aveste. Quanto al vostro naso, vi consiglio di metterlo in un barattolo sotto spirito e, ancor meglio, di versarvi due cucchiai da tavola di vodka forte e di aceto riscaldato, e allora potrete ricavarne dei bei soldi. Lo comprerò io stesso se non chiederete troppo.»
 «No, no! non lo vendo a nessun prezzo!» si mise a gridare il maggiore Kovalèv disperato, «che vada perduto, piuttosto!»
 «Scusate!» disse il dottore salutandolo. «io volevo esservi utile... Che farci! Almeno avrete visto che mi sono preoccupato.»
 Detto questo, il dottore uscì austeramente dalla stanza. Kovalèv non ne notò neppure il viso e, nel suo profondo smarrimento, vide solamente i polsini della sua camicia bianca come la neve che sporgevano dalle maniche del frac nero.
 L'indomani stesso, prima di presentare querela, si decise a scrivere all'ufficialessa superiore per sapere se non acconsentisse a restituirgli senza discussioni ciò che gli apparteneva. La lettera era del seguente tenore:

 Egregia signora, Aleksàndra Grigòrievna!
 Non riesco a comprendere il vostro strano modo d'agire. Siate pur certa che comportandovi così voi non ci guadagnerete nulla e non mi costringerete affatto a sposare vostra figlia. Credete pure che la faccenda del mio naso mi è perfettamente nota, così come il fatto che voi ne siete la principale responsabile e non già qualcun altro. Il suo improvviso distacco dal proprio posto, la fuga e il mascheramento, ora sotto le spoglie d'un funzionario, ora infine con le sue vere sembianze, altro non sono che la conseguenza delle magie ordite da voi o da coloro che si esercitano in simili nobili occupazioni. Da parte mia ritengo doveroso avvertirvi che, se il naso da me menzionato non tornerà oggi stesso al suo posto, sarò costretto a ricorrere alla difesa e alla protezione delle leggi.
 Del resto, con assoluta stima verso di voi, ho l'onore di essere il vostro docile servo
 Platòn Kovalèv

 Egregio signore, Platòn Kuzmiè!
 La vostra lettera mi ha straordinariamente stupita. Vi confesso sinceramente che non me la sarei mai aspettata, tanto più in rapporto ai vostri ingiusti rimproveri. Vi faccio osservare che lo non ho mai ricevuto in casa mia il funzionario che voi menzionate, nè mascherato, nè con il suo vero aspetto. È venuto da me Filìpp Ivànoviè Potànèikov, quest'è vero. E benchè, effettivamente, lui aspirasse alla mano di mia figlia, e fosse pure di buona e sobria condotta e molto istruito, io tuttavia non gli ho mai dato alcuna speranza. Voi menzionate anche un naso. Se con questo intendete dire che io avrei inteso lasciarvi con un palmo di naso, ossia opporvi un formale rifiuto, mi stupisce il fatto che voi stesso parliate di questo, in quanto io, come vi è noto, ero assolutamente d'avviso contrario, e se adesso voi voleste legittimamente fidanzarvi con mia figlia, sarei pronta immediatamente a soddisfarvi, giacchè questo ha sempre costituito l'oggetto del mio più vivo desiderio, nella speranza della qual cosa resto sempre pronta ai vostri servigi.
 Aleksàndra Podtòèina
 
 «No,» disse Kovalèv dopo aver letto la lettera. «Sembra che lei non ne abbia nessuna colpa. Non può essere! La lettera non è scritta come la potrebbe scrivere una persona colpevole d'un delitto.»
 L'assessore di collegio se ne intendeva, perchè varie volte era stato inviato a svolgere inchieste, quando ancora si trovava nella regione del Caucaso.
 «In che modo, per quali circostanze è dunque successo? Soltanto il diavolo può vederci chiaro!» disse infine lasciando cadere le braccia.
 Nel frattempo le voci di quell'avvenimento insolito s'erano diffuse in tutta la capitale e, come sempre succede, non senza frange. Proprio in quel periodo l'attenzione della gente tendeva alle cose straordinarie: poco tempo prima tutta la città s'era appassionata a certi esperimenti sugli effetti del magnetismo. Inoltre, la storia delle seggiole che ballavano in via Konjušènnaja era ancora fresca, e non c'è quindi affatto da stupirsi che presto ci si mettesse a dire che il naso dell'assessore di collegio Kovalèv andava a passeggio alle tre in punto sulla Prospettiva Nevsky. Ogni giorno una gran quantità di curiosi affluiva sul posto. Se qualcuno diceva che il naso si trovava nel negozio di Junker, subito la folla faceva ressa in modo che doveva intervenire persino la polizia. Uno speculatore d'aspetto distinto. Con i basettoni, che vendeva all'ingresso del teatro pasticcini raffermi di vario genere, fabbricò apposta dei solidi sgabelli di legno sui quali invitava a sedersi i curiosi per ottanta copechi a testa. Un colonnello a riposo uscì apposta per questo prima del solito da casa e si fece largo tra la folla a fatica, ma con sua grande indignazione, invece del naso, nella vetrina del negozio scorse una normale maglia di lana e una litografia che rappresentava una ragazza nell'atto di tirarsi su una calza insieme a un bellimbusto con un panciotto a risvolti e la barbetta che la guardava da dietro un albero, quadretto che già da più di dieci anni stava in quel posto. Se ne andò indispettito, dicendo:
 «Com'è possibile turbare il popolo con voci così stupide e inverosimili?»
 Poi si sparse la voce che il naso del maggiore Kovalèv non andava a passeggio sulla Prospettiva Nevsky, ma nel Giardino di Tauride; che anzi vi si trovava da un pezzo; che, quando vi abitava, Khozrev-Mirza era assai stupito di questo strano scherzo della natura. Alcuni studenti dell'Accademia chirurgica si diressero a quella volta. Un'illustre e stimata signora chiese con una lettera al custode del Giardino di mostrare ai bambini questo raro fenomeno e, se possibile, anche con una spiegazione istruttiva ed edificante per la gioventù.
 Di tutta la faccenda furon molto contenti i mondani e inevitabili frequentatori dei salotti, ai quali piace far ridere le signore e la cui provvista di bon mots era in quel periodo esaurita. Una piccola parte di persone rispettabili e benintenzionate, invece, era scontenta. Un signore diceva con sdegno di non capire come nel corrente illuminato secolo potessero diffondersi simili assurde invenzioni, e si stupiva come mai il governo non si occupasse della cosa. Come si vede, questo signore apparteneva alla categoria di quelle persone che vorrebbero immischiare il governo in tutto, persino nelle loro liti quotidiane con la moglie. Dopo... ma a questo punto di nuovo tutta la storia viene nascosta da una nebbia e che cosa sia successo in seguito è assolutamente ignoto.

III


 Al mondo succedono le cose più inverosimili. Talvolta manca persino la minima ombra di verosimiglianza: improvvisamente quello stesso naso che era andato in giro con il grado di consigliere di stato e aveva provocato tanto rumore in città, come se niente fosse si trovò di nuovo al suo posto, ossia precisamente fra le due guance del maggiore Kovalèv. Questo accadde il sette di aprile. Svegliatosi e rivolta senza pensarci un'occhiata allo specchio, che cosa vide? il naso! L'afferrò con una mano: era proprio il naso!
 «Ehe!» disse Kovalèv e dalla gioia per poco non si mise a ballare scalzo il trepàk  nella stanza, ma glielo impedì la presenza di Ivan, entrato in quel momento. Allora diede ordine di portargli immediatamente il necessario per lavarsi e, mentre si lavava, diede un'altra occhiata allo specchio: il naso. Strofinandosi con l'asciugamano diede ancora una volta un'occhiata allo specchio: il naso!
 «Guarda un po', Ivàn, mi pare d'avere sul naso un foruncoletto,» disse, e intanto pensava: «Bel guaio se Ivàn dicesse: ma no, signore, non solo non c'è nessun foruncoletto, ma non c'è nemmeno il naso!»
 Ma Ivàn disse:
 «Non c'è niente, nessun foruncoletto: il naso è pulito!»
 «Bene, il diavolo, se lo porti,» si disse il maggiore e fece schioccare le dita. In quell'istante si affacciò sulla porta il barbiere Ivàn Jakovlèviè, ma in un certo modo timoroso come un gatto che sia stato appena frustato per aver rubato dello strutto.
 «Prima dimmi: hai le mani pulite?» gli gridò da lontano Kovalèv.
 «Pulite.»
 «Bugiardo!»
 «Perdio, pulite, signore.»
 «Be', sta attento.»
 Kovalèv si sedette. Ivàn JakovIèviè l'avvolse nell'asciugamano e in un istante, con l'aiuto del pennello, gli trasformò la barba e le guance in una crema simile a quella che si serve in casa dei mercanti nel loro giorno onomastico.
 «Vedi un po'!» disse fra sè Ivàn Jakovlèviè gettando un'occhiata al naso e poi piegò la testa dall'altra parte e lo guardò di traverso. «Ma guarda! Sembra proprio il suo,» continuò e contemplò a lungo il naso. Finalmente, con la massima delicatezza e leggerezza, sollevò due dita con l'intenzione di afferrare il naso per la punta. Perchè tale era il sistema di Ivàn JakovIèviè.
 «Ehi, ehi, sta attento!» si mise a gridare Kovalèv.
 Ivàn Jakovlèviè lasciò cadere le braccia, allibì e si confuse come mai s'era confuso. Infine si mise a raschiare delicatamente con il rasolo sotto il mento e, benchè gli riuscisse molto scomodo e difficile radere senza avere un sostegno nella parte olfattiva del corpo, tuttavia, appoggiandosi in qualche modo con il suo ruvido pollice alla guancia e alla mascella inferiore, superò alla fine tutti gli ostacoli e fece la barba.
 Quando tutto fu pronto, Kovalèv si affrettò a vestirsi, prese una vettura e andò dritto filato in una pasticceria. Entrando, ancora lontano dal banco si mise a gridare:
 «Ehi, ragazzo, una tazza di cioccolato!» e nello stesso momento si guardò nello specchio: il naso c'era. Allora si voltò allegramente indietro e con aria ironica, strizzando un poco gli occhi, guardò due militari uno dei quali aveva un naso che non era di certo più grande del bottone d'un gilet. Dopo di che si recò alla segreteria del ministero dove aveva sollecitato un posto di vice governatore o, in caso d'insuccesso, di esecutore. Attraversando l'anticamera, diede un'occhiata allo specchio: il naso c'era. Poi andò da un altro assessore di collegio o maggiore, grande mattacchione, al quale egli spesso diceva, rispondendo alle sue pungenti osservazioni: «Ehi, io ti conosco, malalingua!»
 Per strada pensava: «Se neanche il maggiore mi ride in faccia nel vedermi, è un segno sicuro che ho tutto davvero a posto.»
 Ma l'assessore di collegio non disse nulla.
 «Bene, bene, lo sa il diavolo!» pensò fra sè Kovalèv. Lungo la strada incontrò l'ufficialessa superiora Podtòèina insieme con la figlia, le salutò e fu accolto da esclamazioni di gioia; dunque niente, in lui non c'era proprio nessun difetto. Chiacchierò con loro a lungo e, tirata fuori la tabacchiera, si riempi entrambe le narici davanti a loro, mentre fra sè andava dicendo: «Ecco qua, donne, razza di galline! Con la figlia comunque non mi sposo. Se fosse semplicemente così, par amour, allora sì, con piacere!» E il maggiore Kovalèv da quel giorno andò in giro come se niente fosse sulla Prospettiva Nevsky, per i teatri e dappertutto. E anche il naso, come se niente fosse, se ne stava sulla sua faccia non dando minimamente l'impressione d'essersene mai allontanato. Dopo d'allora il maggiore Kovalèv fu visto eternamente di buon umore, sorridente, che inseguiva tutte le belle signore senza eccezione, e una volta persino fermo davanti a una bottega al Gostìnyj Dvor nell'atto d'acquistare il nastro d'una certa decorazione, per quali motivi si ignora, giacchè non era cavaliere d'alcun ordine.
 Ecco dunque quale storia accadde nella nordica capitale del nostro vasto stato! Ora soltanto, considerando tutto, vediamo che in essa c'è molto d'inverosimile. Per non dire del fatto che il distacco soprannaturale del naso e la sua comparsa in vari luoghi sotto le spoglie d'un consigliere di stato è una cosa troppo strana. Come aveva potuto Kovalèv non capire che non si può mettere un avviso su un giornale a proposito d'un naso? Non lo dico qui nel senso che il prezzo per l'annuncio sarebbe stato troppo caro: questa è una sciocchezza, io non appartengo affatto al novero delle persone attaccate al denaro. Ma è sconveniente, imbarazzante, non sta bene! E poi ancora: come fece il naso a trovarsi nel pane appena sfornato, e come lo stesso Ivàn Jakovlèviè... Ma la cosa più strana, più incomprensibile di tutte è che degli scrittori possano dedicarsi a simili argomenti. Lo riconosco, questo è davvero inconcepibile, è davvero... no, no, non posso proprio capire. In primo luogo, non ne viene decisamente alcun vantaggio per la patria; in secondo luogo... ma anche in secondo luogo non ne viene alcun vantaggio. Semplicemente non so che mai significhi tutto questo...
 E tuttavia, malgrado ciò, si può anche ammettere e l'una e l'altra cosa, e anche una terza... già, perchè dov'è che non si verificano delle cose inverosimili? E a rifletterci bene, in tutto questo, davvero qualcosa c'è. Si può dir quello che si vuole, ma simili avvenimenti al mondo accadono, di rado ma accadono.

IL RITRATTO

 

Parte prima


 In nessun posto si fermava tanta gente come davanti alla bottega di quadri dello Šèukìn Dvor. Questa bottega costituiva infatti la più eterogenea collezione di cose strane e rare: i quadri per la maggior parte erano dipinti a olio, ricoperti da una vernice verde cupo, montati in cornici pretenziose color giallo scuro. Un inverno con i suoi alberi bianchi; un tramonto completamente rosso, simile al bagliore di un incendio; un contadino fiammingo con la pipa e il braccio spezzato, più simile a un gallo indiano con i polsini che non a un uomo; ecco i loro abituali soggetti. A ciò bisogna aggiungere alcune stampe: il ritratto di KhozrevMirza con il beretto di pelo di montone, altri ritratti di chissà quali generali con il tricorno e con i nasi storti. Alla porta d'una bottega come questa sono inoltre di solito appesi fasci di incisioni popolari su grandi fogli, che testimoniano del nativo talento dell'uomo russo. Su uno di questi fogli c'era la zarevna Miliktrisa Kirbitievna; su un altro la città di Gerusalemme sulle cui case e chiese era profusa senza tanti complimenti una tinta rossastra che dilagava anche in una parte del terreno e perfino su due contadini russi coi guantoni in preghiera. Gli acquirenti di opere del genere di solito non sono molti, ma gli spettatori in compenso sono una folla. Di certo lì davanti c'è qualche servitore ubriacone che sbadiglia, tenendo in mano i recipienti con il pranzo di trattoria per il suo signore che senza dubbio mangerà una minestra non troppo calda. Di certo lì c'è anche un soldato col cappotto, questo cavaliere dei robivecchi, che vende appuntapenne; e una venditrice ambulante del sobborgo di Ochta con una scatola piena di scarpe. Ciascuno si entusiasma a modo suo: i contadini di solito segnano a dito; i cavalieri esaminano con aria seria; i ragazzi che fanno i domestici e i garzoni artigiani ridono e si scherniscono a vicenda mostrandosi le caricature; i vecchi servitori in cappotti di frisia si limitano a guardare al solo scopo di oziare un poco in qualche posto, mentre le venditrici, giovani donne russe, accorrono d'istinto per ascoltare le ciance della gente.
 In un momento del genere, per caso, si fermò davanti alla bottega il giovane artista Èartkòv che passava di lì. Il vecchio cappotto e l'abito non certo elegante mostravano in lui una persona che è devota al proprio lavoro sino all'abnegazione e non ha il tempo di prendersi cura del proprio abbigliamento, sebbene esso abbia pur sempre una misteriosa attrattiva sui giovani. Egli si fermò davanti alla bottega e dapprima rise dentro di sè di quei quadretti mostruosi. Alla fine, però, si trovò a fare un'involontaria riflessione; si mise a pensare a chi potessero essere necessarie opere come quelle. Che il popolo russo ammirasse cose come Eruslàn Lazarèviè, il Mangione e il Bevone, Fomà ed Eremà non gli pareva cosa da stupire: gli oggetti raffigurati erano oltremodo accessibili e comprensibili per il popolo; ma dov'erano i compratori di quelle pitture variopinte, sudicie, lucide di olio? A chi potevano servire quei contadini olandesi, quei paesaggi rossi e turchini che rivelavano qualche pretesa d'arte, ma in cui si manifestava tutta la profonda umiliazione dell'arte stessa? Secondo ogni apparenza non si trattava per nulla delle fatiche d'un bambino autodidatta. Altrimenti, nonostante l'insipido carattere caricaturale dell'insieme, vi si sarebbe avvertito un certo slancio. Lì, invece, si vedevano solamente dell'ottusità, un'impotente e decrepita mancanza di talento che arbitrariamente si schierava nelle file dell'arte, mentre il suo posto era fra i bassi mestieri; una mancanza di talento, tuttavia, così fedele alla propria vocazione, da trasmettere all'arte il proprio carattere di mestiere. Sempre gli stessi colori, la stessa maniera, la stessa mano addestrata e impratichita, che apparteneva più a un rozzo automa che non a un essere umano!... Egli sostò a lungo davanti a quei sudici quadri nemmeno più pensando ad essi; intanto il padrone della bottega, un uomo grigio, con il cappotto di frisia, con una barba non rasa almeno dalla domenica prima, prese a spiegargli qualcosa, a offrire e a contrattare ancor prima di sapere che cosa fosse piaciuto od occorresse a Èartkòv.
 «Ecco, per questi contadini e per il piccolo paesaggio prendo un biglietto bianco. Che pittura! Ti ferisce addirittura l'occhio, li ho appena ricevuti dalla sala vendite, la vernice non s'è ancora asciugata. Oppure, ecco un inverno, prendete l'inverno! Quindici rubli! Solamente la cornice che cosa vale... Guardate che inverno!»
 A questo punto il mercante diede un leggero colpetto alla tela, probabilmente per mostrare tutta la buona qualità dell'inverno.
 «Ordinate di legarli insieme e di portarveli a casa? Dove abitate? Ehi, ragazzo, passami dello spago.»
 «Aspetta, caro, non così in fretta,» disse come destandosi l'artista, vedendo che lo sbrigativo mercante s'era già messo sul serio a legare i quadri.
 Gli era venuta una certa vergogna di non prendere nulla dopo essere rimasto così a lungo nella bottega e perciò disse:
 «Aspetta, voglio vedere in giro se per caso non c'è qualcosa che mi vada», e, chinatosi, si mise a tirar su dal pavimento delle vecchie pitture consunte e impolverate, buttate in un mucchio, che evidentemente non godevano di alcuna considerazione. C'erano vecchi ritratti di famiglia, i cui discendenti probabilmente non esistevano più, figure del tutto irriconcscibili con la tela rotta, cornici ormai prive della doratura; insomma, ogni sorta di decrepiti rifiuti. Ma l'artista si accinse a quest'esame, pensando entro di sè: «Forse qualcosa si può trovare.» Più d'una volta aveva sentito raccontare che in certi casi, presso i venditori di stampacce popolari, in mezzo al bailamme erano stati ritrovati dei quadri di grandi maestri. Il padrone, vedendo dov'egli mirava, aveva abbandonato le sue premure e, assunta la sua posizione abituale e una conveniente imponenza, s'era messo di nuovo davanti alla porta a invitare i passanti e a indicare con una mano la bottega...
 «Qui, bàtjuška, ecco i quadri! Entrate, entrate, sono arrivati dalla sala vendite.»
 Già aveva strillato a sazietà, e per lo più infruttuosamente, aveva pure a sazietà chiacchierato con un venditore di pezze di stoffa, che stava anch'egli sulla porta della sua bottega proprio di fronte a lui, quando, alla fine, ricordandosi che in bottega aveva un compratore, voltò le spalle alla gente e si diresse verso l'interno.
 «Allora, bàtjuška, avete scelto qualcosa?»
 Già da qualche minuto l'artista stava immobile davanti a un ritratto in una grande cornice, che una volta doveva essere stata sontuosa ma sulla quale adesso luccicava appena qualche scaglia della doratura. Si trattava d'un vecchio con una faccia color bronzo, con forti zigomi, dall'aria scarnita; i lineamenti parevano esser stati colti in un istante di contrazione febbrile ed emanavano un vigore non settentrionale. Su di essi era stampato un infuocato mezzogiorno. L'uomo era drappeggiato in un ampio abito asiatico. Per quanto il ritratto fosse impolverato e danneggiato, Èartkòv aveva visto subito, non appena era riuscito a togliere la polvere dalla faccia, l'impronta dell'opera d'un grande artista. Il ritratto sembrava incompiuto, ma la potenza della pennellata era eccezionale. Più straordinari di tutto erano gli occhi: pareva che l'artista vi avesse messo tutta la forza del suo pennello e tutta la passione della sua arte. Essi guardavano, guardavano, si sarebbe detto, fuori del ritratto, quasi distruggendone l'armonia con la loro strana vivezza. Anche la folla ne riceveva la stessa impressione. Una donna che s'era fermata dietro Èartkòv si mise a gridare: «Mi guarda, mi guarda!» e indietreggiò. Èartkòv provò un turbamento incomprensibile, e posò il ritratto a terra.
 «Allora, lo prendete?» disse il padrone.
 «E... quanto?» domandò l'artista.
 «Non ne voglio molto. Datemi tre èetvertàk!»
 «No.»
 «Be', e cosa volete darmi?»
 «Una ventina di copechi,» disse l'artista accingendosi ad andarsene.
 «Eh, che razza di prezzo mi tirate fuori! Ma per venti copechi non si compra nemmeno la cornice. Si vede che avete intenzione di comprare domani. Signore, signore, venite qua! E va bene, datemi venti copechi. Prendetelo, prendetelo, va bene per venti copechi! Ma è solo per cominciare, solo perchè oggi siete il primo cliente.»
 Così dicendo fece un gesto con la mano, come a dire: «Se così dev'essere, pazienza per il quadro!»
 In questo modo Èartkòv si trovò del tutto inaspettatamente ad acquistare il vecchio quadro e nello stesso tempo pensò: «Perchè l'ho comprato? Che cosa me ne faccio?» Ma ormai era andata. Tirò fuori di tasca venti copechi, li diede al padrone, prese il ritratto sotto braccio e se lo portò via. Per strada si ricordò che i venti copechi che aveva dato erano gli ultimi che possedeva. E a un tratto, i suoi pensieri si fecero neri: immediatamente l'assalirono un sentimento di stizza e un gran vuoto nell'anima.
 «Al diavolo! È davvero schifoso vivere al mondo!» si disse con lo stato d'animo del russo a cui le cose vanno male. E quasi meccanicamente si mise a camminare a passi lesti, pieno d'indifferenza verso tutto. La luce rossa del tramonto copriva metà del cielo; le case rivolte in quella direzione erano ancora illuminate dal suo tiepido fulgore, mentre già si accentuava il freddo, azzurrastro, chiarore della luna. A terra cadevano leggere ombre semitrasparenti che venivano riflesse dalle case e dalle gambe dei passanti. L'artista cominciò a poco a poco a guardare il cielo rischiarato da una luce diafana, sottile, incerta, e quasi senza volerlo gli sfuggirono dalla bocca le parole: «Che tonalità leggera!» ma poi subito dopo: «Che rabbia, al diavolo!» E, mettendo a posto il ritratto che gli scivolava continuamente di sotto il braccio, accelerò il passo. Stanco e tutto sudato riuscì finalmente a trascinarsi sino a casa, alla quindicesima linea dell'Isola Vasilièvskij. Con fatica e il fiato mozzo s'arrampicò per le scale inondate di risciacquature e costellate di tracce di gatti e di cani. Al suo colpo alla porta non ci fu risposta: il servitore non era in casa. Allora egli si appoggiò alla finestra e si dispose ad attendere con pazienza; finalmente echeggiarono alle sue spalle i passi d'un ragazzo in camicia blu, il suo galoppino, modello, mesticatore di colori e spazzapavimenti, che subito però sporcava con i suoi stessi stivali. Il ragazzo si chiamava Nikìta e trascorreva tutto il tempo fuori del portone quando il padrone non era in casa. Nikìta si sforzò a lungo di infilare la chiave nel buco della serratura, che non si vedeva assolutamente a cagione dell'oscurità. Infine la porta fu aperta. Èartkòv entrò nella sua anticamera, intollerabilmente fredda, come sempre succede in casa degli artisti, benchè loro non se ne accorgano. Senza dare il cappotto a Nikìta, passò nel suo studio, una stanza quadrata, grande ma bassa, con le finestre gelate, ingombra d'ogni genere di cianfrusaglie artistiche: frammenti di braccia di gesso, cornici avvolte nella tela, schizzi incominciati e abbandonati, drappeggi appesi sugli studi. Era molto stanco: gettò via il cappotto, posò distrattamente fra due piccole tele il ritratto che aveva portato con sè e si buttò su un basso divanetto del quale non si poteva dire che fosse foderato di pelle, perchè la fila di chiodini di rame che una volta la fissava, da tempo se ne stava per conto suo, e anche la pelle rimasta attaccata ai chiodini si era rigonfiata per conto suo, tanto che Nikìta ci ficcava sotto calzini neri, camicie e tutta la biancheria sporca. Sedutosi e poi sdraiatosi per quanto ci si poteva sdraiare su quello stretto divano, egli chiese una candela.
 «Di candele non ce n'è,» disse Nikita.
 «Come non ce n'è?»
 «Da ieri non ce n'è,» disse Nikita.
 Allora l'artista si ricordò che effettivamente anche la sera prima già mancavano le candele, si mise l'animo in pace e tacque. Si fece svestire e indossò il suo pigiama fortemente e abbondantemente logoro.
 «Ancora una cosa,» disse Nikita, «è venuto il padrone di casa.»
 «Be', è venuto per i soldi. Lo so,» disse l'artista con un gesto vago della mano.
 «Ma non è venuto solo,» disse Nikita.
 «E con chi?»
 «Non lo so con chi... credo una guardia.»
 «E perchè la guardia?»
 «Non lo so perchè; ha detto perchè l'alloggio non è stato pagato.»
 «E che vogliono allora?»
 «Io non so cosa vogliono; ha detto: ‹Se non vuole pagare se ne vada allora dall'alloggio.› Torneranno tutt'e due domani.»
 «Che tornino pure,» disse con mesta indifferenza Èartkòv, e fu invaso da una profonda depressione.
 Il giovane Èartkòv era un artista di talento che prometteva molto: a tratti, a lampi il suo pennello rivelava spirito d'osservazione, acutezza, e un vivo slancio verso la natura.
 «Bada, mio caro,» gli aveva detto più d'una volta il professore, «hai del talento; sarebbe un peccato se tu lo rovinassi. Ma sei impaziente. Se qualcosa ti attira, se qualcosa ti piace, tutto il resto per te non conta più nulla, nemmeno vuoi guardarlo. Sta attento a non diventare un pittore alla moda. Già adesso cominci a far gridare troppo il colore. Il tuo disegno non è rigoroso e certe volte persino debole, la linea non si vede; ti metti già a correr dietro alla luce, com'è la moda, a ciò che colpisce di primo acchito; sta attento a non cadere nel genere inglese. Bada, il mondo comincia ad attirarti; certe volte ti vedo addosso un fazzoletto da elegantone, un cappello con il nastro... È una cosa che seduce, ci si lascia andare a dipingere quadretti alla moda, ritrattini per far soldi. Ma, in questa maniera il talento, anzichè svilupparsi, viene meno. Pazienta. Rifletti su ogni lavoro, lascia stare l'eleganza, e che gli altri facciano pure quattrini. Ciò che hai di tuo non lo perderai mai.»
 Il professore aveva solo in parte ragione. Effettivamente, certe volte al nostro artista veniva voglia di far baldoria, di sfoggiare eleganza, insomma di mostrare in qualche modo la sua giovinezza. Ma, nonostante questo, sapeva anche dominarsi. A volte, prendendo in mano il pennello riusciva a dimenticare tutto e si staccava dalla tela come da un meraviglioso sogno interrotto a metà. Il suo gusto si sviluppava in modo sensibile. Non comprendeva ancora tutta la profondità di Raffaello, ma era già attratto dal pennello rapido e arioso di Guido Reni, si soffermava sui ritratti di Tiziano, s'entusiasmava ai Fiamminghi. Ancora l'aspetto annerito che avvolgeva i vecchi quadri gli faceva da schermo, ma già intravedeva in essi qualcosa, sebbene intimamente non fosse d'accordo con il professore che i maestri antichi fossero ormai in modo irraggiungibile lontani da noi; gli sembrava persino che il diciannovesimo secolo in qualcosa li avesse notevolmente superati, che l'imitazione della natura si fosse fatta ora, in qualche misura, più evidente, più viva, più vicina; insomma, egli a questo proposito pensava come la pensano i giovani che hanno già raggiunto qualcosa e lo avvertono nella loro coscienza orgogliosa. Talvolta si sentiva preso dal dispetto quando vedeva che un pittore di passaggio, francese o tedesco, in certi casi neanche pittore per vocazione, ma solo dotato di una maniera divenuta abitudine, suscitava con la destrezza del suo pennello e la vivacità dei colori un gran chiasso, e in un battibaleno si metteva da parte un grosso capitale. Questo non gli veniva in mente quando, tutto preso dal suo lavoro, si dimenticava di bere, di mangiare, e del mondo intero, ma quando alla fine non era più possibile ignorare le necessità, quando non c'era di che comperare pennelli e colori, quando l'ossessionante padrone di casa veniva anche dieci volte al giorno a chiedere l'affitto dell'alloggio, nella sua immaginazione affamata si disegnava allora con invidia la figura del pittore che si arricchiva; gli balenava persino un pensiero che spesso balena nella testa dei russi: abbandonare decisamente tutto e buttarsi allo sbaraglio. Anche adesso era in uno stato d'animo del genere.
 «Sì! pazienta! pazienta!» mormorò con dispetto. «C'è pure un limite anche alla pazienza in fin dei conti! Pazienta! E con quali soldi pranzerò domani? Nessuno mi fa un prestito. E se portassi a vendere tutti i miei quadri e i miei disegni, per tutti insieme mi darebbero venti copeche. Mi sono serviti, certo, questo lo capisco: nessuno è stato fatto per caso, ognuno di essi mi ha insegnato qualcosa. Ma che vantaggio ne ho? Studi, tentativi, e saranno sempre studi, tentativi, e non ci sarà una fine. E chi li comprerà, dato che nessuno conosce il mio nome? A chi interessano i miei disegni che si ispirano agli antichi, oppure il mio incompiuto Amore di Psiche, oppure la prospettiva della mia stanza, o il ritratto del mio Nikìta, benchè sia davvero migliore dei ritratti d'un qualsiasi pittore alla moda? E dunque? Perchè mi tormento e seguito a fare esercizi come uno scolaretto quando potrei brillare non meno degli altri ed essere pieno di soldi come loro?»
 Detto questo, d'improvviso l'artista si mise a tremare e impallidì: protendendosi dalla tela posata a terra, lo fissava una faccia febbrilmente contratta. Due occhi terribili erano puntati proprio su di lui, come pronti a divorarlo; sulle labbra era dipinto l'ordine minaccioso di tacere. Spaventato, fu per gridare e chiamare Nikìta, che in anticamera aveva già cominciato a russare bellicosamente; ma poi, di colpo, si fermò e scoppiò a ridere. La sensazione di terrore si dileguò istantaneamente. Si trattava del ritratto che aveva acquistato e di cui s'era del tutto dimenticato. La luce della luna, entrata nella stanza, era caduta anche su di esso e gli aveva conferito una strana vivezza. Èartkòv si accinse a esaminarlo e a pulirlo. Inzuppò nell'acqua una spugna, la passò varie volte sulla tela, ne tolse quasi tutta la polvere e il sudiciume che vi si erano accumulati e depositati sopra, lo appese davanti a sè alla parete e non potè fare a meno di meravigliarsi ancora di quell'opera straordinaria: il volto appariva quasi vivo, e gli occhi lo guardavano in modo tale che, alla fine, egli trasalì e, indietreggiando, mormorò con voce stupita:
 «Mi guarda, mi guarda con occhi umani!»
 D'improvviso gli venne in mente una storia udita molto tempo prima dal suo professore a proposito d'un ritratto del celebre Leonardo da Vinci, ritratto a cui il grande maestro aveva lavorato per vari anni e continuava a considerare non finito, mentre, secondo le parole del Vasari, era già da tutti riconosciuto come la migliore e la più completa opera d'arte. Più belli di tutto il resto erano gli occhi, che suscitarono la meraviglia dei contemporanei: persino le più sottili vene, quelle appena visibili, non erano state trascurate, ma rese sulla tela. Lì, però, in quel ritratto che adesso stava davanti a lui, c'era qualcosa di strano. Non era più arte: era qualcosa che persino distruggeva l'armonia del ritratto. Erano occhi vivi, occhi umani! Sembrava che fossero stati presi da un uomo vivente e messi lì. Non c'era nemmeno più l'alto godimento che invade l'anima quando si guarda l'opera d'un artista, per quanto orrido sia il soggetto scelto; no, lì c'era qualcosa come una sensazione morbosa, opprimente.
 «Che cos'è questo?» si domandò involontariamente l'artista. «Eppure è natura, natura vivente; perchè dunque questa strana sensazione sgradevole? O forse un'imitazione troppo vera, troppo letterale della natura è già una colpa e sembra un grido stridente, disarmonico? O forse, se tratti un soggetto freddamente, senza sentimento, senza partecipazione, è naturale che esso si presenti nella sua realtà più orribile, non illuminata dalla luce dell'irraggiungibile pensiero che è nascosto in tutte le cose; si presenti come la realtà che scoprirebbe chi, volendo carpire il segreto di una bellissima figura umana, si armasse d'un coltello, la sventrasse, e scoprisse un essere ripugnante. Perchè anche la natura più semplice, più infima, appare in un artista in una certa luce e non genera alcuna impressione di disgusto; al contrario, sembra di provar di fronte ad essa godimento, e dopo tutto scorre e si muove intorno a noi in modo più armonico e regolare? E perchè, invece, la stessa natura in un altro artista sembra bassa, sudicia, sebbene anch'egli sia stato altrettanto fedele alla natura? Perchè non c'è, non c'è quel qualcosa che illumina. È come per un panorama: per quanto stupendo, gli manca sempre qualcosa se in cielo non c'è il sole.»
 Si avvicinò nuovamente al ritratto per esaminare quegli occhi sorprendenti e notò allora con orrore che essi sembravano seguitare a guardare proprio lui. Non si trattava più d'una copia della natura; era la strana vivezza che potrebbe illuminare la faccia d'un cadavere uscito dalla tomba. Fosse la luce della luna, che reca con sè il delirio del sogno e a tutto conferisce altre sembianze, opposte a quelle positive del giorno, o fosse un'altra causa, fatto è che a un tratto, senza sapere perchè, egli aveva cominciato a provar terrore di restare solo nella stanza. Si allontanò in silenzio dal ritratto, si voltò dall'altra parte e si sforzò di non guardarlo, ma intanto, senza volerlo, lo sbirciava di traverso. Finalmente ebbe paura persino di camminare per la stanza; gli sembrava che subito qualcun altro si mettesse a camminargli dietro, e quindi di continuo, timorosamente, si voltava a guardare. Non era mai stato un pauroso, ma la sua immaginazione e i suoi nervi erano delicati, e quella sera non sapeva spiegarsi nemmeno lui il suo timore. Si sedette in un angolo, ma anche qui gli parve che da dietro le spalle qualcuno gli puntasse gli occhi addosso. Neanche il russare di Nikìta, che si udiva dall'anticamera, riusciva a scacciare il suo terrore. Finalmente si alzò, impaurito, senza alzare gli occhi, si ritirò dietro il paravento e si mise a letto. Attraverso le fessure del paravento vedeva la sua stanza illuminata dalla luna e vedeva anche il ritratto appeso proprio di fronte, sul muro. Quegli occhi si fissarono su di lui in modo ancor più terribile, più carico di significato, e parve che volessero guardare solo lui. Pieno d'una sensazione d'angoscia, si decise ad alzarsi dal letto, afferrò il lenzuolo e, accostatosi al ritratto, ve lo avvolse. Fatto questo, si mise a letto più tranquillo; cominciò a pensare alla povertà e al misero destino degli artisti, allo spinoso cammino che lo attendeva nel mondo; e intanto i suoi occhi involontariamente guardavano attraverso una fessura del paravento il ritratto avvolto dal lenzuolo. Lo scintillio della luna rafforzava il biancore del lenzuolo, ed egli ebbe l'impressione che quegli occhi terribili avessero cominciato a brillare persino attraverso il lenzuolo. Con terrore guardò più fissamente, come se volesse sincerarsi che si trattava d'una assurdità. Ma ecco che davvero... ecco che vede, vede chiaramente che il lenzuolo non c'è più... che il ritratto è scoperto e, oltrepassando tutto ciò che c'è intorno, guarda dritto verso di lui, guarda proprio dentro di lui... Gli si gela il cuore. E vede: il vecchio si è mosso e a un tratto si è appoggiato alla cornice con entrambe le mani. Infine si solleva sulle braccia, allunga fuori le gambe, si stacca dalla cornice... Attraverso la fessura del paravento non si vede ormai che la cornice vuota. Nella camera rintrona un rumore di passi, che si fa sempre più vicino, più vicino al paravento. Il cuore del povero artista cominciò a battere furiosamente. Con il respiro che gli veniva meno per il terrore aspettava che da un momento all'altro il vecchio si affacciasse a guardarlo da dietro il paravento. Ed ecco che avvenne proprio questo, egli s'affacciò da dietro il paravento a guardarlo, sempre con quel suo viso bronzeo e muovendo i suoi grandi occhi. Èartkòv fece uno sforzo per gridare e sentì di non avere voce; si sforzò di muoversi, di fare un movimento qualsiasi, ma le sue membra restarono ferme. Con la bocca spalancata e il respiro mozzo guardava quel terribile fantasma, alto, ricoperto da una specie d'ampia veste asiatica, aspettando di vedere che cosa avrebbe fatto. Il vecchio si sedette quasi ai suoi piedi e tirò fuori qualcosa di sotto le pieghe del suo ampio abito. Era un sacchetto. Il vecchio lo slegò e, afferratolo per le due estremità, lo scosse: con un rumore sordo caddero a terra dei rotoli piuttosto pesanti simili a lunghe colonnine; ognuno era avvolto in una carta azzurra e su ognuno stava scritto: 1000 ducati. Con le sue lunghe mani ossute il vecchio cominciò a svolgere i rotoli. L'oro scintillò. Per quanto forti fossero la sensazione d'angoscia e il folle terrore dell'artista, egli si concentrò tutto sull'oro, guardando immobile come esso usciva dalle mani ossute, e scintillava, e tintinnava con un suono squillante, e poi di nuovo s'avvolgeva in rotolo. A questo punto notò un involto che era rotolato più lontano dagli altri, proprio accanto a uno dei piedi del letto, vicino al capezzale. L'afferrò quasi convulsamente e, pieno di terrore, guardò se il vecchio non se ne fosse accorto. Ma il vecchio pareva molto occupato. Radunò tutti i suoi involti, li rimise nel sacco e, senza nemmeno dare un'occhiata a Èartkòv, scomparve dietro il paravento. Il cuore di Èartkòv battè forte quand'egli sentì echeggiare nella stanza il fruscio dei passi che si allontanavano. Strinse con più forza l'involto nella mano, tremando in tutto il corpo, e, a un tratto, sentì che i passi si avvicinavano di nuovo al paravento: evidentemente il vecchio s'era accorto che mancava un rotolo. Ed eccolo: di nuovo lo guardava da dietro il paravento. Pieno di disperazione, Èartkòv strinse con tutta l'energia che aveva il rotolo nella mano, si sforzò di muoversi, gettò un grido e si svegliò. Era tutto coperto di un freddo sudore; sentiva nel petto un'oppressione come se stesse per emettere l'ultimo respiro.
 «Possibile che sia stato un sogno?» disse, afferrandosi la testa con tutt'e due le mani. La tremenda vivezza della visione non somigliava a un sogno... Già da sveglio aveva visto il vecchio ritirarsi dentro la cornice, e gli era persino apparsa una falda dell'ampia veste; la sua mano serbava, come un istante prima, il senso preciso di qualcosa di pesante. La luce della luna rischiarava la stanza facendo emergere dagli angoli bui là una tela, qui una mano di gesso, o un drappeggio abbandonato su una sedia, o i pantaloni e gli stivali sporchi. Soltanto a questo punto egli si accorse che non si trovava a letto, ma era in piedi, proprio davanti al ritratto. Come fosse arrivato sin lì, questo non riusciva assolutamente a capirlo. Ancor più lo stupiva il fatto che il ritratto fosse scoperto e su di esso non vi fosse più il lenzuolo. Èartkòv fissò il quadro con immobile terrore e vide quei viventi occhi umani conficcarsi dritti dentro i suoi. Un freddo sudore gli coprì il viso; avrebbe voluto allontanarsi, ma sentiva che le sue gambe erano come inchiodate al pavimento. E allora vide che non era più un sogno, che i lineamenti del vecchio si muovevano e le sue labbra cominciavano a protendersi verso di lui come se volessero succhiarlo... Con un urlo di disperazione fece un balzo indietro e si destò.
 «Possibile che anche questo sia stato un sogno?» Con il cuore che gli batteva tanto da spezzarsi tastò con le mani intorno a sè. Sì, era a letto ed esattamente nella stessa posizione in cui s'era addormentato. Davanti a lui, il paravento: la luce della luna riempiva la stanza. Attraverso, la fessura del paravento si vedeva il ritratto ben coperto dal lenzuolo, come lui stesso l'aveva avvolto. Dunque era stato un sogno! Ma la sua mano contratta provava ancora la sensazione di stringere qualcosa. Il battito del cuore era violento, pauroso; il peso sul petto insopportabile. Puntò gli occhi sulla fessura e guardò attentamente il lenzuolo. Ed ecco: vide chiaramente che il lenzuolo cominciava ad aprirsi, come se sotto di esso delle braccia si agitassero e si sforzassero di allontanarlo.
 «Signore Iddio, ma cosa succede?» gridò egli facendosi disperatamente il segno della croce. E si svegliò. E dunque anche questo era stato un sogno! Saltò giù dal letto, impazzito, fuori di sè.. senza saper spiegare cosa gli stesse accadendo, se fosse l'oppressione d'un incubo o di un fantasma della casa, il delirio della febbre o uno spettro vivo. Sforzandosi di calmare in qualche modo l'agitazione dello spirito e il sangue in tumulto che pulsava con ritmo frenetico in tutte le sue vene, si avvicinò alla finestra e aprì l'imposta.
 Il vento freddo e profumato lo rianimò. La luce della luna si posava ancora sui tetti e sui muri bianchi delle case, benchè grandi nuvole avessero cominciato a passare più frequenti nel cielo. Tutto era silenzioso: di lontano giungeva all'udito il tintinnio della carrozza d'un vetturino che dormiva in qualche invisibile vicolo, cullato dalla sua pigra rozza, in attesa d'un cliente ritardatario. Sporgendo la testa dalla finestra egli guardò a lungo. Nel cielo si avvertivano già i segni dell'alba vicina; sentì infine che la sonnolenza l'assaliva, chiuse l'imposta, si allontanò dalla finestra, si buttò sul letto e ben presto sprofondò come morto nel sonno.
 Si destò molto tardi e sentì una sensazione spiacevole come se avesse respirato a lungo aria malsana, e ne fosse quasi asfissiato: la testa gli doleva. Nella camera c'era una luce fioca: una sgradevole umidità era diffusa nell'aria e filtrava attraverso le fessure delle finestre, le pareti erano ricoperte di quadri e di tele preparate. Rannuvolato, scontento come un gallo bagnato, si sedette sul suo divano rotto non sapendo nemmeno lui cosa mettersi a fare, e finalmente rammentò tutto il suo sogno. Man mano che lo ricordava, esso gli si presentava all'immaginazione come qualcosa di penosamente vivo, così che egli cominciò persino a dubitare se si fosse trattato d'un sogno o d'un semplice delirio, o se non fosse stato qualcosa d'altro, se non fosse stata un'apparizione. Tolto il lenzuolo, esaminò alla luce del giorno il terribile ritratto. Gli occhi, sì, colpivano per la loro insolita vivezza, ma egli non vi trovò nulla di particolarmente pauroso; soltanto, in un certo modo, gli lasciavano nell'anima una sorta d'impressione inspiegabile, sgradevole. Però, malgrado tutto, non riusciva ancora a convincersi che si fosse trattato solo d'un sogno. Gli pareva che in mezzo al sogno ci fosse qualcos'altro, una specie di spaventoso frammento di realtà. Gli pareva che persino nello sguardo e nell'espressione del vecchio qualcosa, non so come, rivelasse che egli era stato da lui quella notte; la sua mano serbava l'impressione di qualcosa di pesante, che qualcuno gli avesse strappato non più di un minuto prima. Gli pareva che se solo avesse tenuto un po' più forte il rotolo, esso gli sarebbe rimasto in mano anche dopo il risveglio.
 «Dio mio, avere anche soltanto una parte di quei soldi!» disse dopo un profondo sospiro, e nella sua immaginazione cominciarono a riversarsi dal sacco tutti i rotoli su cui aveva visto la scritta seducente: 1000 ducati. I rotoli si aprivano, l'oro scintillava, poi si riavvolgevano, e lui sedeva, gli occhi immobili e insensati fissi nel vuoto, incapace di distaccarsi da quella vista, come un bambino che sta seduto di fronte a un dolce e, inghiottendo la saliva, vede che altri se lo mangiano. Finalmente alla porta echeggiò un colpo che lo costrinse a tornare sgradevolmente in sè. Entrò il padrone di casa con il commissario del quartiere, la cui comparsa, com'è noto, è per la piccola gente ancora più spiacevole di quanto sia per i ricchi la faccia d'un questuante. Il padrone dell'appartamentino in cui abitava Èartkòv era un essere del genere di tutti i proprietari di case situate nella quindicesima linea dell'Isola Vasilièvskij, o nel Quartiere Peterburgskij o nella parte più remota del Quartiere Kolòmna, un essere come in Russia ce ne sono in quantità e il cui carattere è tanto difficile da definire quanto il colore d'una giacca troppo usata. Nella sua giovinezza era stato un urlante capitano, poi aveva svolto anche funzioni civili, era un maestro nel fustigare, un uomo accorto, e un elegantone, e in definitiva uno stupido; ma in vecchiaia tutte queste particolarità si erano fuse in una opaca indeterminatezza. Era vedovo, ormai in pensione, aveva perso ogni pretesa d'eleganza, non si vantava, non si dava arie, gli piaceva semplicemente bere il tè chiacchierando d'ogni sciocchezza; passeggiava per la stanza, rimetteva a posto il mozzicone della candela di sego; accuratamente, allo scadere d'ogni mese, si faceva vedere dai suoi inquilini per riscuotere l'affitto, usciva in strada con la chiave in mano per guardare il tetto della sua casa; aveva cacciato varie volte il portiere dal suo covo, dove si nascondeva per dormire: insomma, era un tipo di pensionato a cui, dopo tutta una vita sregolata e gli scossoni delle carrozze di posta, restavano solamente abitudini meschine.
 «Degnatevi voi stesso di vedere, Varùch Kuzmìè,» disse il padrone rivolgendosi al commissario del quartiere e allargando le braccia, «non mi paga l'alloggio, non paga.»
 «Che posso farci, se non ho soldi? Aspettate e pagherò.»
 «Io, carissimo, non posso aspettare,» disse il padrone furioso, facendo un gesto con la chiave che teneva in mano, «da me ci vive il colonnello Potogònkin, ci vive già da sette anni; Anna Petròvna Buchmistèrova affitta pure la rimessa e la stalla, due stallaggi, ha tre persone di servizio: ecco che inquilini ho io. Io, per dirvela sinceramente, non ho una stanza dove non si paghi l'affitto. Degnatevi di pagare immediatamente oppure d'andarvene a spasso.»
 «Già, dato che così è stabilito, vedete di pagare,» disse il commissario del quartiere, scuotendo leggermente la testa e mettendo un dito su un bottone della sua uniforme.
 «E con cosa pago? È una parola! Attualmente non ho neppure un centesimo.»
 «In tal caso, potreste soddisfare Ivàn Petroviè con i prodotti della vostra professione,» disse il commissario, «forse lui accetta di prendere dei quadri.»
 «No, bàtjuška, per i quadri tante grazie. Fossero almeno dei quadri con un contenuto virtuoso, da poter appendere alle pareti, magari un generale con una decorazione o un ritratto del principe Kutuzòv, ma lui si mette a disegnare un contadino, un contadino in camiciotto, il servitore che gli mescola i colori! Doveva disegnare proprio il ritratto di quel maiale! Ma io gli torco il collo, perchè m'ha strappato tutti i chiodi dai chiavistelli, farabutto! Ecco, guardate che soggetti: disegna la stanza! Almeno avesse scelto la camera bene in ordine, rassettata, ma ecco come l'ha disegnata: con tutte le cianfrusaglie e la sporcizia che c'è intorno. Ecco, guardate come mi ha insudiciato tutta la stanza; degnatevi voi stesso di constatare. Ma da me vivono inquilini già da sette anni, colonnelli, la Buchmistèrova Anna Petròvna... No, ve lo dico io, non c'è inquilino peggiore d'un pittore: vive come un porco, davvero come un pagano.»
 Il povero pittore stava ad ascoltare tutto questo con rassegnazione. Nel frattempo il commissario del quartiere si era messo a esaminare i quadri e i disegni e mostrava d'avere un'anima più ricettiva di quella del padrone, persino non insensibile all'arte.
 «Eh,» disse, puntando il dito su una tela dov'era raffigurata una donna nuda, «un soggetto, direi... giocoso. E perchè qui è così scuro, sotto il naso? Si rimpinzava di tabacco forse?»
 «È un'ombra,» rispose severamente Èartkòv senza rivolgergli lo sguardo.
 «Be', si poteva mettere in qualche altro posto, perchè sotto il naso è un posto troppo in vista,» disse il commissario, «e questo ritratto di chi è?» proseguì, avvicinandosi al ritratto del vecchio, «questo, poi, è proprio spaventoso. Chissà se è stato davvero così terribile! Accidenti, sembra proprio che guardi. Eh, che razza di Capitan Tempesta! A chi l'avete fatto?»
 «Ah, questo, a un...» disse Èartkòv, ma non terminò la frase: si udì uno scricchiolio.
 Evidentemente il commissario a causa delle sue rudi mani poliziesche aveva afferrato con troppa forza la cornice del ritratto; le assicelle laterali si ruppero, una di esse cadde sul pavimento e, insieme ad essa, cadde con un pesante tintinnio un rotolo di carta blu. A Èartkòv balzò subito agli occhi la scritta: 1000 ducati. Come un pazzo si precipitò a raccattare il rotolo, l'afferrò e lo strinse febbrilmente nella mano che si abbassò per il peso.
 «A quanto pare, sono soldi che hanno fatto quel tintinnio,» disse il commissario del quartiere che aveva udito il rumore di qualcosa caduto sul pavimento, ma non aveva fatto in tempo a vedere di che si trattasse per la rapidità con cui Èartkòv s'era precipitato a raccattare.
 «E a voi che importa sapere cosa sono?»
 «Importa per il fatto che adesso voi dovete pagare il padrone per l'alloggio; che avete soldi, ma non volete pagare, ecco com'è.»
 «D'accordo, pagherò oggi.»
 «Bene. E perchè non avete voluto pagarlo prima, causando fastidio al padrone e mettendo in allarme anche la polizia?»
 «Perchè non volevo toccare questi soldi; questa sera gli pagherò tutto e me ne andrò dall'alloggio domani stesso, perchè non voglio restare presso un simile padrone.»
 «Orsù, Ivàn Ivànoviè, lui vi pagherà ,» disse il commissario rivolgendosi al padrone. «Ma se stasera stessa non doveste essere soddisfatto come si deve, allora, signor pittore, ci scuserete...»
 Detto questo, si mise il suo tricorno e uscì nel vestibolo; dietro di lui uscì il padrone con la testa bassa e, almeno sembrava, con l'aria alquanto meditabonda.
 «Grazie a Dio, che il diavolo se li porti!» disse Èartkòv non appena udì chiudersi la porta dell'anticamera.
 Diede un'occhiata in anticamera, spedì via Nikìta per qualche faccenda in modo da essere completamente solo, chiuse alle sue spalle la porta, e, ritornato nella sua stanza, con il cuore in tumulto si accinse a svolgere il rotolo.
 Era pieno di ducati, tutti nuovi dal primo all'ultimo, brillanti come il fuoco. Quasi impazzito, egli si sedette davanti al mucchietto d'oro, chiedendosi ancora se tutto non fosse un sogno. Nell'involto ce n'erano esattamente mille; e avevano lo stesso aspetto di come li aveva sognati. Per alcuni minuti li contò, li esaminò, e non riusciva ancora a tornare in sè. Nella sua immaginazione riemersero a un tratto tutte le storie di tesori, di scrigni con cassettini segreti, lasciati dagli avi per i loro nipoti in miseria, nella ferma convinzione della loro futura situazione fallimentare. Pensava così: forse anche adesso qualche nonnino aveva avuto l'idea di lasciare a suo nipote un regalo nascondendolo nella cornice d'un ritratto di famiglia. Pieno di romantico delirio, si mise persino a pensare se lì non ci fosse qualche misterioso nesso con il suo destino, se l'esistenza del ritratto non si legasse con la sua esistenza, e lo stesso acquisto di esso non fosse già una sorta di predeterminazione. Si accinse a esaminare con curiosità la cornice del ritratto. In un fianco di essa era stato intagliato un incavo, nascosto da un'assicella in modo così abile e invisibile che se la mano robusta del commissario del quartiere non avesse provocato la rottura, i ducati se ne sarebbero rimasti tranquilli in quel posto fino alla fine dei secoli. Esaminando il ritratto egli si stupì di nuovo per la perfezione dell'opera, per la straordinaria fattura degli occhi: essi non gli sembravano ormai più terribili, eppure ogni volta che li guardava gli restava nell'anima, senza che lo volesse, una sensazione spiacevole.
 «Bene,» disse a se stesso, «chiunque tu fossi, nonnino, io ti metterò sotto vetro e ti farò una cornice d'oro.»
 A questo punto la sua mano si appoggiò sul mucchio d'oro che gli stava dinanzi e a questo contatto il cuore gli battè con forza.
 «Che cosa farne?» pensò, fissandovi sopra gli occhi. «Adesso sono tranquillo almeno per tre anni; posso chiudermi in una stanza, lavorare. Ce n'è per i colori, per mangiare, per il tè, per il mantenimento, per l'alloggio; nessuno ora verrà più a disturbarmi e a seccarmi: mi comprerò un ottimo manichino, ordinerò un busto di gesso, modellerò dei piedi, mi metterò qui una Venere, mi comprerò le riproduzioni dei principali quadri. E se lavorerò tre anni per me stesso, senz'aver fretta, non per vendere, supererò tutti e potrò diventare un grande artista.»
 Così parlava secondo quanto gli suggeriva la ragione; ma dentro di lui echeggiava un'altra voce più forte e più chiara. E quando diede ancora una volta un'occhiata all'oro, ecco che in lui cominciarono a far sentire la loro voce i suoi ventidue anni e la sua giovinezza. Adesso era in suo potere tutto ciò a cui sinora aveva guardato con occhi pieni d'invidia, che aveva ammirato da lontano, inghiottendo la saliva. Oh, come gli battè il cuore non appena pensò a questo! Indossare un frac alla moda, mangiare a volontà dopo lunghi digiuni, prendere in affitto un appartamento di lusso, andare subito a teatro, in pasticceria... e tutto il resto; e così, afferrato il denaro, eccolo già in strada. Prima di tutto andò da un sarto, si rivestì da capo a piedi, e, come un bambino, non si stancava di ammirarsi; comprò dei profumi, delle pomate; senza contrattare prese in affitto il primo sontuoso appartamento che gli capitò sulla Prospettiva Nevsky, con specchi e vetri intatti; in un negozio comprò con disinvoltura un costoso occhialino, in un altro, sempre con gran disinvoltura, un mucchio di cravatte d'ogni sorta, più di quante gliene occorressero; da un barbiere si fece fare i riccioli, per due volte fece il giro della città in carrozza senza alcun motivo, si rimpinzò di dolciumi in una pasticceria e poi andò in un ristorante francese del quale fino allora aveva sentito parlare in modo non meno vago che dell'impero cinese. Qui pranzò dandosi delle arie, gettando sguardi sdegnosi verso gli altri e aggiustandosi di continuo i riccioli davanti allo specchio. Bevve una bottiglia di champagne; anche di questo, fino allora, ne sapeva solo per sentito dire. Il vino gli ronzava un po' nella testa e allora uscì in strada, vivace, arzillo; secondo il detto russo: un vero diavolaccio.
 Prese a camminare sul marciapiede come un galletto, puntando su tutti il suo occhialino. Sul ponte scorse il suo professore e sgattaiolò baldanzosamente davanti a lui come se non l'avesse notato affatto, tanto che il professore, allibito, rimase per un bel pezzo a guardarlo con la faccia a punto interrogativo. Tutti gli oggetti e quanto possedeva: cavalletto, tela, quadri furono trasportati quella sera stessa nell'appartamento sontuoso. Dispose quanto aveva di meglio nei punti in vista, gettò in un angolo le cose peggiori e si mise a passeggiare per le stupende stanze sbirciandosi continuamente nello specchio. Nella sua anima nacque il desiderio invincibile di afferrare subito la gloria per la coda e di mostrarsi al mondo. Già gli pareva di sentir gridare:
 «Èartkòv! Èartkòv! Avete visto il quadro di Èartkòv? Che pennello veloce ha quel Èartkòv! Che genio quel Èartkòv!»
 Camminava per la sua stanza in uno stato d'esaltazione, si sentiva trasportare chissà dove. Subito, il giorno seguente, presa una decina di ducati, si diresse dal direttore di un giornale di larga diffusione chiedendo una disinteressata collaborazione; fu accolto cordialmente dal giornalista che subito lo chiamò «riveritissimo», gli strinse tutt'e due le mani, gli domandò dettagliatamente nome, patronimico, indirizzo; e il giorno dopo apparve sul giornale, subito dopo la notizia di certe candele di sego di nuova invenzione, un articolo dal seguente titolo:

 LE STRAORDINARIE DOTI DI ÈARTLÒV

 Ci affrettiamo a far cosa gradita agli abitanti istruiti della capitale informandoli d'una scoperta che, possiamo dire, è meravigliosa sotto tutti i riguardi. Tutti sanno che da noi esistono meravigliose fisionomie e meravigliosi volti, ma finora non c'era il mezzo di riportarli sulla tela al fine di trasmetterli alla posterità; adesso questa lacuna è stata colmata: s'è trovato un artista che possiede quanto necessario. Adesso una bella donna può essere sicura d'essere riprodotta in tutta la grazia della propria venustà, aerea, leggera, incantevole, leggiadra, simile alle farfalle che volteggiano fra i fiori di primavera. Un riverito padre di famiglia si vedrà circondato dai suoi cari. Un mercante, un guerriero, un cittadino, un uomo di stato: ciascuno con nuovo zelo continuerà ad esser vivo nella sua opera. Affrettatevi, affrettatevi, accorrete dal passeggio, sia che siate in strada per andare da un amico, o da una cugina, o in un negozio alla moda, affrettatevi, dovunque vi troviate. Lo stupendo studio dell'artista (Prospettiva Nevsky, numero tale) è tutto tappezzato di ritratti usciti dal suo pennello degno dei Van Dyck e dei Tiziano. Non si sa di che cosa più stupirsi, se della fedeltà e della somiglianza agli originali o della straordinaria freschezza del pennello. Lode a te, artista. Tu hai estratto il biglietto vincente della lotteria. Vivat, Andrèj Petròvic (il giornalista, come si vede, amava la familiarità)! Copri di gloria te stesso e noi! Noi sapremo apprezzarti. L'affluenza generale e, insieme con questo, il denaro - benché certuni della nostra confraternita giornalistica parlino male di esso - saranno la tua ricompensa!
 
 L'artista lesse quest'articolo con segreto piacere; la sua faccia era raggiante. Dunque, di lui si parlava sulla stampa: questa era una novità e lesse e rilesse parecchie volte quelle righe. Il paragone con Van Dick e con Tiziano lo lusingò. La frase «Vivat, Andrèj Petròviè!» gli piacque anch'essa moltissimo; sulla stampa lo chiamavano per nome e patronimico: un onore che finora gli era completamente sconosciuto.
 Cominciò a camminare a passi rapidi per la stanza, scompigliandosi i capelli, sedendosi ora su una seggiola, poi balzando su e sedendosi sul divano, immaginando continuamente come avrebbe ricevuto i visitatori e le visitatrici; si avvicinava a una tela e vi tracciava un'ardita pennellata, cercando di conferire un movimento aggraziato alla mano.
 E giorno dopo suonò il campanello della sua porta; egli corse ad aprire; entrò una signora accompagnata da un lacchè con un cappotto di pelliccia e, insieme con la signora, una giovane fanciulla diciottenne, sua figlia.
 «Voi siete monsieur Èartkòv?» disse la signora.
 L'artista s'inchinò.
 «Di voi scrivono moltissimo; i vostri ritratti, si dice, sono la perfezione stessa.» Detto questo, la signora portò l'occhialino al naso e corse a esaminare rapidamente le pareti sulle quali però non c'era nulla. «Ma dove sono i vostri ritratti?»
 «Li hanno portati via,» disse l'artista confondendosi un poco, «ho traslocato appena adesso in quest'appartamento, così sono ancora in viaggio... non sono ancora arrivati.»
 «Eravate in Italia?» disse la signora puntando l'occhialino su di lui dato che non aveva altro da esaminare.
 «No, non ci sono stato, ma volevo andarci... insomma, per il momento ho rimandato... Ecco una poltrona, sarete stanca...»
 «Vi ringrazio, sono rimasta a lungo seduta in carrozza. Ah, ecco finalmente vedo un vostro lavoro!» disse la signora correndo verso la parete opposta e puntando l'occhialino sui suoi studi, programmi, prospettive e ritratti che stavano sul pavimento: «C'est charmant, Lise, Lise, venez ici: un interno nel gusto di Téniers, vedi: disordine, disordine, un tavolo, su di esso un busto, una mano, una tavolozza, ecco la polvere, vedi com'è disegnata la polvere! C'est charmant. Ed ecco su quell'altra tela una donna che si lava la faccia, quelle jolie figure! Ah, un contadinello! Lise, Lise, un contadinello in camicia russa! Guarda: un contadinello! Durique voi non fate soltanto ritratti?»
 «Oh, queste sono sciocchezze... Così, per gioco... Sono studi...»
 «Dite, che opinione avete dei ritrattisti d'oggi? Non è vero che oggi non ne esistono più come Tiziano? Non c'è quella forza nel colore, non c'è nulla... che peccato che io non sappia esprimervi in russo quel che penso.» La signora era un appassionata di pittura e aveva fatto il giro di tutte le gallerie dell'Italia con il suo occhialino. «E tuttavia monsieur Nol... ah, come dipinge! Che pennello straordinario! Io trovo che c'è' persino più o espressione nei suoi visi che in quelli di Tiziano. Voi non conoscete monsieur Nol?»
 «Chi è questo Nol?» domandò l'artista.
 «Monsieur Nol. Ah, che ingegno! Ha dipinto il suo ritratto quando aveva dodici anni. Bisogna che voi veniate assolutamente a casa nostra. Lise. gli mostrerai il tuo album. Sapete, siamo venute perchè voi cominciate immediatamente il suo ritratto.»
 «Certo, posso cominciare subito.»
 E, in un istante, egli avvicinò il cavalletto con una tela già pronta, prese in mano la tavolozza, fissò lo sguardo nel volto pallido della figlia. Se fosse stato un conoscitore della natura umana, egli vi avrebbe letto a prima vista il nascere d'una passione infantile per i balli, la noia per la lunghezza del tempo prima di pranzo e dopo il pranzo, il desiderio di correre alla passeggiata con un abito nuovo, le tracce pesanti di un'applicazione alle varie arti che la lasciava del tutto fredda, ma era suggerita dalla madre per elevare l'anima e i sentimenti. Invece, in quel tenero visetto l'artista vide soltanto la trasparenza di porcellana dell'incarnato, un lieve affascinante languore, il sottile collo luminoso e l'aristocratica sottigliezza della vita. E già in anticipo si preparava a trionfare, a mostrare come fosse delicato e brillante il suo pennello, che finora aveva avuto a che fare solo con i lineamenti duri di rozzi modelli, con i severi antichi e con le copie dei maestri classici. Già s'immaginava nel pensiero come gli sarebbe riuscito quel volto delicato.
 «Sapete,» disse la signora con un'espressione del volto quasi commovente, «vorrei... adesso lei ha quest'abito; ma lo confesso, vorrei che adesso non indossasse questo che conosciamo troppo bene; vorrei che fosse vestita in modo semplice e sedesse all'ombra degli alberi, sullo sfondo dei campi, che ci fosse un gregge in lontananza, oppure un bosco... che non avesse l'aria di stare andando da qualche parte come a un ballo o a una serata brillante. I nostri balli, lo riconosco, uccidono in tal modo l'anima, in tal modo mortificano ogni residuo di sentimento... di semplicità, ci vorrebbe più semplicità.» (Ahimè! sulle facce della madre e della figlia stava scritto che s'erano talmente consumate nei balli da diventare tutt'e due quasi come di cera.)
 Èartkòv si mise all'opera, fece sedere la signorina, stabilì mentalmente cosa dovesse fare; mosse nell'aria il pennello fissando nella sua mente i punti; socchiuse un poco un occhio, indietreggiò, guardò da lontano e nello spazio di un'ora incominciò e terminò il primo abbozzo. Soddisfatto, si mise a dipingere; il lavoro lo ispirava. Già aveva dimenticato tutto, aveva dimenticato persino di trovarsi in presenza di dame aristocratiche, aveva persino cominciato a esibire ogni tanto certi modi da pittore, pronunciando ad alta voce vari suoni, talvolta canterellando, come accadde a un artista immerso con tutta l'anima nel suo lavoro. Senza nessuna cerimonia, solo con un movimento del pennello indicava alla sua modella come dovesse sollevare il capo: alla fine la fanciulla cominciò ad agitarsi e a dare segni di stanchezza.
 «Basta per la prima volta, basta,» disse la signora.
 «Ancora un poco,» disse l'artista dimentico di tutto.
 «No, basta! Lise, tre ore!» disse la signora estraendo un piccolo orologio appeso con una catenella d'oro alla cintura, e aggiunse con un gridolino: «Ah, com'è tardi!»
 «Solo un momentino ancora,» disse Èartkòv con la voce ingenua e supplichevole d'un bambino.
 Ma la signora a quanto pare non era affatto disposta a compiacere le sue esigenze artistiche, e promise invece di rimanere più a lungo un'altra volta.
 «Però è seccante,» pensò fra sè Èartkòv, «m'ero appena sciolta la mano.»
 E si ricordò che nessuno lo interrompeva, nè lo fermava quando lavorava nel suo studio all'Isola Vasilièvskij. Nikìta di solito se ne stava seduto senza muoversi sempre nello stesso posto, lo si poteva dipingere quanto si voleva, dato che lui si addormentava addirittura nella posizione che gli era stata ordinata. Scontento, posò il suo pennello e la tavolozza sulla sedia e si fermò torvo davanti alla tela.
 Un complimento detto dalla dama di mondo lo destò dal suo torpore. Si precipitò svelto verso la porta per accompagnarle; sulle scale fu invitato ad andare a pranzo da loro la settimana successiva, e ritornò allegro nella sua stanza. L'aristocratica signora l'aveva completamente affascinato. Sino a quel momento egli aveva guardato le persone di quel genere come qualcosa d'inaccessibile, nate solamente per correre in belle carrozze con lacchè in livrea e un cocchiere azzimato, gettando sguardi indifferenti su chi arrancava a piedi con un modesto paltoncino. Ed ecco che, tutt'a un tratto, una di queste persone era entrata nella sua stanza; egli ne faceva il ritratto, era invitato a pranzo in una casa aristocratica. Una contentezza insolita si impadronì di lui; era completamente inebriato e per questo si premiò con un sontuoso pranzo e con uno spettacolo serale; poi, di nuovo, senza alcun bisogno, andò in giro in carrozza per la città.
 Nelle giornate successive trascurò del tutto il consueto lavoro. Non fece altro che prepararsi e aspettare il momento in cui avrebbe sentito suonare il campanello. Finalmente l'aristocratica dama e la sua pallida figlia arrivarono. Egli le fece accomodare, si avvicinò alla tela ormai con disinvoltura e con una certa pretesa di maniere mondane, e si mise a dipingere. La giornata piena di sole e di vivida luce gli furono di grande aiuto. Nel suo originale vedeva molte cose che, una volta colte e rese sulla-tela, avrebbero potuto conferire un alto pregio al ritratto: vedeva che ne sarebbe uscito qualcosa di speciale se avesse eseguito tutto con la perfezione con cui in quel momento gli si presentava il modello.
 Il cuore cominciò a battergli forte quando sentì che stava esprimendo qualcosa che gli altri non avevano ancora notato. Il lavoro lo prese interamente, egli si immerse tutto nel pennello, dimenticandosi di nuovo dell'aristocratica origine della sua modella. Con il fiato che gli si mozzava vedeva come gli venivano bene i lineamenti delicati e il corpo quasi diafano della fanciulla diciassettenne. Coglieva ogni sfumatura, un giallo leggero, un turchino appena visibile sotto gli occhi e già si preparava a dipingere persino un piccolo foruncoletto spuntato sulla fronte, quando a un tratto udì sopra di sè la voce della madre:
 «Ah, questo perchè? Questo non è necessario,» disse la signora. «E poi... ecco, in certi punti... c'è un po' troppo giallo, e qui, ecco, non mi piacciono queste macchioline scure.»
 L'artista si mise a spiegare che proprio quelle macchioline e quel giallo rendevano l'effetto, davano un tono naturale e leggero al viso. Ma gli fu risposto che non davano nessun tono e che non avevano nulla a che vedere con l'effetto, e che quelle erano semplicemente sue impressioni.
 «Permettete che almeno qui, solo in questo punto, ritocchi leggermente con un po' di giallo,» disse ingenuamente l'artista.
 Ma non gli fu permesso nemmeno questo. Dissero che Lise quel giorno era soltanto un poco indisposta e che non aveva nessun giallore e il suo viso colpiva specialmente per la freschezza del colorito. Con tristezza egli cominciò a cancellare ciò che il suo pennello aveva fatto emergere dalla tela. Scomparvero molti tratti quasi inavvertibili e, insieme con essi, in parte scomparve anche la somiglianza. Senza alcuna partecipazione egli si mise a dare al ritratto quel colorito generale che si dà a memoria e fa apparire i visi colti dal vero simili a quelli ideati a freddo che si vedono nelle esercitazioni degli allievi. Ma la signora era soddisfatta che l'offensivo colorito di prima fosse stato eliminato. Manifestò solo meraviglia che il lavoro durasse tanto e aggiunse d'aver sentito dire che lui in due sedute poteva finire un ritratto. L'artista non seppe che cosa rispondere. Le signore si alzarono e si accinsero a uscire. Egli posò il pennello, le accompagnò alla porta, poi si fermò a lungo immobile e torvo davanti al ritratto. Lo guardava ottusamente e nella sua testa rivedeva intanto quei lievi tratti femminili, quelle sfumature e quei toni aerei che il suo pennello aveva colti, e poi spietatamente cancellati. Tutto pieno di essi, mise il ritratto in disparte e cercò fra le sue cose una piccola testa di Psiche abbandonata, che una volta, molto tempo prima, aveva abbozzato sulla tela. Era una testa dipinta abilmente, ma del tutto ideale, fredda, fatta soltanto di lineamenti generici, una cosa priva di vita. Poichè non aveva nulla da fare, si mise a ritoccarla, trasferendovi tutto ciò che aveva notato nel volto della sua aristocratica modella. I tratti, le sfumature, i toni che egli aveva colto si deponevano ora qui nella forma pura in cui essi appaiono quando l'artista, dopo aver guardato a sufficienza la natura, se ne distacca e crea qualcosa pari ad essa. La Psiche cominciò ad acquistar vita e l'idea appena trapelata a poco a poco prese corpo. Senza che lui lo volesse, il tipo di volto d'una fanciulla della buona società si trasmise alla testa di Psiche, che grazie a ciò acquistò quella particolare espressione, tutta sua, che distingue una vera opera d'arte. Era come se il pittore avesse fuso varie parti nell'insieme presentatogli dall'originale, integrando alla perfezione ogni particolare nella sua opera. Per alcuni giorni non si occupò che d'essa. L'arrivo delle signore lo colse intento a questo lavoro. Non fece in tempo a togliere dal cavalletto il quadro. Entrambe levarono un gioioso grido di stupore e batterono le mani.
 «Lise! Lise! Ah, che somiglianza! Superbe, superbe! Che bell'idea avete avuto di abbigliarla in costume greco. Ah, che sorpresa!»
 L'artista non sapeva come spiegare alle signore il loro piacevole equivoco. Vergognoso, con la testa bassa, disse sommessamente:
 «È una Psiche.»
 «In veste di Psiche? C'est charmant!» disse la madre con un sorriso, dopo di che sorrise pure la figlia. «Non è vero, Lise, che a te più di tutto s'addice d'essere dipinta in veste di Psiche? Quelle idée délicieuse! Ma che lavoro! È un Correggio. Lo confesso, avevo letto e sentito di voi, ma non pensavo che aveste un simile talento. No, dovete assolutamente fare il ritratto anche a me.»
 È chiaro che anche la signora voleva apparire in veste di Psiche.
 «Cosa devo fare?» pensò l'artista, «se lo vogliono, che la Psiche passi pure per ciò che vogliono,» e ad alta voce disse: «Cercate di posare ancora un poco; farò qualche ritocco.»
 «Ah, ho paura che voi... è tanto somigliante così!»
 Ma l'artista capì che i timori riguardavano il giallo e la tranquillizzò, dicendo che intendeva solo dare più brillantezza ed espressione agli occhi. In realtà, però, provava vergogna e voleva conferire al ritratto almeno un po' più di somiglianza con l'originale per non essere considerato uno spudorato. In effetti i lineamenti della pallida fanciulla cominciarono infine ad uscire più distinti dalla testa di Psiche.
 «Basta!» disse la madre, che cominciava ad aver paura che la somiglianza risultasse alla fine troppo accentuata.
 L'artista fu ricompensato in ogni modo: sorrisi, denari, complimenti, sincere strette di mano, inviti a pranzo; insomma, ricevette mille attestati lusinghieri. Il ritratto fece scalpore in città. La signora lo mostrò alle sue amiche; tutte si stupirono dell'arte con cui il pittore aveva saputo conservare la somiglianza e nello stesso tempo aggiungere bellezza all'originale. Quest'ultima cosa, s'intende, fu osservata non senza una leggera sfumatura d'invidia sul viso. E l'artista si trovò a un tratto sommerso dalle richieste. Sembrava che tutta la città volesse farsi fare il ritratto da lui. Alla porta il campanello trillava di continuo. Da una parte ciò poteva essere un bene, in quanto la varietà e la moltitudine delle fisionomie gli offriva grandi possibilità di far pratica. Ma, disgraziatamente, si trattava sempre di persone con le quali era difficile lavorare in pace: gente frettolosa, occupata, o appartenente all'alta società, ossia più affaccendata di chiunque altro, e perciò estremamente impaziente. Tutti chiedevano solo che il lavoro fosse fatto bene e presto. L'artista vide che rifinire era assolutamente impossibile, che tutto si doveva compensare con l'abilità e l'audace rapidità del pennello. Afferrare soltanto l'insieme, l'espressione generale, e non approfondire i dettagli minuti: insomma, seguire la natura nei suoi particolari era assolutamente impossibile. Si deve inoltre aggiungere che quasi tutti coloro che si facevano fare il ritratto avevano anche altre pretese. Le signore esigevano che nei loro ritratti fossero messi in evidenza l'anima e il carattere, che il rimanente magari non vi apparisse affatto, che tutti gli angoli venissero arrotondati, tutti i difetti attenuati e persino, se possibile, ignorati. Insomma, che il loro volto apparisse almeno guardabile, se non tale da far innamorare. Di conseguenza, sedendosi per posare, esse assumevano talvolta delle espressioni che gettavano nello stupore l'artista: una si sforzava di atteggiare il viso a malinconia, un'altra prendeva un'aria sognante, un'altra ancora voleva rimpicciolire la bocca e la stringeva talmente che alla fine essa diventava un puntino grande come una capocchia di spillo. E, nonostante tutto questo, esigevano da lui somiglianza e spontanea naturalezza. E gli uomini non erano affatto meglio delle signore. Uno esigeva che lo si raffigurasse con un atteggiamento forte, energico del capo; un altro con gli occhi ispirati rivolti in alto; un colonnello della guardia voleva assolutamente che nel suo sguardo si vedesse Marte; un alto dignitario civile si preoccupò che sul suo viso ci fossero una grande dirittura e nobiltà e che la sua mano poggiasse sopra un libro dov'era scritto a grandi lettere: «Fu sempre per la verità». In un primo tempo simili esigenze facevano sudare l'artista: queste richieste ponevano dei problemi su cui si doveva pensare, riflettere, e gli si concedeva invece così poco tempo. Ma alla fine capì meglio la situazione e non si affaticò più tanto. Bastavano due o tre parole per fargli comprendere come una persona volesse venir raffigurata. C'era chi voleva Marte, e lui gli stampava Marte in faccia; chi puntava a Byron, e lui gli dava un atteggiamento byroniano. Se le signore volevano essere una Korina, un'Ondina, un'Aspasia, lui acconsentiva di buon grado a tutto e, da parte sua, aggiungeva per ognuno una buona dose di avvenenza, cosa che, com'è noto, non guasta mai e talvolta fa perdonare all'artista anche il difetto di somiglianza. Ben presto cominciò egli stesso a meravigliarsi della stupefacente rapidità e dell'ardire del proprio pennello. I clienti erano entusiasti e lo proclamavano un genio.
 Èartkòv diventò un pittore alla moda sotto tutti gli aspeti. Cominciò a frequentare i pranzi, ad accompagnare le signore nelle gallerie e persino a passeggio, a vestirsi da dandy e ad affermare apertamente che un artista deve far parte del bel mondo, deve tener alto il proprio titolo, mentre di solito i pittori si vestono come calzolai, non sanno comportarsi ammodo, non hanno stile e sono privi d'ogni educazione. A casa sua e nello studio egli aveva introdotto grande ordine e pulizia, assunse due magnifici servitori, si circondò di eleganti allievi; si cambiava d'abito varie volte al giorno, si faceva i riccioli, cercava di ricevere sempre meglio i suoi visitatori, di abbellire in ogni modo il proprio aspetto per produrre un'impressione gradevole sulle signore; insomma, ben presto non si sarebbe assolutamente più riconosciuto in lui il modesto artista che una volta lavorava inosservato nella sua stamberga dell'Isola Vasilièvskij. Sugli artisti e l'arte adesso si esprimeva con asprezza: affermava che agli artisti del passato si attribuiva in fin dei conti troppo valore, che tutti loro fino a Raffaello non dipingevano figure ma aringhe; che era solo una fantasia degli osservatori l'idea che in esse si avvertisse la presenza della santità; che lo stesso Raffaello non aveva poi dipinto tutto bene e che molte delle sue opere dovevano la loro gloria soltanto alla leggenda; che Michelangelo era un borioso che non pensava ad altro che a farsi bello della sua cultura anatomica, ma era del tutto privo di grazia; e che il vero fulgore, la forza del pennello e dei colori si trovano soltanto adesso, nel nostro secolo. Qui, naturalmente, quasi, senza apparire, la cosa arrivava a toccarlo da vicino.
 «No, io non capisco,» egli diceva, «l'ostinazione di alcuni a faticare e sgobbare davanti a un'opera. Chi studia per mesi e mesi un quadro, per me non è un artista ma un lavoratore. Non posso credere che abbia dell'ingegno. Il genio crea audacemente, velocemente. Ecco, guardate me,» diceva di solito rivolgendosi ai visitatori, «questo ritratto l'ho dipinto in due giorni, questa piccola testa in un giorno, questo qui in qualche ora, quest'altro in un'ora o poco più. No, io... io, lo confesso, non considero arte ciò che viene modellato linea per linea; è mestiere, non arte
 Così parlava ai suoi visitatori, e i visitatori si stupivano della forza e dell'ardire del suo pennello, e persino lanciavano esclamazioni quando venivano a sapere della rapidità con cui egli creava, e si dicevano l'un l'altro: «È un genio, un vero genio! Guardate soltanto come parla, come gli brillano gli occhi! Il y a quelque chose d'extraordinaire dans toute sa figure!»
 L'artista era lusingato di sentire voci del genere sul suo conto. Quando sulle riviste venivano pubblicate lodi su di lui, ne gioiva come un bambino, sebbene quelle lodi se le fosse comprate col suo denaro. Poi diffondeva la pubblicazione dappertutto e, senza dare l'impressione di farlo apposta, la mostrava agli amici e ai conoscenti e in ciò provava la più sciocca e ingenua soddisfazione. La sua gloria cresceva, i lavori e le commissioni aumentavano. Già avevano cominciato ad annoiarlo sempre quegli stessi ritratti e visi le cui posizioni ed atteggiamenti ormai conosceva a memoria. Ormai li dipingeva svogliatamente, limitandosi ad abbozzare alla meno peggio la testa e lasciando che gli allievi facessero il resto. Prima, bene o male, cercava di mettere il capo in qualche nuova posizione, di ottenere con un tratto un effetto originale. Ora questo gli era venuto a noia. La sua mente si era stancata di inventare e di riflettere. Non ne aveva più la forza nè il tempo: la vita dissipata e la società in cui recitava la sua parte d'uomo di mondo lo allontanavano dal lavoro e dalla meditazione. La sua pennellata cominciò a diventar fredda e smorta, ed egli insensibilmente si chiuse in forme monotone, convenzionali, logore. I visi uniformi, freddi, perennemente sistemati e per così dire abbottonati, dei funzionari, dei militari e dei civili non offrivano molta libertà al pennello: esso dimenticò i sontuosi drappeggi, i gesti e le passioni violente. Di composizioni, di tensione drammatica, d'impegno elevato non era neppure il caso di parlare. Davanti a lui non posavano altro che uniformi, corsetti, o frac, di fronte al quali un artista prova sempre una sensazione di freddo e ogni immaginazione si dilegua. Nelle sue opere non si vedevano più neppure i pregi più comuni; e tuttavia continuavano a godere di celebrità, sebbene i veri conoscitori e gli artisti, guardando i suoi ultimi lavori, si limitassero a stringersi nelle spalle. Qualcuno che conosceva Èartkòv da prima, non riusciva a capire come fosse potuto scomparire in lui quel talento i cui segni apparivano chiari agli inizi, e si domandava perchè si fosse già spento l'ingegno in un uomo che aveva appena raggiunto il pieno sviluppo delle proprie forze.
 Ma l'artista inebriato non sentiva queste voci. Era ormai alle soglie del tempo in cui gli anni e l'intelletto diventano posati, cominciava a ingrassare visibilmente. Sui giornali e sulle riviste leggeva aggettivi come: il nostro riverito Andrèj Petròviè, l'emerito nostro Andrèj Petròviè. Presero a proporgli incarichi onorifici, a invitarlo a presiedere agli esami, a far parte di comitati. E lui cominciava già, come sempre accade negli anni rispettabili, a schierarsi con tutto il suo peso dalla parte di Raffaello e degli antichi pittori, non perchè si fosse pienamente convinto del loro alto valore, ma perchè gli servivano per opporsi agli artisti giovani. Già cominciava, come accade a tutti coloro che entrano in quest'età, ad accusare senza eccezione di sorta i giovani di immoralità e di cattivo indirizzo spirituale. Già cominciava a credere che tutto al mondo avvenisse in modo semplice, che non ci fosse nulla di superiore all'ispirazione e che bastasse sottoporre tutto alla regola severa dell'accuratezza e dell'uniformità. Insomma la sua esistenza sfiorava il tempo in cui tutto ciò che è slancio si rattrappisce nell'uomo, quando il potente archetto risuona più debolmente nell'anima e non diffonde la sua musica penetrante intorno al cuore: quando il contatto della bellezza non trasforma più vergini forze in fuoco e in fiamme, ma tutti i sentimenti, che hanno ormai finito di bruciare, diventano più accessibili al suono dell'oro, prestano un orecchio più attento alla sua seducente musica, e a poco a poco, insensibilmente, se ne lasciano addormentare. La gloria non dà piacere a chi l'ha rubata, non meritata; essa produce un costante fremito solamente in chi ne è degno. Perciò ogni slancio del pittore si volse all'oro. L'oro divenne la sua passione, il suo ideale, il suo terrore, piacere, scopo. Nei suoi buali si ammucchiavano i mazzi di banconote e, come tutti coloro che ricevono in sorte questo terribile dono, egli diventò monotono, inaccessibile a tutto ciò che non riguardasse l'oro, uno spilorcio senza ragione, un fanatico collezionista; era ormai pronto a trasformarsi in uno di quei curiosi esseri, così numerosi nel nostro insensibile mondo e a cui guarda con spavento l'uomo dotato di vita e di cuore, simili ad ambulanti tombe di pietra con un cadavere al posto del cuore. Ma un avvenimento sconvolse con violenza e risvegliò tutta la sua sostanza vitale.
 Trovò un giorno sul suo tavolo un biglietto in cui l'Accademia delle Arti lo pregava, in quanto suo degno membro, di recarsi a dare il suo giudizio su una nuova opera mandata dall'Italia da un artista russo che era andato laggiù per perfezionarsi. Quest'artista era uno dei suoi compagni d'un tempo, che sin dall'adolescenza nutriva in sè la passione per l'arte, e con spirito ardente, con tutta la sua anima vi si era consacrato, si era allontanato dagli amici, dai parenti, dalle piccole abitudini, e si era precipitato là dove, sullo sfondo di cieli stupendi, matura il maestoso vivaio delle arti, in quella portentosa Roma il cui nome fa battere con forza il cuore d'ogni artista. Come un eremita si era immerso nel lavoro, con una dedizione che nulla poteva distrarre. Non gli importava che criticassero il suo carattere, la sua insofferenza nel trattare con la gente, il suo disdegno per convenzioni mondane, il disdoro che causava al titolo di artista con la sua trascuratezza, con il suo abbigliamento misero. Non gl'importava che i suoi colleghi cercassero o no la sua compagnia. Disprezzava tutto, dava tutto all'arte. Visitava tutte le gallerie, sostava per ore davanti alle opere dei grandi maestri, cercando di cogliere il segreto del loro pennello portentoso. Non portava nulla a termine senza confrontare più volte la sua opera con quella dei grandi maestri e senza leggere nelle loro creazioni una muta ma eloquente risposta per se stesso. Non prendeva parte alle conversazioni rumorose e alle discussioni; non era nè per i puristi, nè contro i puristi. A tutti in modo equanime dava quanto spettava, da tutti prendeva ciò che c'era di bello; alla fine aveva eletto a sommo modello e a suo maestro solo il divino Raffaello. Aveva fatto come un poeta che dopo aver letto molte opere d'ogni genere, piene di tutto il fascino e di tutte le bellezze possibili, scelga in ultimo come libro da capezzale solamente l'Iliade d'Omero, perchè scopre che in essa c'è già tutto e che non esiste nulla che non sia già riflesso in una così profonda e grande perfezione. In tal modo il nostro pittore aveva tratto da Raffaello un'idea sublime della creazione, la possente bellezza del pensiero, l'alto fascino d'un tocco divino.
 Entrando nella sala, Èartkòv trovò raccolta davanti al quadro una grande folla di visitatori. Dappertutto regnava un profondo silenzio, come di rado accade quando in un posto c'è tanta gente. Egli si affrettò ad assumere l'aria ispirata del conoscitore e si avvicinò al quadro; ma, Dio mio, che cosa vide!
 L'opera dell'artista stava davanti a lui pura, mirabile come una sposa. Divina, innocente e semplice com'è il genio, essa si librava su ogni cosa. Pareva persino che quelle figure celestiali, stupite da tanti sguardi rivolti su di loro, abbassassero pudicamente le stupende ciglia. I conoscitori contemplavano con un senso d'involontario stupore quella nuova e mai veduta creazione pittorica. Tutto sembrava qui fuso: lo studio di Raffaello, che si rivelava nell'alta nobiltà degli atteggiamenti, l'insegnamento del Correggio che alitava nella minuziosa perfezione della pennellata. Ma più imperiosamente di tutto s'imponeva la forza creativa racchiusa nell'anima stessa dell'artista. Il minimo oggetto era stato da lui penetrato; di ogni cosa egli aveva colto la norma e la legge intima. Ovunque era stata raggiunta quella fluida rotondità delle linee che è racchiusa nella natura e che soltanto l'occhio dell'artista creatore sa vedere, mentre l'imitatore ne ottiene soltanto angolosità. Si vedeva che, l'artista aveva dapprima chiuso nella sua anima le impressioni attinte al mondo esterno e di lì, poi, dalla sorgente dell'anima, le aveva liberate come un'armoniosa, trionfale canzone. Ed appariva chiaro anche ai non iniziati quale incommensurabile abisso esista fra la creazione e la semplice copia dalla natura. È impossibile descrivere l'insolito silenzio che tutti mantenevano, come legati da un patto involontario, mentre tenevano gli occhi fissi sul quadro: non un fruscio, non un rumore, mentre il quadro a ogni istante sembrava elevarsi sempre più, sempre più luminosamente e più meravigliosamente staccarsi da tutto per trasformarsi infine in una visione balenante, frutto d'un'idea ispirata all'artista dal cielo, cui tutta l'esistenza d'un uomo serve solo da preparazione. Involontarie lacrime gonfiavano gli occhi dei visitatori che circondavano il quadro. Pareva che tutti i gusti, tutte le temerarie e sbagliate deviazioni del gusto si fossero fuse in una specie di muto inno a quell'opera divina.
 Èartkòv stava davanti al quadro, immobile, con la bocca aperta; quando infine a poco a poco visitatori e conoscitori cominciarono a far rumore e a discutere sui pregi dell'opera, e si rivolsero a lui pregandolo di palesare il suo parere, avrebbe voluto assumere un'aria indifferente, normale, avrebbe voluto pronunciare l'abituale abbietto giudizio degli artisti ormai mummificati, del genere: «Sì, certo, non si può negare l'ingegno dell'artista; c'è qualcosa, si vede che voleva esprimere qualcosa, tuttavia, per quanto riguarda l'essenziale...» E aggiungere poi, naturalmente, qualcuna di quelle lodi che non hanno mai giovato ad alcun artista. Avrebbe voluto far questo, ma la frase gli morì sulle labbra; per tutta risposta proruppe in lacrime e singhiozzi e fuggì come impazzito dalla sala.
 Rimase poi per qualche tempo, nel suo studio lussuoso, immobile e insensibile a tutto. L'intero suo essere, l'intera sua vita erano state risvegliate in un istante, come se la giovinezza gli fosse stata restituita di nuovo. Tutt'a un tratto la benda cadde dai suoi occhi. Dio! Distruggere così spietatamente gli anni migliori della giovinezza; annientare, spegnere la scintilla del fuoco che forse gli covava nel petto, che forse si sarebbe sviluppata in grandezza e in bellezza, e far sì che anche lui ispirasse lacrime di stupore e di riconoscenza! Distruggere tutto questo, distruggere senza pietà! Parve che in quell'istante, di colpo, rivivessero nella sua anima quelle tensioni e quegli slanci che un tempo anch'egli conosceva. Afferrò il pennello e si avvicinò alla tela. Il sudore dello sforzo gli coprì la fronte, egli si trasformò tutto in un solo desiderio e s'infiammò d'un solo pensiero: raffigurare un angelo caduto. Quest'idea era la più consona allo stato in cui si trovava il suo spirito. Ma, ahimè! Le figure, le pose, i gruppi, i pensieri stessi si deponevano sulla tela in modo forzato e incoerente. Troppo a lungo il suo pennello e la sua immaginazione erano rimasti chiusi in un'unica dimensione, e ora il suo impotente impulso a superare i confini e le catene che egli stesso s'era dato si manifestava come un'aberrazione e un errore. Egli aveva sdegnato il lungo e faticoso tirocinio dell'acquisizione graduale, le leggi prime e basilari della futura grandezza. Lo prese il dispetto. Ordinò di portar fuori dallo studio tutte le sue opere precedenti, tutti i quadri alla moda e senza vita, tutti i ritrati di ussari, di signore e di consiglieri di stato. Si chiuse, solo, nella sua stanza, ordinò di non far entrare nessuno e s'immerse tutto nel lavoro. Come un giovinetto paziente, come un allievo, si accinse al suo lavoro. Ma com'era spietatamente mediocre tutto quello che usciva dal suo pennello! A ogni passo era frenato dall'ignoranza degli elementi più rudimentali; un artificio semplice, insignificante, bloccava tutto lo slancio e si ergeva come una soglia invalicabile per l'immaginazione. Il pennello involontariamente seguiva i modelli imparati a memoria, le mani si atteggiavano sempre nella stessa maniera, la testa non sapeva prendere una posizione che non fosse convenzionale, persino le pieghe dell'abito apparivano fissate dalla consuetudine e non riuscivano a drappeggiarsi secondo un atteggiamento nuovo del corpo. E il pittore lo sentiva, lo sentiva e lo vedeva egli stesso!
 «Ma avevo veramente del talento?» si disse infine. «Non mi sarò ingannato?»
 E, pronunciate queste parole, si avvicinò alle sue prime opere, a cui un tempo aveva lavorato in modo pulito, disinteressato, laggiù, nella povera stamberga dell'Isola Vasilièvskij, lontano dalla gente, dalla ricchezza e da ogni vanità. Si avvicinò ora ad esse e si mise a esaminarle attentamente,mentre le guardava, cominciò a riandare col pensiero alla sua misera vita d'un tempo. «Sì,» disse con disperazione, «avevo talento. Dappertutto, su tutto se ne vedono i segni e le tracce...»
 Si fermò e, a un tratto, sussultò in tutto il corpo: i suoi occhi s'erano incrociati con altri occhi che lo fissavano immobili. Era il non comune ritratto che aveva comprato allo Šèukìn Dvor. Durante tutto quel tempo era rimasto nascosto, occultato dagli altri quadri, e lui se n'era completamente dimenticato. Adesso che erano stati portati via tutti i ritratti e i quadri alla moda che prima riempivano lo studio, come di proposito esso era riemerso alla luce insieme alle sue prime opere di gioventù. Quando il pittore rammentò la strana storia, quando ripensò che in un certo modo quel ritratto era stato la causa della sua trasformazione, che il tesoro così prodigiosamente ricevuto aveva generato in lui tutti quegli impulsi vani che poi avevano ucciso il suo talento, per poco la sua mente non fu sopraffatta dalla follia. Subito diede l'ordine di portar via l'odioso ritratto. Ma questo non bastò a placare la sua agitazione: tutti i suoi sensi e tutto il suo essere erano completamente sconvolti ed egli provò quell'orribile supplizio che, in casi eccezionali, si presenta talvolta nella natura quando un talento debole si sforza di esprimersi in una dimensione che lo oltrepassa, e non riesce; quel supplizio che in un giovane può generare qualcosa di grande ma in chi ha superato la frontiera dei sogni si trasforma in sterile sete; quel supplizio terribile che rende l'uomo capace di spaventosi misfatti. Di lui s'impadronì una tremenda invidia, un'invidia che rasentava la follia. Il fiele gli affluiva al viso quando vedeva un'opera che recava l'impronta del genio. Digrignava i denti e la divorava con lo sguardo del serpente. Nella sua anima nacque il più infernale proposito che mai un uomo abbia nutrito, ed egli si mise a realizzarlo con folle energia. Cominciò a raccogliere i migliori prodotti dell'arte. Dopo aver acquistato un quadro a caro prezzo, lo portava con cautela nella sua stanza e qui si gettava su di esso con la rabbia d'una tigre, lo strappava, lo lacerava, lo faceva a pezzi e lo calpestava, accompagnando questo con risa di piacere. Slegò i suoi sacchi d'oro, aprì i suoi forzieri. Mai alcun mostro d'ignoranza distrusse tante opere stupende quante ne distrusse quel furibondo vendicatore. Alle aste dov'egli si mostrava, tutti abbandonavano subito la speranza di poter acquistare un'opera d'arte. Pareva che il cielo irato avesse di proposito inviato sulla terra quello spaventoso flagello per distruggere ogni bellezza. Questa spaventosa passione conferì una tinta terribile al suo viso, perennemente bilioso. Il vituperio e la negazione del mondo si manifestavano già nei suoi lineamenti. Pareva che in lui si fosse impersonificato il terribile demone che Pùškin ha voluto raffigurare idealmente. Le sue labbra non proferivano null'altro che parole velenose e un'eterna negazione di tutto. Appariva sulla strada simile a un'arpia; anche i suoi amici, vedendolo di lontano, scantonavano e cercavano di evitarne l'incontro, perchè, dicevano, questo era sufficiente ad avvelenar loro l'intera giornata.
 Per fortuna del mondo e dell'arte, un'esistenza così tesa e forsennata, non poteva durare a lungo: la dimensione delle passioni era troppo grande e contorta per le sue deboli energie. Gli accessi di furore e di follia cominciarono a manifestarsi più spesso, e tutto ciò, infine, sfociò nella più spaventosa delle malattie. Una febbre crudele, che s'accompagnò a una forma rapida di tubercolosi, s'impadronì di lui in modo così feroce che in tre giorni del pittore rimase solamente l'ombra. A ciò si aggiunsero i sintomi di una pazzia senza speranza. Talvolta non riuscivano a reggerlo neanche diverse persone. Cominciò ad avere una visione: vedeva gli occhi vivi, pur dimenticati da tempo, dell'inconsueto ritratto, e allora la sua furia era terribile. Tutte le persone che attorniavano il suo letto gli sembravano spaventosi ritratti. Esso si sdoppiava, si quadruplicava ai suoi occhi; tutte le pareti gli sembravano coperte di ritratti che fissavano su di lui i loro occhi vivi e immobili. Ritratti orribili lo guardavano dal soffitto, dal pavimento; la camera si dilatava e si estendeva all'infinito per meglio contenere quegli occhi immobili. Il dottore che lo curava, e che già aveva sentito raccontare qualcosa della sua strana storia, cercò con ogni mezzo di trovare un rapporto segreto fra le visioni che gli apparivano e gli avvenimenti della sua esistenza, ma senza riuscire a nulla. Il malato non comprendeva e non sentiva altro che i propri tormenti ed emetteva solamente orrendi gemiti e frasi incoerenti. Finalmente la sua vita si spezzò nell'ultimo e ormai muto accesso di sofferenza. Il suo cadavere era spaventoso. Delle sue enormi ricchezze non si trovò più nulla; ma i frammenti delle opere d'arte distrutte, il cui prezzo era di parecchi milioni, fecero capire quale spaventoso uso egli ne avesse fatto.

Parte seconda


 Un gran numero di carrozze, calessi e carrozzini era fermo davanti all'ingresso di una casa dove si effettuava la vendita all'asta degli oggetti di uno di quei ricchi amatori d'arte che per tutta la loro vita hanno dolcemente sonnecchiato, sprofondati fra gli Zefiri e gli Amorini, innocentemente hanno avuto fama di mecenati, e ingenuamente hanno sperperato per questo i milioni accumulati dai loro positivi padri o magari da loro stessi col loro lavoro di gioventù. Com'è noto, oggi di questi mecenati non se ne trovano più, e il nostro XIX secolo già da tempo ha assunto la noiosa fisionomia d'un banchiere che si gode i suoi milioni solo sotto forma di cifre allineate sulla carta.
 La lunga sala era piena della più variopinta folla di visitatori accorsi come uccelli da preda su un cadavere insepolto. C'era tutta una schiera di mercanti russi del Gostìnyj Dvor' e persino del mercato dei robivecchi, con i loro azzurri cappotti tedeschi. Il loro aspetto e l'espressione delle facce erano qui in un certo senso più duri, più liberi, non improntati a quell'affettato servilismo che è tanto evidente nel mercante russo quando sta in bottega davanti al cliente. Qui complimenti non ne facevano, sebbene nella stessa sala si trovasse un gran numero di quegli aristocratici dinanzi ai quali in altro luogo sarebbero stati pronti a spazzare a furia di inchini la polvere portata dagli stessi loro stivali. Qui si comportavano senza cerimonie, tastavano disinvolti i libri e i quadri per constatare la bontà della merce e contestavano a voce alta il prezzo annunciato da aristocratici esperti. Nè mancavano i soliti appassionati d'arte, gente che ogni giorno, invece di andare a pranzo, va a un'asta; nobili intenditori, che reputano doveroso non farsi sfuggire l'occasione di aumentare la propria collezione anche perchè non hanno altro da fare da mezzogiorno all'una; e, infine, degni signori il cui abito e le cui tasche sono assai male in arnese e che compaiono ogni giorno senza alcun fine interessato, ma unicamente per vedere come vanno le cose, chi dia di più, chi di meno, chi batta un altro sul prezzo e a chi resti un dato oggetto. Una gran quantità di quadri era sparsa qua e là senza alcun criterio, ad essi si mescolavano mobili e libri con il monogramma del vecchio possessore, il quale forse non aveva avuto nemmeno la lodevole curiosità di darvi un'occhiata. Vasi cinesi, lastre di marmo per tavoli, mobili moderni e antichi dalle linee ricurve, con grifi, sfingi e zampe di leone, dorati e senza doratura, lampadari, lumi, tutto era ammassato, e non certo nell'ordine in cui lo si trova in un negozio. L'insieme dava insomma l'idea di una sorta di caos artistico. In generale la sensazione che si prova ad un'asta è terribile: in essa tutto fa pensare a un funerale. La sala in cui si tiene l'asta è sempre tetra; le finestre, ingombre di mobili e di quadri, lasciano filtrare avaramente la luce; il silenzio diffuso sulle facce e la funebre voce del banditore che batte con il martello e canta le esequie alle povere arti così stranamente raccolte in questo luogo, tutto ciò sembra rafforzare la sgradevole e bizzarra impressione.
 L'asta, era al suo culmine. Un'intera folla di gente per bene, che si spostava tutta insieme, discuteva a gara di qualcosa. Le parole «rubli, rubli, rubli» che echeggiavano da tutte le parti non davano al banditore il tempo di ripetere il prezzo raggiunto, che era già quadruplicato rispetto a quello d'apertura. La folla discuteva d'un ritratto che in verità non poteva non colpire chiunque avesse una minima nozione di pittura. In esso si avvertiva a prima vista lo stile vigoroso del pittore. Il ritratto, che doveva essere già stato varie volte restaurato e ritoccato, rappresentava un asiatico con i lineamenti olivastri, una larga veste, e il viso atteggiato a un'espressione strana, inconsueta; ma la gente intorno era soprattutto colpita dall'eccezionale vivezza degli occhi. Più li si guardava, più essi parevano penetrare nell'intimo stesso dell'osservatore. Questa stranezza, questo insolito giuoco dell'artista colpiva tutti. Ma già molti di coloro che se lo contendevano si erano ritirati, per l'altezza del prezzo ormai raggiunto. Erano rimasti in lizza solo due signori, due nobili conosciuti, amatori di pittura, che per nessun motivo intendevano rinunciare all'acquisto. Si erano scaldati e probabilmente avrebbero alzato il prezzo sino all'impossibile se improvvisamente uno dei presenti non avesse esclamato:
 «Permettete che interrompa per un momento la vostra disputa. Forse io ho diritto a questo quadro più di chiunque altro.»
 Queste parole attirarono immediatamente su di lui l'attenzione di tutti. Era un uomo slanciato, sui trentacinque anni, con lunghi riccioli neri. Il volto piacevole, pervaso da una sorta di luminosa spensieratezza, rivelava un'anima estranea alle spossanti fatiche mondane; nel suo abbigliamento non c'era nessuna pretesa di seguire la moda: tutto manifestava in lui l'artista. Ed egli era appunto il pittore B., che molti dei presenti conoscevano di persona.
 «Per quanto strane vi sembrino le mie parole,» continuò, vedendo l'attenzione generale rivolta su di lui, «se accettate di ascoltare una piccola storia, forse vi convincerete che avevo il diritto di pronunciarle. Tutto mi fa credere che questo ritratto è appunto quello che stavo cercando.»
 Una naturale curiosità si accese sulle facce dei presenti, e lo stesso banditore, spalancata la bocca, si fermò con il martello sollevato nella mano, accingendosi ad ascoltare. All'inizio del racconto molti rivolsero involontariamente gli occhi al ritratto, ma poi tutti li fissarono soltanto sull'artista via via che la sua storia diventava più interessante.
 «Conoscete quel quartiere della città chiamato Kolòmna,» così egli esordì. «Là tutto è diverso dagli altri quartieri di Pietroburgo; là non è provincia e non è capitale; quando passi per le strade di Kolòmna sembra che tutti i desideri e gli slanci giovanili ti abbandonino. Là il futuro non esiste, e tutto è quiete e silenzio. Là si trova tutto ciò che s'è tirato indietro dal movimento della capitale. Là si trasferiscono a vivere i funzionari in pensione, le vedove, le persone non ricche che hanno a che fare col Senato e perciò si sono condannate a viver qui per tutta la vita; cuoche disoccupate che tutto il giorno si danno spintoni ai mercati, chiacchierano di sciocchezze con un contadino in una drogheria e comprano ogni giorno cinque copeche di caffè e quattro di zucchero; insomma, quella categoria di persone che si può definire con una sola parola, «cinerea»; gente che nel vestito, nel viso, nei capelli, negli occhi ha un colorito spento, fioco, cinereo appunto come la giornata quando in cielo non c'è nè tempesta nè sole, ma semplicemente nè questo nè quello. Si aggiungano gli inservienti teatrali in pensione, i consiglieri titolari in pensione, i pupilli di Marte in pensione, privi d'un occhio e con il labbro cascante. Questa gente è indifferente a tutto: cammina senza guardare nulla, tace senza pensare a nulla. Nelle loro stanze non ci sono molte cose: talvolta soltanto un boccale di pura vodka russa, che essi sorseggiano monotonamente il giorno intero senza che dia loro alla testa, come accade invece al giovanotto di Via Mešèànskaja, l'artigiano tedesco, che nei giorni di festa se ne serve una robusta dose, e poi resta unico padrone di tutto il marciapiede dopo la mezzanotte.
 «La vita a Kolòmna è terribilmente solitaria: di rado appare una carrozza, eccetto forse quella di una compagnia di attori; essa turba il generale silenzio con il suo strepito. Là tutti sono pedoni; molto spesso un vetturino di piazza si trascina senza clienti portando del fieno per il suo peloso cavalluccio. Si può trovare un alloggio per cinque rubli al mese, persino con il caffè al mattino. Le vedove con pensione rappresentano qui il ceto più aristocratico; esse si comportano bene, spazzano sovente la loro stanza, chiacchierano con le amiche del rincaro della carne di vitello e del cavolo; spesso hanno una figlia giovane, una creatura silenziosa, intristita, non di rado graziosa; può darsi anche che abbiano un brutto cagnolino e un orologio a muro con il pendolo che batte tristemente. Poi vengono gli attori ai quali lo stipendio non permette di andarsene da Kolòmna, gente libera, come tutti gli artisti che vivono per il piacere. Seduti in pigiama, essi puliscono la rivoltella, fanno ogni sorta di cosette utili per la casa incollando del cartone, giocano a dama e a carte con gli amici che vengono a trovarli, e così trascorrono la mattina e quasi lo stesso fanno la sera con l'aggiunta qualche volta di un punch. Dopo questa bella gente, questi artistocratici, a Kolòmna c'è la solita minutaglia e robetta. È difficile distinguere tra questa com'è difficile contare la miriade di insetti che nasce nell'aceto vecchio. Ci sono vecchie che pregano; vecchie che si ubriacano; vecchie che pregano e che si ubriacano a un tempo; vecchie che campano con mezzi inimmaginabili, che come formiche trascinano vecchi stracci e biancheria dal Ponte Kalinìn sino al mercato dei robivecchi cercando di venderli là per quindici copechi; insomma, si tratta del più infelice sedimento dell'umanità, di cui nessun benefico amministratore potrebbe in alcun modo migliorare la sorte. Ho parlato di questa gente per farvi capire che spesso essa si trova nella necessità di avere sia pure solo un aiuto temporaneo, ma immediato, ossia di ricorrere a prestiti; ragion per cui fra loro s'insediano usurai d'ogni genere, che li forniscono di piccole somme su pegno e dietro forti interessi. Questi piccoli usurai sono molto peggiori di quelli importanti, perchè spuntano in mezzo alla povertà e agli stracci più miserabili sciorinati al sole, a differenza dell'usuraio ricco, il quale ha a che fare solamente con persone che arrivano da lui in carrozza. Quindi anche troppo presto muore nelle loro anime ogni sentimento d'umanità. Fra questi usurai ce n'era uno... ma è necessario premettere che la storia che vi racconto risale al secolo scorso e precisamente al regno di Caterina II. Sapete da voi che l'aspetto del Quartiere Kolòmna e la vita che vi si svolge sono oggi molto cambiati. Dunque fra quegli usurai ce n'era uno che appariva come un essere insolito sotto tutti gli aspetti. Si era stabilito da tempo in quella parte della città. Andava in giro con un'ampia veste asiatica; il colore scuro del viso indicava la sua provenienza meridionale, ma nessuno avrebbe potuto dire con sicurezza se fosse indiano, greco o persiano; l'alta statura, quasi eccezionale; la faccia abbronzata, magra, riarsa e il colorito inconcepibile, pauroso della sua pelle; i grandi occhi d'un fuoco non comune; i folti sopraccigli pendenti, tutto ciò lo distingueva nettamente da tutti i cinerei abitanti della capitale. La sua stessa abitazione non assomigliava alle altre piccole casette di legno. Era una costruzione di pietra del genere di quelle che una volta costruivano i mercanti genovesi, con finestre irregolari, di diversa grandezza, con imposte e catenacci di ferro. Quest'usuraio differiva dagli altri anche per il fatto che poteva rifornire chiunque di qualsiasi somma, una vecchia in miseria o un dignitario di corte dalle tasche bucate. Ferme davanti alla sua casa si vedevano non di rado lussuose carrozze, dai cui finestrini occhieggiava un'elegante dama di mondo. Correva fama che i suoi forzieri di ferro fossero colmi di denaro, preziosi, brillanti e pegni d'ogni genere, al punto da non poterli contare, e che tuttavia egli non avesse l'avidità che è propria agli altri usurai. Concedeva denaro volentieri, fissando in apparenza vantaggiosi termini di pagamento. Ma, attraverso certi curiosi calcoli aritmetici, faceva salire gli interessi a percentuali spropositate. Così, almeno, dicevano le voci. La cosa più eccezionale, tuttavia, e tale da stupire molti, era lo strano destino di tutti quelli che ottenevano denaro da lui: tutti, infatti, terminavano la vita in modo infelice. Fosse semplicemente l'opinione della gente, assurda superstizione, o voce diffusa ad arte, tuttora non si sa. Ma diversi esempi, verificatisi in un breve periodo di tempo davanti agli occhi di tutti, erano vivi e sbalorditivi. Nell'ambiente aristocratico d'allora aveva in poco tempo attirato su di sè l'attenzione di tutti un giovane d'ottima famiglia, il quale già nella sua età giovanile s'era distinto nel campo delle attività di governo, ardente estimatore di ogni cosa elevata, appassionato di tutto ciò che ha creato l'arte e l'intelligenza dell'uomo, promettente futuro mecenate. Ben presto egli fu benignamente notato dalla stessa imperatrice, la quale gli affidò un posto importante, in armonia con le sue aspirazioni, un posto dov'egli poteva far molto per le scienze e per le arti in genere. Il giovane dignitario si circondò di artisti, di poeti, di scienziati. Egli voleva dare a tutti un lavoro, incoraggiare tutti. Iniziò a proprie spese un gran numero di utili pubblicazioni, distribuì molte commissioni, annunciò premi d'incoraggiamento, gettò in questa attività mucchi di denaro e, infine, cadde in miseria. Ma, pieno di magnanimo slancio, non volle rinunciare alla propria impresa; dappertutto cercava denaro in prestito e infine si rivolse al celebre usuraio. Dopo aver contratto con lui un notevole prestito, in poco tempo quest'uomo mutò completamente: diventò un oppressore, un persecutore dell'intelligenza e del talento. In tutte le opere cominciò a vedere un aspetto negativo, interpretava falsamente ogni parola. Proprio in quel tempo, purtroppo, ci fu la rivoluzione francese. Ciò gli servì di pretesto per tutte le possibili infamie. Cominciò a vedere in tutto un indirizzo rivoluzionario, in tutto gli sembrava di scorgere allusioni. Diventò sospettoso al punto che, alla fine, sospettava persino di se stesso, cominciò a compilare terribili, ingiuste denunce, a creare un gran numero di infelici. Va da sè che la voce di simili azioni non poteva, a un certo punto, non arrivare sino al trono. La magnanima imperatrice ne fu atterrita e, piena di quella nobiltà d'animo che abbellisce i regnanti, pronunciò parole che non hanno potuto arrivare fino a noi con assoluta esattezza, ma il cui profondo significato s'impresse nel cuore di molti. L'imperatrice osservò che sotto il governo monarchico non si opprimono gli alti e nobili slanci dell'animo, non si disprezzano e si perseguitano le opere dell'intelligenza, della poesia e delle arti; che, al contrario, proprio i monarchi sono sempre stati i protettori di queste cose: che gli Shakespeare, i Molière, sono fioriti sotto la loro magnanima protezione, mentre Dante non potè trovare un angolo dove riprarsi nella sua patria repubblicana; che i veri geni nascono nei periodi di splendore e di potenza dei regnanti e degli Stati e non nei tempi di fenomeni politici mostruosi e di terrorismo repubblicano, che finora non hanno donato al mondo un solo poeta; che occorre dare un riconoscimento ai poeti e agli artisti, giacchè essi inducono nell'anima la pace e il silenzio della bellezza, e non l'agitazione e le mormorazioni; che gli scienziati, i poeti e tutti i creatori d'arte sono perle e diamanti nella corona imperiale; che l'epoca d'un grande regnante ne è abbellita e ne riceve ancora maggior splendore. Insomma, pronunciando quelle parole, l'imperatrice fu in quel momento divinamente magnifica. Ricordo che i vecchi non potevano parlar di questo senza lacrime. Tutti si sentirono colpiti da quelle parole. A onore del nostro orgoglio nazionale giova notare che nel cuore russo sempre alberga il bellissimo sentimento che spinge a prendere le parti dell'oppresso. Il dignitario che aveva tradito la fiducia in lui riposta fu esemplarmente punito e allontanato dal posto. Ma egli lesse una punizione assai più terribile sui volti dei suoi compatrioti. Era un disprezzo definitivo e generale. Non si può dire quanto soffrisse quell'anima vanagloriosa; orgoglio, amor proprio deluso, speranze che crollavano: tutto si mescolava e la sua vita terminò fra attacchi di spaventosa follia e di furore.
 «Un altro esempio stupefacente accadde anch'esso sotto gli occhi di tutti. Fra le belle donne di cui allora non era povera la nostra nordica capitale, una aveva decisamente conquistato la supremazia su tutte. Era una specie di meravigliosa fusione della nostra bellezza settentrionale con la bellezza del mezzogiorno, un brillante come se ne vedono di rado al mondo. Mio padre confessava che in tutta la sua vita non aveva mai visto niente di simile. Tutto pareva essersi fuso in lei: la ricchezza, l'intelligenza e il fascino dell'anima. I pretendenti erano una folla e fra' loro maggiormente in vista era il principe R., il più nobile, il migliore dei giovani, il più bello sia nel volto che per i suoi magnanimi e cavallereschi impulsi, perfetto ideale dei romanzi e delle donne, un Grandinson sotto tutti gli aspetti. Il principe R. era innamorato in modo appassionato e folle; ed era corrisposto da un amore altrettanto ardente. Ma il partito non sembrava abbastanza buono ai parenti della ragazza. Le tenute avite del principe da tempo ormai non gli appartenevano più, la famiglia era in disgrazia e la cattiva situazione dei suoi affari era nota a tutti. D'improvviso il principe lasciò la capitale, per andare a rimettere in sesto i suoi affari; ricomparve dopo non molto tempo, circondato da un lusso e da uno splendore incredibili. I suoi balli e le sue feste sfavillanti lo rendono noto a corte. Il padre della ragazza si convince e così si celebra uno splendido matrimonio. Nessuno sapeva spiegare con certezza a cosa attribuire quel cambiamento e l'inaudita ricchezza dello sposo; ma si diceva sotto sotto che egli avesse concluso un patto con un misterioso usuraio, ottenendone un prestito. Comunque fosse, il matrimonio interessò l'intera città. Sia lo sposo sia la sposa erano oggetto dell'invidia generale. A tutti era noto il loro ardente, tenace amore, i lunghi struggimenti sofferti da entrambi, le alte qualità di tutti e due. Le donne appassionate si figuravano già in anticipo le delizie paradisiache che avrebbero assaporato i giovani coniugi. Ma tutto andò diversamente. Nello spazio di un anno nel marito avvenne un terribile mutamento. Il veleno di una gelosia sospettosa, dell'intolleranza e di inesauribili capricci contagiò quel carattere fino allora nobile e buono. Egli divenne il tiranno e il torturatore di sua moglie e, cosa che nessuno avrebbe potuto prevedere, ricorse alle azioni più disumane, persino alle percosse. In un solo anno nessuno avrebbe più riconosciuto quella donna che ancora poco tempo prima brillava e attirava folle di docili spasimanti. Finalmente , non avendo la forza di sopportare oltre il suo pesante destino, ella parlò di divorzio. Il marito montò su tutte le furie al solo pensiero d'una cosa simile. Nel suo primo gesto di rabbia irruppe nella stanza di lei con un coltello e l'avrebbe senza dubbio scannata su due piedi se non l'avessero trattenuto e fermato. Allora, in un impulso di frenesia e di disperazione, egli rivolse il coltello contro di sè e terminò la sua vita fra i più spaventosi tormenti.
 «Oltre a questi due esempi, avvenuti sotto gli occhi di tutta la buona società, se ne raccontavano moltissimi accaduti nelle classi inferiori, quasi tutti terminati in modo terribile. Un uomo sobrio e onesto diventava un ubriacone; un commesso di mercante derubava il proprio padrone; un vetturino che per anni aveva lavorato onestamente, uccideva per pochi centesimi il cliente. Era naturale che simili avvenimenti, raccontati spesso con le debite aggiunte, suscitassero una specie d'involontario terrore fra i modesti abitanti di Kolòmna. Nessuno dubitava della presenza d'una forza demoniaca in quell'uomo. Dicevano che egli proponesse condizioni che facevano rizzare i capelli in testa e che poi l'infelice non osava mai riferire ad alcuno; che il suo denaro avesse una proprietà magnetica, che si arroventasse da solo e avesse certi strani segni... insomma, correvano molte voci assurde d'ogni genere. Ed è sintomatico il fatto che tutta la popolazione di Kolòmna, tutto quel mondo di vecchie in miseria, di piccoli funzionari, di mediocri artisti e, insomma, d'ogni genere di minutaglia, di cui ho testè parlato, preferisse sopportare la miseria più squallida piuttosto che rivolgersi al terribile usuraio; erano state trovate morte di fame delle vecchie, rassegnate a lasciar estinguere il proprio corpo piuttosto di uccidere l'anima. Incontrandolo per stada, la gente provava un inconscio terrore. Il passante indietreggiava cautamente e poi si voltava ancora a lungo, seguendo la sua altissima figura che si dileguava lontano. Il suo stesso aspetto era così insolito che chiunque era spinto suo malgrado ad attribuirgli facoltà soprannaturali. Quei lineamenti forti, intagliati così profondamente come non accade di vederne in un essere umano; l'ardente, bronzeo colore del volto; l'incredibile foltezza dei sopraccigli; gli occhi terribili e dallo sguardo insostenibile; e persino le larghe pieghe della sua veste asiatica, tutto pareva dire che, rispetto alle passioni che si agitavano in quel corpo, le passioni degli altri erano sbiadite. Mio padre si fermava e restava immobile ogni volta che lo incontrava e ogni volta non sapeva trattenersi dall'esclamare: ‹Un diavolo, un vero diavolo!›
 «Ma occorre che vi presenti ora mio padre, che fra l'altro il vero soggetto di questa storia. Mio padre era un uomo notevole sotto molti riguardi. Era un artista come ce ne sono pochi, uno di quei prodigi che solamente la Russia fa uscire dalle sue intatte viscere, un artista autodidatta, che da solo, senza maestri e scuole, aveva trovato nella propria anima le regole e le leggi, affascinato solamente dalla sete di perfezione, e che, per ragioni che forse neppure egli conosceva, seguiva sempre e soltanto la strada indicatagli dall'anima. Era uno di quei fenomeni spontanei che sovente i contemporanei gratificano dell'offensivo epiteto di ‹ignoranti›, e che non si scoraggiano per gli schemi e gli insuccessi, ma anzi ne traggono nuovo slancio e nuove forze, e arrivano a superare in se stessi le opere per cui furono chiamati ignoranti. Con un istinto interiore egli fiutava la presenza di un'idea in ogni oggetto; da solo aveva compreso l'autentico significato dell'espressione: ‹pittura storica›; aveva compreso perchè una semplice testa, un semplice ritratto di Raffaello, di Leonardo da Vinci, di Tiziano, di Correggio è una ‹pittura storica›, mentre un enorme quadro di soggetto storico rimane sempre un tableau de genre, per quanto l'artista pretenda di fare della pittura storica. Sia il sentimento interiore, sia le sue personali convinzioni avevano rivolto il suo pennello ai soggetti cristiani, supremo e ultimo grado dell'eccelso. Egli non era ambizioso e suscettibile, caratteri che si ritrovano così spesso in molti artisti. Era di indole ferma, un uomo onesto, rettilineo, persino rozzo, esteriormente coperto da una scorza piuttosto dura, non privo d'un certo orgoglio; nei confronti degli altri si esprimeva con indulgenza e asprezza insieme. ‹Cosa vuoi che li guardi,› diceva solitamente, ‹non è per loro che lavoro. Non è in un salotto che porto i miei quadri, ma li metteranno in una chiesa. Chi li capirà, mi ringrazierà; chi non li capirà, pregherà egualmente Dio. Non c'è da incolpare l'uomo di mondo, egli non s'intende di pittura; s'intende di carte da giuoco, è esperto di buoni vini, di cavalli; perchè un signore dovrebbe saperne di più? Se poi vuole assaggiare questo e quello, e se ne va in giro a sputar sentenze, non ti lascia più vivere! A ciascuno il suo, che ciascuno si occupi del suo. Secondo me, è meglio chi ti dice apertamente di non capirne nulla, di chi fa l'ipocrita, dice di sapere ciò che non sa e riesce solo a rovinare e sciupare tutto.› Egli dipingeva per pochi soldi, per quanto gli era necessario per il sostentamento della famiglia e per portare avanti il lavoro. Per di più non rifiutava mai di aiutare gli altri o di porgere una mano a un pittore povero; credeva con la fede semplice e pia degli avi e forse per questo dai volti dipinti da lui emanava naturalmente quell'espressione elevata che ingegni anche più brillanti non riescono a raggiungere. Insomma, con la costanza del suo lavoro e la fedeltà alla via che egli stesso s'era tracciato, cominciò a conquistare anche il rispetto di quelli che l'avevano chiamato ignorante e autodidatta casalingo. Aveva continue commissioni per le chiese e il lavoro non gli mancava mai. Uno di questi lavori lo impegnò fortemente. Non ricordo più in che cosa precisamente consistesse il soggetto, so soltanto che nel quadro occorreva raffigurare lo spirito delle tenebre. Egli pensò a lungo quale aspetto dargli; voleva che il suo volto esprimesse tutto ciò che angoscia e opprime l'uomo. Durante queste riflessioni gli veniva talvolta in mente l'immagine del misterioso usuraio ed egli pensava senza volerlo: ‹Ecco chi dovrei dipingere in veste di diavolo.› Giudicate dunque del suo stupore quando una volta, mentre lavorava nel suo studio, udì bussare alla porta e subito dopo vide venire verso di lui il terribile usuraio. Mio padre sentì come un fremito interno che gli percorse tutto il corpo.
 «‹Sei pittore?› chiese senza tanti complimenti l'usuraio a mio padre.
 «‹Sì, pittore,› rispose mio padre perplesso, in attesa di vedere che cosa ne sarebbe seguito.
 «‹Bene. Fammi il ritratto. Forse io presto morirò, non ho figli; ma non voglio morire del tutto, voglio vivere ancora. Puoi dipingere un ritratto che sia veramente vivo?›
 «Mio padre pensò: ‹Che c'è di meglio? È lui stesso che chiede di fare da diavolo nel mio quadro.› E diede la sua parola. Si misero d'accordo sul tempo e sul prezzo e il giorno dopo, presi i pennelli e la tavolozza, mio padre era già dall'usuraio. L'alto cortile, i cani, le porte e i catenacci di ferro, le finestre ad arco, i forzieri ricoperti di strani tappeti e, infine, lo stesso non comune padrone che stava seduto immobile davanti a lui, tutto questo gli produsse una strana impressione. Come a farlo apposta, le finestre erano ostruite dal basso all'alto da cumuli di roba ammucchiata, sicchè davano luce solamente dalla sommità. ‹Al diavolo, come è illuminata bene adesso la sua faccia!› disse fra sè mio padre e si accinse avidamente a dipingere, come temendo che quella felice illuminazione scomparisse. ‹Che forza!› ripetè fra sè, ‹se mi riesce di ritrarlo anche solo in parte com'è ora, questo mi ammazza tutti i miei santi e angeli! Li fa impallidire tutti! Che forza demoniaca! Se posso avvicinarmi al vero anche solo un poco, questo mi salta fuori dalla tela. Che lineamenti straordinari!› ripeteva di continuo, accrescendo il suo zelo, e già vedeva egli stesso come certi tratti cominciassero a passare sulla tela.
 «Ma, quanto più si avvicinava a quei lineamenti tanto più provava una sorta di senso d'oppressione e d'ansia, che gli riusciva incomprensibile. Malgrado ciò, si propose di perseguire con fedeltà letterale ogni più minuta fattezza ed espressione. Prima di tutto volle portare a compimento gli occhi. In quegli occhi c'era tanta forza che pareva non si potesse nemmeno pensare di renderli fedelmente, così com'erano in realtà. Egli però decise di scoprire in essi anche l'ultima e minima sfumatura, di capirne il segreto... Ma, appena cominciò a entrare, a inoltrarsi in essi con il pennello, nella sua anima nacque una così strana repulsione, un così incomprensibile senso di angoscia, che per un certo tempo dovette posare il pennello; solo dopo un poco potè riprenderle, e mettersi di nuovo al lavoro. Ma alla fine non potè più resistere; sentiva che quegli occhi gli si infiggevano nell'anima e vi producevano un'agitazione indicibile. Il secondo, il terzo giorno questa sensazione fu ancor più forte. Egli cominciò ad aver paura. Lasciò il pennello e disse senza mezzi termini che non poteva più dipingere. Bisognava vedere come cambiò a quelle parole lo strano usuraio. Gli si gettò ai piedi e lo supplicò di terminare il ritratto, dicendo che da questo dipendevano il suo destino e la sua esistenza al mondo, che con il suo pennello lui aveva già sfiorato i suoi tratti vivi; che, se li avesse resi con fedeltà, la sua vita, per forza soprannaturale, sarebbe rimasta nel ritratto, e lui non sarebbe mai morto del tutto, perchè doveva continuare a esser presente nel mondo. Mio padre provò orrore a queste parole: esse gli parvero talmente strane e terribili, che gettò via tavolozza e pennelli e si precipitò all'impazzata fuori della stanza. Il pensiero di ciò che era accaduto lo agitò per tutta la giornata e per tutta la notte. Il mattino dopo, ricevette da parte dell'usuraio il ritratto, portatogli da una donna, l'unica persona al suo servizio, la quale dichiarò che il padrone non voleva più il ritratto, non gli avrebbe pagato nulla e glielo mandava indietro. Tutto questo gli sembrò molto strano. Da quel momento, il carattere di mio padre cominciò a cambiare: avvertiva un'inquietudine, un'ansia, di cui egli stesso non sapeva capire la causa, e ben presto corrimise un atto che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui: da un certo tempo i lavori d'un suo allievo avevano cominciato ad attrarre l'attenzione di una piccola cerchia di conoscitori e di amatori. Mio padre aveva sempre viste, in lui del talento e per questo l'aveva seguito con particolare simpatia. Improvvisamente provò per lui dell'invidia. La simpatia di tutti per quel giovane, il bene che se ne diceva, gli diventarono insopportabili. Infine, a compimento del suo disappunto, venne a sapere che al suo allievo era stato proposto di dipingere un quadro per una ricca chiesa di nuova costruzione. Questo lo fece esplodere: ‹No, non lascerò che quel poppante trionfi!› disse. ‹Troppo presto s'è messo in testa di gettare i vecchi nel fango! Ma ho ancora forza, grazie a Dio. Vedremo chi cascherà prima nel fango!›
 «E quell'uomo rettilineo, d'animo onesto, ricorse a intrighi e manovre di cui fino allora aveva sempre avuto repugnanza; ottenne infine che per il quadro fosse bandito un concorso e vi potessero partecipare anche altri artisti con i loro lavori. Dopo di che si chiuse nella sua stanza e si impegnò con ardore nella pittura. Pareva che volesse mettervi tutte le sue forze, tutto se stesso. Ed effettivamente ne uscì una delle sue opere migliori. Nessuno dubitava che il primato spettasse a lui. Vennero presentati i quadri e tutti sembrarono come la notte rispetto al giorno in confronto al suo. Quando a un tratto uno dei giudici presenti, se non sbaglio un religioso, fece un'osservazione che stupì i presenti:
 «‹Effettivamente in questo quadro c'è molto talento,› disse, ‹ma non c'è santità nei volti; al contrario, c'è persino qualcosa di demoniaco negli occhi, come se un sentimento impuro avesse guidato la mano dell'artista.›
 «Tutti guardarono e non poterono non persuadersi della verità di queste parole. Mio padre si precipitò avanti, verso il suo quadro, come per difenderlo da un'osservazione così offensiva; ma vide con orrore che a quasi tutte le figure aveva dato gli occhi dell'usuraio. Essi guardavano in modo così diabolicamente distruttivo, che lui stesso tremò. Il quadro venne respinto e, con sua indescrivibile stizza, egli vide che la preferenza veniva data al suo allievo. Non è possibile dire il furore in preda al quale fece ritorno a casa. Per poco non percosse mia madre, cacciò via i figli, spezzò pennelli e tavolozza, chiese un coltello, afferrò dalla parete il ritratto dell'usuraio, e ordinò di accendere il fuoco nel camino con l'intenzione di bruciarlo. Così lo trovò un amico entrato in quel momento nella stanza, anche lui pittore, buontempone sempre contento di sè, che non si poneva mai mete irrealizzabili, che faceva allegramente qualunque cosa e ancor più allegramente si dedicava a pranzi e banchetti.
 «‹Che fai, cosa vuoi bruciare?› disse, e si avvicinò al ritratto. ‹Caspita, ma questa è una delle tue opere migliori! È quell'usuraio morto da poco; mi sembra molto bello, perfetto direi. Non solo l'hai fatto identico, ma gli sei entrato dentro gli occhi. Quegli occhi in vita non hanno mai guardato così come guardano adesso.›
 «‹E adesso starò a vedere come guarderanno quando saranno dentro il fuoco, › disse mio padre facendo il gesto di scaraventare il ritratto nel caminetto.
 «‹Fermati, per amor di Dio!› disse l'amico trattenendolo. ‹Dallo piuttosto a me, se ti offende a tal punto la vista.›
 «Dapprima mio padre si oppose, ma infine acconsentì e il buontempone, felicissimo del suo acquisto, si portò il ritratto a casa.
 «Appena se ne fu andato, di colpo mio padre si sentì più tranquillo. Come se, insieme con il ritratto, gli fosse caduto un peso dall'anima. Si stupì allora dei suoi bassi sentimenti, della sua invidia, e del palese mutamento del suo carattere. Esaminato il proprio modo d'agire, fu preso dalla tristezza e non senza un'intima afflizione disse:
 «‹No, è stato Dio a punirmi; il mio quadro ha subìto un'onta meritata. L'avevo ideato per danneggiare un fratello. A stato il sentimento infernale dell'invidia a guidare il mio pennello, ed era giusto che un sentimento infernale si riflettesse nel quadro.›
 «Si recò immediatamente dal suo ex allievo, lo abbracciò con forza, gli chiese perdono e cercò in ogni modo di cancellare la sua colpa dinanzi a lui. Ricominciò a lavorare tranquillamente; ma il suo viso diventava sempre più pensieroso. Adesso pregava di più, era più spesso taciturno e non s'esprimeva più così bruscamente sulle persone; la stessa apparenza rozza del suo carettere in un certo senso si raddolcì. Ben presto una circostanza lo scosse ancora di più. Da tempo non vedeva il collega che gli aveva chiesto il ritratto. Un giorno che si accingeva ad andarlo a trovare, d'improvviso questi entrò nella sua stanza. Dopo alcune parole e domande da entrambe le parti, disse:
 «‹Bene, mio caro, avevi ragione di voler bruciare il ritratto. Il diavolo lo porti, ha qualcosa di strano... Io non credo alle streghe, ma, di' quel che ti pare, in esso c'è una forza impura...›
 «‹Come?› disse mio padre.
 «‹Già, da quando l'ho appeso in casa, ho cominciato a sentire una tale oppressione... come se avessi voglia di ammazzare qualcuno. In vita mia non ho mai saputo che cosa fosse l'insonnia e invece non solo soffro d'insonnia, ma faccio certi sogni... non saprei dire nemmeno io se si tratta di sogni o di qualcos'altro: è come se un folletto venisse a strangolarmi; e poi ho sempre la visione di quel maledetto vecchio. Insomma, mi è difficile descriverti cosa provo. Non mi era mai successo nulla di simile. Per tutti questi giorni ho vagato come un pazzo: sentivo una specie di paura, quasi mi aspettassi qualcosa di sgradevole. Sentivo che non potevo dire a nessuno una parola allegra e sincera, come se avessi sempre accanto qualcuno, una spia. E solo da quando ho dato il ritratto a un nipote che me l'ha chiesto, mi è sembrato che mi cadesse una pietra dalle spalle: tutt'a un tratto mi sono sentito allegro, come puoi vedere. Già, mio caro, hai fatto un diavolo!›
 «Durante questo racconto mio padre l'ascoltò con un'attenzione che nulla poteva distrarre e infine domandò:
 «‹E il ritratto adesso è da tuo nipote?›
 «‹Macchè dal nipote! Non ha resistito!› disse il buontempone. ‹Si vede che ci si è proprio trasferita dentro l'anima dell'usuraio: salta fuori dalla cornice, passeggia per la stanza; e quel che mi ha raccontato mio nipote è semplicemente inconcepibile. L'avrei preso per matto se in parte non avessi provato anch'io lo stesso. L'ha ceduto a un collezionista di quadri, ma nemmeno quello ha resistito e l'ha venduto.›
 «Questo racconto produsse una forte impressione su mio padre. S'impensierì seriamente, cadde in uno stato d'ipocondria e infine si persuase definitivamente che il suo pennello fosse servito da strumento del diavolo, che una parte della vita dell'usuraio fosse passata in qualche modo nel ritratto e turbasse adesso la gente, suscitando impulsi diabolici, facendo deviare gli artisti dalla loro strada, suscitando i terribili tormenti dell'invidia, e così via. Tre disgrazie sopravvenute quasi di seguito, le tre morti improvvise della moglie, della figlia e d'un figlio piccolo, furono da lui considerate un castigo celeste, ed egli decise di abbandonare il mondo. Non appena compii i nove anni, egli mi collocò presso l'Accademia delle Arti e, fattosi pagare da tutti i debitori, si ritirò in un creeremo lontano dove ben presto si tonsurò e si fece monaco. Là, con il rigore della sua vita, con l'incessante osservanza di tutte le regole monastiche, stupì tutta la confraternita. Il priore del monastero, avendo saputo dell'arte del suo pennello, gli chiese di dipingere l'immagine grande per la chiesa. Ma l'umile fratello disse categoricamente che non era degno di prendere in mano il pennello, perchè esso era contaminato; che doveva purificare la propria anima con la fatica e le privazioni, prima di essere degno di accingersi a un'opera simile. Egli stesso, per quanto poteva, aggravava il rigore della vita monastica. Ma alla fine neanche questa gli bastò, neanche questa gli sembrò abbastanza severa, e con la benedizione del priore si ritirò nel deserto per vivervi completamente solo. Là si costruì una rozza capanna, si nutrì soltanto di radici crude, trascinò pietre da un luogo all'altro, rimase immobile nello stesso posto, dal sorger del sole al tramonto, con le mani protese verso il cielo, pregò senza tregua. Per farla breve, ricercò le prove più dure, quell'irraggiungibile rinuncia a se stesso i cui esempi si possono forse trovare solo nelle vite dei santi. Così mortificò a lungo, durante molti anni, il proprio corpo, temprandolo nello stesso tempo con la forza vivificante della preghiera. Infine, un giorno ritornò all'eremo e disse con fermezza al priore:
 «‹Adesso sono pronto. Se a Dio piace, eseguirò il mio lavoro.›
 «Il tema che scelse era la natività di Gesù. Vi lavorò un anno senza uscire dalla sua cella, nutrendosi appena di parco cibo, pregando di continuo. Allo scadere di dodici mesi il quadro era pronto. Esso era davvero un miracolo del pennello. È bene sapere che nè i confratelli nè il priore avevano grandi cognizioni di pittura, eppure tutti furono sbalorditi dall'eccezionale santità delle figure. Il sentimento di divina mitezza e umiltà sul viso della Madre purissima china sul neonato, la profonda pensosità negli occhi del divino fanciullo, che parevano già penetrare nel futuro, il solenne silenzio dei Re Magi colpiti dal divino miracolo e prosternati ai suoi piedi; e, infine, la sacra ineffabile calma di cui era soffuso l'intero quadro - tutto questo apparve con tanta armoniosa forza e potente bellezza che l'impressione fu magica. L'intera comunità cadde in ginocchio di fronte alla nuova immagine e il priore commosso disse:
 «‹No, un uomo, con l'aiuto della sola arte umana, non può creare un quadro simile: una santa forza superiore ha guidato il tuo pennello e la benedizione del cielo riposa nella tua fatica.›
 «In quel tempo io terminai i miei studi all'Accademia, ottenni la medaglia d'oro e, insieme con essa, la gioiosa speranza d'un viaggio in Italia: il sogno più bello per un artista ventenne. Mi restava soltanto da congedarmi da mio padre, dal quale ero separato già da dodici anni. Avevo molto sentito dire della santità della sua vita, e m'immaginavo di trovare un anacoreta incartapecorito, estraneo ad ogni cosa al mondo eccetto la sua cella e la preghiera, macerato, inaridito dai digiuni e dalle veglie. E come mi meravigliai invece quando vidi davanti a me un vecchio meraviglioso, quasi divino! Sul suo viso non si scorgeva traccia di privazioni: esso scintillava della luce della beatitudine celeste. La barba bianca come la neve e i capelli sottili, quasi aerei, dello stesso colore argenteo, si spandevano in modo pittoresco sul petto e sulle pieghe della sua tonaca nera e cadevano fino alla cintura che cingeva il suo povero abito monastico, ma più sorprendente di tutto fu per me sentire dalle sue labbra parole e pensieri sull'arte che, vi assicuro, custodirò a lungo nell'anima con il sincero desiderio che ogni mio collega faccia lo stesso.
 «‹Ti aspettavo, figlio mio,› diss'egli quando mi accostai per averne la benedizione. ‹Ti attende il cammino per il quale d'ora innanzi procederà la tua vita. Il tuo cammino è pulito, non deviare da esso. Tu hai talento; il talento è un dono prezioso di Dio, non ucciderlo. Esplora, studia ogni cosa, assoggetta al pennello tutto ciò che vedi, ma in tutto sappi trovare l'idea interiore e in primo luogo sforzati di comprendere il grande mistero della creazione. Beato l'eletto che lo possiede. Per lui non v'è soggetto spregevole nella natura. Nell'insignificante l'artista creatore è grande come nell'eccelso; la cosa più bassa per lui non è bassa, perchè invisibilmente trapela in essa l'anima meravigliosa di chi crea, e la cosa bassa viene così sublimemente espressa, perchè passa attraverso il purgatorio della sua anima. Nell'arte, è racchiusa un'allusione al divino, al paradiso celeste, e già per questo essa è più alta d'ogni altra cosa. E quanto la quiete solenne è più alta d'ogni agitazione mondana, la creazione della distruzione, l'angelo con la sola pura innocenza della sua anima luminosa di tutte le innumerevoli forze e le orgogliose passioni di Satana, tanto una sublime creazione dell'arte è più alta d'ogni altra cosa che esista al mondo. Sacrificale tutto e amala con tutta la passione, non con la passione che alita terrestre concupiscenza, ma con la quieta passione celeste; senza di essa l'uomo non ha il potere di sollevarsi da terra e non può emettere i mirabili suoni che danno la pace. Giacchè è per acquietare e pacificare che scende nel mondo la sublime opera d'arte. Essa non spinge l'anima all'insoddisfazione, ma con risonante preghiera eternamente tende a Dio. Ma vi sono momenti, oscuri momenti...›
 «Egli si fermò ed io vidi d'un tratto rabbuiarsi il suo volto luminoso, come se vi fosse passata una nube subitanea.
 «‹C'è un avvenimento nella mia vita,› proseguì. ‹Non riesco a capire ancor oggi chi fosse quella strana figura di cui dipinsi un giorno il ritratto. Ma certo era qualcosa di diabolico. Lo so, il mondo nega l'esistenza del diavolo, e perciò non parlerò di questo; dirò soltanto che dipinsi quel ritratto con repulsione, che non provai durante quel tempo nessun amore per la mia opera. Pure, volli vincermi con la violenza e, soffocato tutto, essere passivamente fedele al vero. Ma quella non fu una creazione dell'arte e perciò i sentimenti di chiunque la guardi sono sentimenti di rivolta, sentimenti di angoscia, non i sentimenti che genera un artista, perchè un artista anche nell'angoscia esprime tranquillità. Mi hanno detto che quel ritratto passa di mano in mano suscitando impressioni funeste, generando nell'artista il sentimento dell'invidia, d'un cupo odio verso il fratello, la malvagia bramosia di attuare persecuzioni e oppressioni. Ti protegga l'Altissimo da queste passioni! Non c'è niente di più terribile di esse. Meglio sopportare noi stessi l'amarezza di tutte le persecuzioni che infliggerne ad altri anche una sola. Salva la purezza della tua anima. Chi racchiude in sè del talento deve aver l'anima più pura di ogni altro. A un altro molto si perdona, ma a lui non si perdonerà. A chi è uscito di casa con un chiaro abito festivo basta una sola macchia di fango schizzata da una ruota perchè tutta la gente lo circondi e lo segni a dito e parli della sua sporcizia, mentre la stessa gente non nota le molte macchie sugli altri passanti vestiti di abiti quotidiani. Perchè sugli abiti di tutti i giorni non si notano le macchie.›
 «Egli mi benedisse e mi abbracciò. Nella mia vita non mi ero mai sentito trasportato così in alto. Con venerazione, più ancora che con sentimento filiale, mi strinsi al suo petto e lo baciai sui fluenti capelli d'argento. Una lacrima brillò nei suoi occhi.
 «‹Esaudisci, figlio mio, una mia preghiera,› mi disse quando ormai ci congedavamo. ‹Forse ti accadrà di vedere in qualche posto il ritratto di cui ti ho parlato. Lo riconoscerai subito dagli occhi insoliti e dalla loro espressione innaturale; distruggilo a ogni costo...›
 «Potete voi stessi giudicare se avrei potuto non promettere, non giurare di esaudire quella preghiera. Per quindici anni non mi è mai capitato di trovare nulla che in qualche modo assomigliasse alla descrizione fattami da mio padre, quando a un tratto, adesso, a quest'asta...»
 Qui l'artista, senza terminare la frase, rivolse gli occhi alla parete per guardare ancora una volta il ritratto. Lo stesso movimento fece istantaneamente la folla degli ascoltatori, cercando con gli occhi l'insolito ritratto. Ma, con somma meraviglia di tutti, esso non era più sulla parete. Un parlottio indistinto e un brusio corsero per tutta la folla e subito dopo si udì chiaramente la parola «...rubato». Qualcuno era già riuscito a portarlo via, approfittando dell'attenzione degli ascoltatori assorti nel racconto. E a lungo tutti i presenti restarono perplessi, non sapendo se avessero effettivamente visto quegli occhi terribili o se non si fosse trattato solo di una visione balenata un istante ai loro sguardi, affaticati dall'aver per tanto tempo contemplato vecchi quadri.

IL CAPPOTTO

 

 In un ministero... ma è meglio non dire in quale. Non c'è nulla di più suscettibile dei ministeri, dei reggimenti, degli uffici e, insomma, d'ogni sorta di corpo burocratico. Al giorno d'oggi, ormai, ogni privato cittadino ritiene che in esso venga offesa tutta la società. Pare che molto recentemente un capitano di polizia non ricordo di quale città, abbia presentato un esposto in cui dice a chiare note che le istituzioni statali vanno in rovina e che il loro sacro nome viene pronunciato invano. E, come prova delle sue affermazioni, costui ha allegato all'esposto il grosso volume di un'opera letteraria dove, ogni dieci pagine, appare un capitano di polizia, in certi punti persino in stato d'ubriachezza. Perciò, a evitare ogni seccatura, sarà meglio chiamare un ministero il ministero di cui si tratta. Dunque, in un ministero prestava servizio un funzionario, un funzionario che non si può dire fosse molto importante; era anzi di bassa statura, alquanto butterato, rossiccio, persino un po' debole di vista, con una incipiente calvizie sulla fronte, con rughe da entrambe le parti delle guance e quel colore della faccia che si dice emorroidale... Che farci? la colpa è del clima di Pietroburgo. Quanto al grado (giacchè da noi bisogna innanzitutto dichiarare il grado), era ciò che viene chiamato un eterno consigliere titolare, del quale, com'è noto, si sono beffati e presi gioco in abbondanza i vari scrittori che hanno la lodevole abitudine di prendersela con quelli che non possono mordere. Il cognome del funzionario era Bašmaèkìn. Già da questo nome si vede che esso, in un tempo lontano, aveva avuto origine da una scarpa; ma quando, in quale epoca e in qual modo esso fosse derivato dalla scarpa è assolutamente ignoto. Sia il padre, sia il nonno, sia il cognato, insomma assolutamente tutti i Bašmakìn andavano in giro con gli stivali, rinnovando solo tre volte all'anno le suole. Il suo nome era: Akàkij Akakièviè. Al lettore esso parrà forse alquanto strano e ricercato, ma posso assicurare che esso non era stato affatto scelto, ma a causa di particolari circostanze non fu assolutamente possibile dare un altro nome. Avvenne precisamente così: Akàkij Akakièviè nacque verso sera, se la memoria non mi tradisce, il ventitrè di marzo. La madre, moglie d'un funzionario e ottima donna, si dispose, come si usa, a battezzare il bambino. Ella giaceva ancora nel letto, di fronte alla porta, e alla sua destra stava il padrino, uomo eccellente, Ivàn Ivànoviè Eroškìn, che prestava servizio come capufficio al senato, e la madrina, moglie d'un ufficiale di polizia, donna di rare virtù, Arìna Semënovna Belobrjùškova. Alla genitrice proposero di scegliere fra uno dei tre seguenti nomi: Mòkkija, Sòssija, oppure di chiamarlo con il nome del martire Chozdazàt.
 «No,» pensò la madre, «che razza di nomi!»
 Per compiacerla aprirono il calendario in un altro punto; uscirono altri tre nomi: Trifìlij, Dùla e Varachàsij.
 «Ma questo è un flagello,» disse la donna, «che razza di nomi continuano a venir fuori; io, davvero, non li ho mai sentiti. Fosse ancora Varadàt o Varùch, ma Trifìlij e Varachàsij!»
 Voltarono ancora la pagina, e uscirono: Pavsikàkij e Vachtìsij.
 «Be', ormai vedo,» disse la donna, «che, a quel che pare, questo è il destino. Già che dev'essere così, meglio che si chiami come suo padre. Suo padre è Akàkij e che pure il figlio dunque sia Akàkij.»
 In questo modo saltò fuori Akàkij Akakièviè. Il bambino venne battezzato, e durante il battesimo egli si mise a piangere e fece una smorfia, come se avesse il presentimento di diventare un giorno consigliere titolare. Così, ecco come avvenne tutto ciò. Abbiamo riportato questi fatti per far convinto il lettore che ciò accadde proprio per necessità di cose e che non si poteva assolutamente imporre un altro nome.
 Quando e in qual modo Akàkij Akakièviè fosse entrato al ministero e chi ve l'avesse messo, è una cosa che nessuno ricordava. Per quanti direttori e vari superiori cambiassero, videro sempre lui allo stesso posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, evidentemente, doveva esser venuto al mondo così, già pronto con l'uniforme e con la calvizie sulla testa. Nel ministero non gli dimostravano alcuna stima. Non soltanto i custodi non si alzavano dal loro posti quando passava, ma nemmeno lo guardavano, come se attraverso l'anticamera fosse volata una semplice mosca. I superiori si comportavano con lui in un certo modo freddamente dispotico. Un qualsiasi aiutante del capufficio gli ficcava letteralmente sotto il naso gl'incartamenti, senza neppure dirgli «copiate», oppure «ecco un bell'affaruccio interessante» o insomma qualcosa di piacevole come si usa negli uffici dove c'è della buona educazione. E lui prendeva, guardando solo l'incartamento, senza badare a chi gliel'aveva messo lì e se ne avesse il diritto. Prendeva e subito si metteva a copiarlo. I giovani funzionari ridevano di lui e lo motteggiavano per quanto poteva l'arguzia burocratica, raccontavano in sua presenza vane storie inventate sul suo conto; per esempio dicevano che la sua padrona di casa, una vecchia settantenne, lo picchiava; o domandavano quando loro due si sarebbero sposati; oppure gli spargevano sulla testa pezzi di carta, dicendo che era neve. A questo però Akàkij Akakièviè non rispondeva con una sola parola, come se non avesse nessuno davanti a sè; e non si lasciava distrarre dalle sue occupazioni: in mezzo a tutte queste molestie non faceva un solo sbaglio nel copiare. Solo se lo scherzo era troppo insopportabile, se gli davano un colpo sul braccio disturbandolo nel suo lavoro, esclamava:
 «Lasciatemi stare, perchè mi offendete?»
 E c'era un che di strano nelle parole e nella voce con cui venivano dette. Vi si avvertiva qualcosa che induceva alla compassione, tanto che un giovanotto da poco entrato in servizio, e che aveva cominciato, secondo l'esempio degli altri, a burlarsi di lui, a un tratto si fermò colpito, e da quel momento fu come se tutto fosse cambiato ai suoi occhi e gli apparisse sotto un aspetto diverso. Una specie di forza soprannaturale lo respinse dai compagni con i quali aveva fatto conoscenza ritenendoli persone distinte ed educate. E poi per molto tempo, nei momenti più allegri, seguitò ad apparirgli il piccolo funzionario con le calvizie che diceva le parole toccanti: «Lasciatemi stare, perchè mi offendete?» e in queste parole altre ne echeggiavano: «Io sono un tuo fratello.» Il povero giovanotto si copriva allora la faccia con una mano e in seguito molte volte trasalì nella sua vita, vedendo quanta disumanità ci sia nell'uomo, quanta furiosa volgarità si nasconda nella personalità più raffinata e colta, e, Dio! persino in individui che il mondo reputa nobili e onesti.
 Sarebbe stato difficile trovare un uomo che vivesse così del suo lavoro. È poco dire che egli prestava servizio con zelo; no, prestava servizio con amore. Lì, in quel copiare, egli vedeva un certo mondo proprio, vario e piacevole. La soddisfazione si dipingeva sulla sua faccia; alcune lettere erano le sue favorite e, quando vi s'imbatteva, non era più lui: ridacchiava, ammiccava, si aiutava con le labbra, sicchè pareva che sulla sua faccia si potesse leggere ogni lettera che la sua penna vergava. Se l'avessero ricompensato in maniera proporzionata al suo zelo, con sua meraviglia egli sarebbe forse diventato persino consigliere di stato; mentre tutto ciò che aveva ottenuto, come si esprimevano gli spiritosi suoi compagni, era una fibbia all'occhiello e le emorroidi ai lombi. Del resto, non si può dire che non si facesse alcuna attenzione a lui. Un direttore che era un buon uomo e voleva ricompensarlo per il lungo servizio, ordinò di dargli qualcosa di più importante della solita copiatura; gli fu così ordinato di stendere, di una pratica già pronta, una relazione a un altro ufficio; si trattava soltanto di cambiare il titolo di testa e poi di portare alcuni verbi dalla prima persona alla terza. Ma questo gli costò una tale fatica che egli diventò tutto un sudore, si terse la fronte e alla fine disse:
 «No, datemi piuttosto qualcosa da copiare.»
 Da quella volta lo lasciarono per sempre al suo lavoro di copiatura. Fuori del copiare sembrava che per lui non esistesse niente. Non pensava affatto al proprio abito: l'uniforme che portava non era verde, ma di un certo colore rossiccio farinoso. Il colletto l'aveva così basso e stretto, che il collo, quantunque non fosse affatto lungo, uscendo da quel colletto pareva insolitamente lungo, come in quei gattini di gesso che muovono la testa e che venditori ambulanti russi sedicenti stranieri portano sul capo a decine intere. E poi c'era sempre qualcosa appiccicato alla sua uniforme, una pagliuzza o un filo; per di più aveva la speciale arte, quando usciva in strada, di capitare sotto una finestra proprio nell'istante in cui da essa buttavano fuori ogni sorta di porcherie e perciò sul suo cappello non mancavano mai scorze di anguria e di melone e altre sciocchezzuole del genere. Mai una volta nella vita aveva rivolto l'attenzione a ciò che si faceva e che accadeva ogni giorno per strada, cosa a cui, com'è noto, sempre guardano i suoi colleghi, i giovani funzionari che talmente estendono la capacità penetrativa del loro vivace sguardo da notare addirittura sul marciapiede opposto un bordo di pantaloni scucito, ciò che sempre suscita un malizioso sorriso sulla loro faccia.
 Ma Akàkij Akakjèviè, anche se guardava qualcosa, vedeva sempre le sue righe pulite, scritte con calligrafia regolare, e forse soltanto se un muso di cavallo, venuto chissà di dove, gli si appoggiava su una spalla e gli soffiava dalle froge un uragano di vento nel collo, forse solo allora si accorgeva che non stava a metà d'una riga, ma a metà d'una strada.
 Arrivando a casa si sedeva subito a tavola, trangugiava alla svelta il suo šèi e mangiava un pezzo di bue con la cipolla, senza rendersi conto del loro sapore; mangiava tutto questo insieme con le mosche e con tutto quello che Dio gli mandava in quel momento. Quando sentiva che lo stomaco cominciava a gonfiarsi, si alzava da tavola, tirava fuori una boccetta d'inchiostro e ricopiava qualche incartamento che s'era portato a casa. Se non ne aveva, faceva apposta, per il proprio piacere, una copia per sè, specialmente se l'incartamento era considerevole non tanto per l'eleganza dello stile, quanto per il fatto che si rivolgeva a qualche personaggio nuovo o importante.
 Persino nelle ore in cui il grigio cielo di Pietroburgo si spegne completamente e tutto il popolo impiegatizio s'è pasciuto e saziato, come ognuno può, in conformità agli stipendi e al personale capriccio, quando tutti riposano dopo il ministeriale scricchiolio di penne, il correre qua e là, le imprescindibili occupazioni proprie e altrui (che l'uomo inquieto s'assegna volontariamente persino più del necessario), quando i funzionari s'affrettano a dedicare al piacere il tempo che resta: chi è più vivace, corre a teatro; chi in strada, dedicando il proprio tempo alla contemplazione di certi cappellini; chi a una serata, prodigando complimenti a qualche leggiadra ragazza, stella d'una piccola cerchia di funzionari; chi, e questo succede più spesso, se ne va semplicemente da un amico a un quarto o terzo piano, in due piccole stanze con un'anticamera e una cucina e certe pretese di eleganza, una lampada o un'altra cosetta che è costata molti sacrifici, rinunce a pranzi e a passeggiate; insomma, anche nell'ora in cui tutti i funzionari si sparpagliano nei piccoli alloggi degli amici a giocare un burrascoso whist, sorseggiando il tè dai bicchieri insieme con biscotti da un copeco, aspirando il fumo da lunghe pipe, riportando mentre si danno le carte qualche maldicenza dell'alta società, dal che mai e in nessuna situazione può esimersi l'uomo russo, oppure, quando non c'e altro di cui parlare, raccontando l'eterna barzelletta del poliziotto a cui vengono a dire che è stata tagliata la coda al cavallo del monumento di Falconet - insomma anche quando tutti corrono a distrarsi, Akàkij Akakièviè non s'abbandonava ad alcun divertimento. Nessuno poteva dire d'averlo mai veduto a qualche serata. Dopo aver copiato a sazietà, si metteva a letto sorridendo in anticipo al pensiero del domani, di quel che l'indomani Dio gli avrebbe mandato da copiare.
 Così trascorreva la sua pacifica esistenza un uomo che con quattrocento rubli di stipendio sapeva essere contento della sua sorte, e avrebbe forse raggiunto così la tarda vecchiaia se la strada della vita non fosse disseminata di vari guai non solamente per i consiglieri titolari, ma anche per quelli segreti, effettivi, di corte e d'ogni altro genere, e persino per quelli che non danno consigli a nessuno e da nessuno ne prendono.
 C'è a Pietroburgo un forte nemico di tutti coloro che ricevono quattrocento rubli all'anno di stipendio o giù di lì. Questo nemico non è altri che il gelo pietroburghese, sebbene qualcuno dica che sotto diversi aspetti sia assai salutare. Alle nove del mattino, precisamente nell'ora in cui le strade si riempiono di coloro che si recano ai ministeri, esso comincia a dare pizzicotti così energici e pungenti su tutti i nasi senza distinzione, che i poveri funzionari non sanno più dove infilarli. A quest'ora, quando anche a chi occupa le cariche più elevate duole la fronte per il gelo e vengono le lacrime agli occhi, i poveri consiglieri titolari sono talvolta completamente indifesi. L'unica salvezza consiste nel percorrere di corsa con il leggero paltoncino cinque o sei strade e poi pestare per bene i piedi in anticamera fino a quando tutte le facoltà e le doti naturali necessarie alle mansioni d'ufficio, congelatesi lungo la strada, non si disgelano per bene. Da qualche tempo Akàkij Akakièviè cominciava ad avvertire in modo particolarmente acuto, sulle spalle e sulla schiena, i rigori del gelo, benchè si sforzasse di percorrere al più presto e di corsa il tragitto dalla casa all'ufficio. Alla fine si chiese se il suo cappotto non avesse qualche difetto. Dopo averlo accuratamente esaminato, a casa sua, scoprì che in due o tre posti, precisamente sulla schiena e sulle spalle, esso era diventato leggero come un velo: il panno s'era talmente liso che ci si vedeva attraverso e la fodera si sfilacciava. Bisogna sapere che anche il cappotto di Akàkij Akakièviè era oggetto delle derisioni dei colleghi; gli avevano persino negato il nobile nome di cappotto e lo chiamavano vestaglia. In realtà esso aveva una strana caratteristica: ogni anno il suo colletto diventava sempre più piccolo, perchè serviva per rattoppare le altre parti. Il rattoppo non rivelava alcun'arte da parte del sarto e l'effetto non era bello: sembrava un sacco cadente. Accertata la situazione, Akàkij Akakièviè decise che bisognava portare il cappotto da Petròviè, il sarto, che abitava al quarto piano di una scala di servizio e, nonostante un occhio storto e la faccia tutta butterata, si occupava con una certa abilità della riparazione d'ogni sorta di pantaloni e di frac impiegatizi; ciò, si capisce, quand'era in stato di sobrietà e non cullava in testa qualche altra impresa. Di questo sarto naturalmente non occorrerebbe parlare molto, ma, già che si usa in ogni racconto delineare compiutamente il carattere d'ogni personaggio, non c'è nulla da fare, dateci qui pure Petròviè. In un primo tempo egli si chiamava semplicemente Grigórij ed era un servo della gleba di qualche signore; aveva cominciato a chiamarsi Petròviè da quando aveva ottenuto il riscatto e s'era messo a bere piuttosto forte a ogni festa comandata, all'inizio solo a quelle grandi, e poi, senza distinzione, a tutte le feste della chiesa che fossero segnate con una crocetta sul calendario. Da questo punto di vista egli era fedele ai costumi degli avi e, litigando con la moglie, la chiamava donna mondana e tedesca. Dato che abbiamo accennato alla moglie, sarebbe necessario dir due parole anche su di lei; ma, purtroppo, poco si sa, forse soltanto che Petròviè aveva appunto una moglie, che essa portava addirittura la cuffia e non il fazzoletto in testa, ma d'esser bella, a quanto pare, non poteva vantarsi, o almeno, incontrandola, solamente i soldati della guardia sbirciavano sotto la sua cuffia, arricciandosi i baffi ed emettendo un suono tutto speciale.
 Arrampicandosi su per la scala che portava da Petròviè e che, ad esser giusti, era interamente ricoperta d'acqua di risciacquatura e intrisa di quell'odore d'alcool che brucia gli occhi e, com'è noto, è presente in tutte le scale di servizio delle case di Pietroburgo, arrampicandosi dunque su per la scala Akàkij Akakièviè pensava quanto gli avrebbe chiesto Petròviè e mentalmente aveva stabilito di non dargli più di due rubli. La porta era aperta, perchè la padrona di casa, preparando del pesce, aveva fatto tanto fumo in cucina che non si vedevano più nemmeno gli scarafaggi. Akàkij Akakièviè attraversò la cucina senza che la padrona neppure lo notasse ed entrò finalmente nella stanza dove vide Petròviè seduto su una larga tavola di legno grezzo con le gambe ripiegate sotto di sè come un pascià turco. Secondo l'abitudine dei sarti quando sono al lavoro, i piedi erano nudi. La prima cosa che saltò agli occhi di Akàkij Akakièviè fu l'alluce, che egli conosceva assai bene, con un'unghia deformata, grossa e robusta come il guscio d'una tartaruga. Al collo di Petròviè pendevano numerosi fili di seta e sulle ginocchia era steso un cencio. Erano già almeno tre minuti che egli tentava d'infilare il filo nella cruna dell'ago, non ci azzeccava, e perciò era molto arrabbiato con l'oscurità e anche con il filo, e brontolava a mezza voce:
 «Non entra, barbaro; m'hai divorato, razza di farabutto!»
 Ad Akàkij Akakièviè dispiacque d'essere arrivato proprio in un momento in cui Petròviè era infuriato: a lui piaceva ordinare qualcosa a Petròviè quando quest'ultimo era già un po' brillo o, come si esprimeva la moglie, «s'era abboffato di grappa, diavolo guercio». In quello stato di solito Petròviè cedeva di buon grado e accettava tutto, e ogni volta persino s'inchinava e ringraziava. Poi, è vero, arrivava la moglie, piangendo che il marito era ubriaco e perciò aveva chiesto troppo poco, ma di solito si aggiungeva un grivennik e tutto andava a posto. Adesso invece Petròviè sembrava in perfetto stato di sobrietà e perciò duro, taciturno e pronto a esigere chissà quale prezzo. Akàkij Akakièviè capì questo e, come si dice, avrebbe voluto quasi quasi far marcia indietro, ma ormai la faccenda era avviata. Petròviè strizzò verso di lui molto attentamente il suo unico occhio e Akàkij Akakièviè senza volerlo mormorò:
 «Buon giorno, Petròviè!»
 «Buona salute, signoria,» disse Petroviè e fissò l'occhio sulle mani di Akàkij Akakièviè, per vedere che razza di preda avesse portato con sè.
 «E io, ecco, per te, Petròviè, questo...»
 Bisogna sapere che Akàkij Akakièviè s'esprimeva principalmente con preposizioni, con avverbi, insomma con particelle che non hanno assolutamente alcun significato. Se poi la questione era imbarazzante, aveva anche l'abitudine di non terminare affatto la frase, tanto che spesso, avendo cominciato con le parole: «ecco, davvero, assolutamente quello...» poi non seguiva più nulla e lui stesso si dimenticava del resto, credendo d'aver già detto tutto.
 «Che razza di roba è?» disse Petròviè, mentre squadrava col suo unico occhio l'uniforme di Akàkij Akakièviè dal colletto alle maniche, alla schiena, alle falde, alle asole, roba che però gli era tutta già ben nota perchè lavoro suo. Questa è l'abitudine dei sarti; questa è la prima cosa che fanno nel vedervi.
 «E io, ecco, che cosa, Petròviè... il cappotto, già, il panno... ecco vedi, negli altri posti regge bene, s'è un po' impolverato e sembra vecchio, ma invece è nuovo, solo che in un posto è un poco così.... sulla schiena, e poi anche su una spalla s'è un poco consumato; sì, ecco, su questa spalla un po'... ecco tutto. E non c'è tanto lavoro...»
 Petròviè prese la «vestaglia», e la distese sulla tavola, la esaminò a lungo, scosse la testa e allungò la mano verso la finestra per prendere la sua tabacchiera rotonda con il ritratto di un generale, quale precisamente non si sa, perchè il punto dove si trovava la faccia era stato sfondato dal dito e poi rattoppato con un quadratino di carta incollata. Annusato il tabacco, Petròviè allargò la «vestaglia» fra le mani e la esaminò controluce e di nuovo scosse la testa. Poi la rovesciò dalla parte della fodera e di nuovo scosse la testa, di nuovo levò il coperchio con la carta incollata sopra il generale e, riempitosi il naso di tabacco, chiuse la tabacchiera, la ripose e finalmente disse:
 «No, non si può riparare: è in cattivo stato!»
 A queste parole il cuore di Akàkij AkakIèviè ebbe un balzo.
 «Come non si può, Petròviè?» disse con voce quasi supplichevole, da bambino, «è consumato soltanto sulle spalle, tu devi pur avere dei pezzi di stoffa da metterci...»
 «Certo, i pezzi si possono trovare, i pezzi si trovano,» disse Petròviè, «ma è cucirli che non si può: è roba completamente marcia, come la tocchi con l'ago, ti si disfa in mano.»
 «Che si disfi pure, tu subito ci metti una pezza.»
 «Ma non c'è dove poggiarle le pezze, non c'è presa, è troppo logoro ormai. Non è panno questo, ma gloria: come soffia un po' di vento vola via.»
 «E tu appunto rinforzalo. Come sarebbe a dire, così, davvero, questo!...»
 «No,» disse deciso Petròviè, «non si può far nulla. È una brutta faccenda. Meglio, piuttosto, appena verrà il freddo dell'inverno, che ve ne facciate delle pezze per i piedi, perchè la calza non tiene abbastanza caldo. Sono stati i tedeschi a inventarla per farci più soldi (appena c'era il modo, a Petròviè piaceva tirare una frecciata contro i tedeschi), e di cappotto dovrete farvene uno nuovo.»
 Alla parola «nuovo» Akàkij Akakièviè si sentì annebbiare la vista e tutto quello che era nella stanza cominciò a confondersi. Vedeva chiaramente soltanto il generale con la faccia coperta dal pezzetto di carta sul coperchio della tabacchiera di Petròviè.
 «Come sarebbe, nuovo?» disse, sempre sentendosi come in un sogno. «Ma io, per questo, i soldi non li ho.»
 «Sì, nuovo,» disse con crudele flemma Petròviè.
 «Be', e se per caso uno nuovo, cosa, quanto...»
 «Ossia, quanto costerà?»
 «Sì.»
 «Eh, bisognerà metterci centocinquanta rubli o poco più,» disse Petròviè stringendo significativamente le labbra.
 A lui piaceva molto far effetto, gli piaceva colpire forte la gente di primo acchito e poi guardare di traverso che faccia facesse la persona ch'egli aveva colpito con le sue frasi.
 «Centocinquanta rubli un cappotto!» gridò il povero Akàkij Akakièviè e forse gridò per la prima volta dalla sua nascita, perchè s'era sempre distinto per il tono sommesso della voce.
 «Sissignore,» disse Petròviè, «e poi si tratta di vedere quale cappotto. Se si vuole della martora sul collo e magari il cappuccio con la fodera di seta, allora si va sui ducento.»
 «Petròviè, ti prego,» disse Akàkij AkakIèviè con voce supplichevole senza sentire e senza nemmeno cercare di sentire le parole a effetto dette da Petròviè, «riparalo in qualche maniera in modo che mi serva ancora un poco.»
 «Ma no, sarebbe come buttar via il lavoro e spendere i soldi per niente,» disse Petròviè. Queste parole, annientarono del tutto Akàkij Akakièviè. Quanto a Petròviè, dopo che quest'ultimo se ne fu andato, rimase ancora per un bel pezzo in piedi con le labbra significativamente serrate, senza rimettersi al lavoro, contento di non essersi umiliato e di non aver tradito l'arte di sarto.
 Uscito in strada, Akàkij Akakièviè era ancora trasognato.
 «Bella storia, bella,» diceva a se stesso, «davvero non l'avrei mai pensato che sarebbe andata a finire così...» e poi, dopo un certo silenzio, aggiunse: «Sicchè sarebbe così! In fin dei conti ecco cos'è venuto fuori, e io davvero non potevo supporre che fosse così.»
 A questa constatazione seguì una lunga pausa. Poi egli esclamò:
 «Sicchè, dunque, sarebbe così! Guarda che roba, dico, inaspettata, già... questa, proprio, no... guarda che roba!»
 Detto questo, invece di andare a casa, si avviò senza rendersene conto esattamente dalla parte opposta. Per strada uno spazzacamino coperto di fuliggine l'urtò di fianco e gli annerì tutta una spalla; un'intera secchia di calce si riversò sopra di lui dalla cima di una casa in costruzione. Egli non si accorse di nulla e soltanto più tardi, quando si scontrò con una guardia che, posata vicino a sè la sua alabarda, scuoteva un corno per versarne il tabacco sulla palma callosa, soltanto allora ritornò un poco in sè e del resto solo perchè la guardia disse:
 «Che hai da sbattermi sul muso, non hai il tuo marsciapiede?»
 Questo lo costrinse a guardarsi in giro e a svoltare verso casa. Qui finalmente cominciò a raccogliere i pensieri, vide nella sua vera luce la propria situazione, e si mise a parlare con se stesso non più in modo sconclusionato, ma ragionevolmente e francamente come con un amico giudizioso con il quale si può parlare di ciò che più ci sta a cuore.
 «Ebbene, no,» diceva Akàkij Akakièviè, «con Petròviè ora non si può discutere: adesso lui, quello... si vede che la moglie gliel'ha suonate. Meglio che vada da lui domenica mattina: dopo la vigilia del sabato avrà l'occhio appannato e sarà mezzo insonnolito, sicchè avrà bisogno di smaltire la sbornia, la moglie soldi non gliene darà, e io allora proprio in quel momento gli metto un grivènnik nella mano, e lui sarà più trattabile e allora pure il cappotto, già quello...»
 Così ragionava con se stesso Akàkij Akakièviè; si fece animo e attese la prima domenica. Visto da lontano che la moglie di Petròviè era uscita di casa per andare in qualche posto, se ne andò dritto da lui. Petròviè, appunto, dopo il sabato, aveva l'occhio assai annebbiato, la testa gli penzolava verso il pavimento ed era tutto insonnolito; ma, nonostante ciò, non appena seppe di che cosa si trattava, fu come se qualche diavolo l'avesse scottato.
 «È impossibile,» disse, «dovrete ordinarne uno nuovo.»
 Fu proprio a questo punto che Akàkij Akakièviè gli ficcò in mano un grivènnik.
 «Vi ringrazio, signoria, mi rifarò un poco alla vostra salute,» disse Petròviè, «ma, quanto al cappotto, dovete lasciar perdere: non è più buono neanche a farci stracci. Vi farò a pennello un cappotto nuovo, state tranquillo.»
 Akàkij Akakièviè ricominciò a chiedere che lo riparasse, ma Petròviè non stette a sentirlo e disse:
 «Uno nuovo ve lo faccio a pennello, su questo ci potete contare, ci metterò tutta la mia attenzione. Si può fare anche come va di moda adesso, il colletto che s'abbottona con zampine d'argento placcato.»
 Fu qui appunto che Akàkij Akakièviè vide che d'un cappotto nuovo non si poteva fare a meno e si perse completamente d'animo. Come farlo in effetti, con che cosa, con quali soldi? Certo, in parte si poteva contare su una futura gratifica per le feste, ma quel soldi erano già stati da tempo destinati e distribuiti. C'era bisogno di farsi dei pantaloni nuovi, di pagare al calzolaio un vecchio debito per l'applicazione di nuove tomaie a vecchi stivali, e poi bisognava ordinare alla camiciaia tre camicie, nonchè due capi di quella biancheria che non sta bene nominare sul libri, insomma: tutti i soldi dovevano andarsene, e se anche il direttore fosse stato tanto misericordioso da fissargli quarantacinque o cinquanta rubli di gratifica invece di quaranta sarebbe rimasta comunque una sciocchezza, una goccia nel mare rispetto al capitale che ci voleva per il cappotto. Sebbene egli sapesse che Petròviè aveva il ghiribizzo di sputar fuori spropositi di prezzi che sa il diavolo, tanto che persino sua moglie non poteva trattenersi dal gridare: «E che, sei impazzito, specie di cretino! A volte prendi il lavoro per niente, e adesso ti piglia la mattana di chiedere quello che non costi neanche tu!...» Sebbene, dunque, sapesse che Petròviè gliel'avrebbe fatto anche per ottanta rubli, dove prenderli, però, quegli ottanta rubli? La metà ancora si sarebbe potuta trovare: la metà sarebbe anche venuta fuori; forse anche un po' di più, ma dove prenderla l'altra metà?... Ma prima il lettore deve sapere da dove poteva venir fuori la metà della somma. Akàkij Akakièviè aveva l'aditudine di mettere, per ogni rublo che spendeva, un centesimo in una cassettina chiusa a chiave, con una fessura intagliata nel coperchio appunto per infilarci i soldini. Allo scadere d'ogni semestre egli controllava gli spiccioli che vi si erano accumulati e li cambiava in monete d'argento. Così continuava a fare da tempo, e ormai, dopo diversi anni, la somma era arrivata a più di quaranta rubli. Sicchè una metà l'aveva in mano; ma dove prendere l'altra metà? Dove prendere gli altri quaranta rubli? Akàkij Akakièviè meditò, meditò, e decise che non c'era altro da fare che ridurre, per almeno un anno, le spese abituali: eliminare l'uso del tè la sera, non accendere la candela dopo buio, e se c'era qualcosa da fare, andare nella camera della padrona a lavorare con la sua candela; camminando per strada, procedere più leggermente e cautamente possibile sui sassi e sul selciato, quasi in punta di piedi, per non consumare prima del tempo le suole; dare assai raramente da lavare la biancheria alla lavandaia e, perchè non si consumasse, levarsela subito ogni volta che tornava a casa e restare soltanto con la veste da camera di cotonina, molto vecchia, ma abbastanza risparmiata dal tempo.
 Bisogna dire la verità: dapprima gli fu difficile abituarsi a simili limitazioni, ma poi in qualche modo esse entrarono nella consuetudine e tutto andò benissimo; si era persino perfettamente allenato a digiunare la sera, ma in compenso si nutriva spiritualmente fantasticando all'idea del futuro cappotto. Da quel momento parve che la sua stessa esistenza si facesse in un certo senso più piena, come se si fosse sposato, come se qualche altra persona vivesse con lui, come se non fosse più solo, ma una gradita compagna avesse acconsentito a percorrere al suo fianco il cammino della vita, e quest'amica non era altri, appunto, che quel cappotto bene imbottito, con una robusta fodera che non si sarebbe consumata. Egli diventò anche più vivace, persino più fermo di carattere, come un uomo che s'è ormai stabilito e fissato uno scopo. Dalla sua faccia e dai suoi atti scomparvero il dubbio, l'indecisione, insomma, tutti gli aspetti oscillanti e indeterminati. Talvolta nei suoi occhi brillava una fiamma, nella testa gli balenavano persino i pensieri più bruschi e arditi: perchè, proprio, non mettere della martora sul colletto? Preso da tali riflessioni, poco mancava che finisse col distrarsi. Una volta, copiando una carta, fu lì lì per fare un errore, tanto che poi esclamò quasi ad alta voce: «Uh!» e si fece il segno della croce. Ogni mese andava a trovare almeno una volta Petròviè per parlare del cappotto: dove fosse meglio comprare la stoffa, e a quale prezzo, e ogni volta tornava a casa contento, anche se un po' preoccupato, pensando che alla fine doveva pur venire il momento in cui avrebbero acquistato tutto il necessario e il cappotto sarebbe stato fatto. La faccenda andò anche più in fretta di quanto lui s'aspettasse. Smentendo i suoi sogni più arditi, il direttore non assegnò ad Akàkij Akakièviè quaranta o quarantacinque rubli, ma addirittura sessanta: sia che presentisse che ad Akàkij Akakièviè occorreva un cappotto, sia che la cosa accadesse da sè, fatto sta che grazie a ciò egli si trovò venti rubli in più. Questa circostanza accelerò i tempi. Ancora due o tre mesi di fame non troppo rigida, e Akàkij Akakièviè si trovò ad aver raccolto esattamente ottanta rubli. Il suo cuore, in genere assai tranquillo, cominciò a battere. Subito, il giorno stesso, egli si recò in compagnia di Petròviè a fare il giro dei negozi. Acquistarono dell'ottima stoffa, e non era poi tanto difficile, dato che ci avevano pensato già sei mesi prima ed era raro il mese in cui non fossero andati nei negozi per informarsi sui prezzi; lo stesso Petròviè disse che stoffa migliore non ce n'era. Per la fondera scelsero del calicò, ma così buono e robusto che, secondo le parole di Petròviè, era anche migliore della seta e persino più bello e più lucido. La martora non la comprarono, perchè, appunto, era cara, e al suo posto scelsero del miglior gatto che si trovasse in negozio, un gatto che da lontano si poteva sempre scambiare per martora. Petròviè si diede da fare intorno al cappotto due settimane in tutto, perchè c'era molto lavoro d'impuntura, altrimenti sarebbe stato pronto prima. Per il lavoro Petròviè prese dodici rubli, meno era proprio impossibile: tutto era stato cucito con filo di seta, a doppia costura corta, e su ogni cucitura Petròviè era poi passato con i propri denti, lasciandovi i segni. Fu un... è difficile dire che giorno preciso, ma probabilmente fu il giorno più solenne della vita di Akàkij Akakièviè, quello in cui Petròviè gli portò finalmente il cappotto. Lo portò di mattina, proprio un attimo prima che lui uscisse per andare al ministero. Mai in un altro momento il cappotto sarebbe venuto così a proposito, perchè il freddo aveva cominciato a farsi sentire e minacciava di aumentare ancora. Petròviè si presentò con il cappotto, come s'addice a ogni buon sarto. Sulla sua faccia era dipinta un'espressione così compresa come Akàkij Akakièviè non gli aveva mai visto prima. Pareva che egli sentisse pienamente d'aver fatto un'opera non di poco conto e che di colpo avesse avvertito in sè l'abisso che separa i sarti buoni soltanto ad applicare fodere e a fare riparazioni, da quelli che confezionano ex nervo. Tirò dunque fuori il cappotto dal fazzolettone da naso in cui l'aveva avvolto; il fazzolettone era fresco di bucato, sicchè lui poi lo ripiegò e se lo mise in tasca per usarlo. Tirato fuori il cappotto, lo guardò con molto orgoglio e, reggendolo con entrambe le mani, lo posò abilmente sulle spalle di Akàkij Akakièviè; poi lo distese e glielo aggiustò da dietro verso il basso; quindi lo drappeggiò addosso ad Akàkij Akakièviè lasciando sbottonato qualche bottone. Akàkij Akakièviè, da uomo esperto, volle provarlo nelle maniche; Petròviè l'aiutò ad infilare anche le maniche: andavano bene. Insomma, risultò che il cappotto era perfettamente e precisamente riuscito. In quest'occasione Petròviè non tralasciò di dire che lui aveva preso così poco soltanto perchè abitava in una viuzza e non aveva insegna e per di più conosceva da tempo Akàkij Akakièviè; giacchè sulla Prospettiva Nevsky solo per il lavoro gli avrebbero preso settantacinque rubli. Akàkij Akakièviè rifiutò di mettersi a ragionare di queste cose con Petròviè; del resto l'impaurivano già le forti semine con cui a Petròviè piaceva gettar polvere negli occhi. Pagò il conto, lo ringraziò e immediatamente uscì col cappotto nuovo per andare al ministero. Petròviè uscì dietro di lui e, fermo sulla strada, guardò ancora a lungo da lontano il cappotto; poi prese apposta da un'altra parte per correre di nuovo sulla strada, aggirandola per un vicolo laterale, così da poter guardare ancora una volta il suo cappotto da un altro punto d'osservazione, ossia proprio di faccia. Frattanto Akàkij Akakièviè camminava nella più lieta disposizione di tutti i suoi sentimenti. Ogni minuto, ogni istante sentiva d'avere sulle spalle un cappotto nuovo e varie volte persino sorrise d'interna soddisfazione. In realtà c'erano due vantaggi: uno, che stava al caldo e, secondo, che faceva figura. Della strada percorsa non si accorse affatto e si trovò al ministero senza rendersene conto; quando in anticamera si tolse il cappotto, lo esaminò tutt'attorno e l'affidò alla particolare sorveglianza dell'usciere.
 Non si sa come, tutti, al ministero, vennero subito a sapere che Akàkij Akakièviè aveva un cappotto nuovo e che la «vestaglia» non esisteva più. E sull'istante, tutti accorsero in anticamera a vedere il nuovo cappotto di Akàkij Akakièviè. Cominciarono a felicitarsi con lui, a complimentarlo, tanto che egli dapprima si limitò a sorridere, ma poi provò persino vergogna. Infine, quando tutti, attorniandolo, cominciarono a dire che bisognava bagnare il cappotto nuovo e che, quanto meno, egli doveva dare una cena, Akàkij Akakièviè si smarrì completamente, non sapendo più come comportarsi, che cosa rispondere e come sottrarsi con un pretesto. Già da qualche minuto, tutto rosso in faccia, aveva cominciato ad assicurare piuttosto ingenuamente i colleghi che non si trattava affatto d'un cappotto nuovo, che era solo così, che era un cappotto vecchio. Finalmente uno dei funzionari, addirittura un vice capufficio, probabilmente per far vedere che non era un superbo e trattava anche con gl'inferiori, disse: «Faremo così, darò io la serata invece di Akàkij Akakièviè e vi invito oggi da me per il tè; come a farlo apposta, infatti, oggi è il mio onomastico.»
 Naturalmente i funzionari fecero gli auguri al vice capufficio e accettarono volentieri la proposta. Akàkij Akakièviè cominciò con il dire che non poteva, ma tutti si misero a gridare che era una scortesia, che era una vera vergogna, un'ignominia, e lui non potè rifiutare. Ripensandoci, del resto, la cosa gli fece piacere, dato che in questo modo avrebbe avuto l'occasione di recarsi anche alla serata con il cappotto nuovo. Tutta quella giornata fu per Akàkij Akakièviè come una grande festa solenne. Ritornò a casa nel più felice stato d'animo, si levò il cappotto e lo appese con cura alla parete dopo averne ammirato ancora una volta la stoffa e la fodera, e poi tirò apposta fuori, per fare un paragone, la vecchia «vestaglia» che andava completamente a pezzi. La guardò e scoppiò a ridere da solo: che enorme differenza! E anche dopo, a pranzo, continuò a lungo a sorridere non appena gli venivano in mente le condizioni in cui si trovava la «vestaglia». Pranzò allegramente e dopo pranzo non scrisse nulla, nessun incartamento, ma fece un po' il sibarita sul letto finchè non imbrunì. Poi, senza tirarla troppo in lungo, si vestì, si infilò il cappotto e uscì in strada. Dove precisamente abitasse il funzionario che l'aveva invitato purtroppo non possiamo dirlo: la memoria qui ci tradisce e tutto ciò che c'è a Pietroburgo, tutte le vie e le case si sono talmente confuse e mescolate nella nostra testa, che è molto difficile tirarne fuori qualcosa di coerente. Comunque fosse, è però certo che il funzionario abitava nella parte migliore della città, dunque non troppo vicino ad Akàkij Akakièviè. Dapprima Akàkij Akakièviè dovette percorrere certe vie deserte e debolmente illuminate, ma, man mano che si avvicinava alla casa del funzionario, le strade diventavano più vive, più popolate e meglio illuminate. I passanti cominciarono a essere più frequenti, cominciarono a vedersi anche signore ben vestite, gli uomini avevano colletti di castoro, s'incontravano più di rado i vetturini con le loro slitte a sbarre di legno tempestate di chiodini dorati; al contrario, si vedevano di continuo cocchieri con veloci puledri e berretti di velluto color lampone, e slitte laccate con coperte di pelli d'orso; sulla strada passavano al volo con le ruote che stridevano sulla neve, carrozze con la serpa tutta adorna.
 Akàkij Akakièviè guardava tutto questo come una novità. Da parecchi anni egli non usciva di sera. A un certo punto si fermò con curiosità davanti alla vetrina illuminata d'un negozio per guardare un quadro in cui era raffigurata una bella donna che si toglieva una scarpa esibendo così tutta la gamba che non era affatto brutta, mentre alle sue spalle, dalla porta di una stanza, si affacciava la testa di un uomo con i basettoni e un bel pizzo alla spagnola. Akàkij Akakièviè scosse la testa e sorrise, ma poi proseguì per la sua strada. Perchè sorrise? Forse perchè aveva visto una cosa che ignorava del tutto, ma per la quale ognuno conserva tuttavia un certo fiuto, o perchè, come molti altri funzionari, aveva pensato: «Ah, questi francesi! Non c'è che dire, non vogliono che questo...» Forse però non pensò nulla del genere: non si può infatti entrare nell'anima d'un uomo e sapere tutto ciò che pensa. Infine raggiunse la casa in cui abitava il vicecapufficio. Il vicecapufficio viveva con agio: sulle scale splendeva un lampione, l'appartamento era al secondo piano. Entrato in anticamera, Akàkij Akakièviè vide sul pavimento intere file di soprascarpe. Fra di esse, al centro della stanza, c'era un samovàr che rumoreggiava ed emetteva nugoli di vapore. Alle pareti erano appesi cappotti e mantelli, alcuni dei quali avevano persino i colli di castoro o i risvolti di velluto. Di là della parete si udivano rumori e voci, che si fecero di colpo distinte e sonore quando si aprì la porta e uscì un domestico con un vassoio pieno di bicchieri vuoti, di un bricco per la panna e d'un cestino di biscotti. Evidentemente gli impiegati erano lì da un pezzo e avevano già bevuto il primo bicchiere di tè. Akàkij Akakièviè, appeso il proprio cappotto, entrò nella stanza e subito gli apparvero i funzionari, le pipe, i tavolini per giocare a carte, mentre gli giungeva alle orecchie un chiacchiericcio fitto che si levava da tutte le parti, e il rumore delle sedie smosse. Egli si fermò goffamente in mezzo alla stanza cercando, sforzandosi di pensare che cosa dovesse fare. Ma già l'avevano notato, accolto con un grido e tutti immediatamente si recarono in anticamera a contemplare un'altra volta il suo cappotto. Akàkij Akakièviè benchè un poco confuso, tuttavia, essendo una persona cordiale, era anche rallegrato dal fatto che lodassero il suo cappotto. Poi, si capisce, tutti abbandonarono lui e il suo cappotto, e come si conviene, si rivolsero ai tavolini destinati al whist. Il frastuono, il chiacchiericcio, e la folla di gente, tutto questo era in un certo senso insolito per Akàkij Akakièviè. Egli non sapeva proprio come comportarsi, dove mettere le mani, le gambe e l'intera persona; si sedette infine accanto ad alcuni giocatori, guardò le carte, sbirciò in faccia l'uno e l'altro e, dopo un certo tempo, cominciò a sbadigliare e a sentire che si annoiava, tanto più che già da un pezzo era venuta l'ora in cui d'abitudine andava a dormire. Voleva salutare il padrone di casa, ma non glielo permisero, dicendo che bisognava assolutamente bere una coppa di champagne in onore del nuovo indumento. Un'ora dopo servirono la cena, consistente in insalata russa, vitello freddo, patè. pasticcini e champagne. Costrinsero Akàkij Akakièviè a bere due coppe, dopo le quali egli sentì che nella stanza c'era adesso più allegria, senza però riuscire a dimenticare che era già mezzanotte e che già da un pezzo avrebbe dovuto essere a casa. Affinchè in qualche modo al padrone di casa non venisse in mente di trattenerlo, sgattaiolò alla chetichella dalla stanza, cercò in anticamera il cappotto che non senza rammarico trovò per terra, lo scosse, ne tolse ogni granello di polvere, se lo infilò e scese le scale uscendo sulla strada. C'era ancora luce. Erano ancora aperte certe bottegucce, ritrovi insostituibili di servitori e gente d'ogni genere; altre che erano chiuse mostravano tuttavia una lunga striscia di luce lungo tutta la fessura della porta, il che significava che non erano ancora prive di frequentatori e, probabilmente, domestiche e domestici erano ancora lì a scambiarsi le loro ciance e chiacchiere mentre i loro padroni si chiedevano perplessi dove diavolo potessero essere. Akàkij Akakièviè camminava in gaia disposizione di spirito e una volta si mise persino, chissà perchè, a correre dietro a una dama che gli passò accanto in un lampo, muovendosi in tutto il corpo in modo singolare. Si arrestò però subito e si rimise a camminare come prima, piano piano, meravigliandosi di quella corsa a cui era stato spinto chissà da cosa. Ben presto davanti a lui si allungarono quelle viuzze deserte che già poco allegre di giorno, di notte sono ancora più remote e solitarie: i lampioni accesi erano rari, perchè probabilmente qui si distribuiva meno olio; cominciarono le case di legno, le palizzate, non un'anima viva; solo la neve scintillava sulle strade, e basse stamberghe addormentate nereggiavano tristemente con le imposte chiuse. Egli s'avvicinava al punto dove la via sfociava in una piazza sconfinata, simile a un pauroso deserto, con le sue case appena visibili all'altra estremità.
 Lontano, Dio sa dove, baluginava il lumicino d'una gavitta che pareva in capo al mondo. A questo punto la gaiezza di Akàkij Akakièviè diminuì notevolmente. Egli s'inoltrò nella piazza non senza un certo involontario timore, proprio come se il suo cuore presentisse qualcosa di spiacevole. Si guardò indietro e ai lati: intorno a lui c'era come un mare. «No, meglio non guardare,» pensò e continuò a camminare con gli occhi chiusi; quando li riaprì per sapere se fosse vicina la fine della piazza, vide di colpo davanti a sè, quasi a un palmo dal suo naso, alcuni uomini con i baffi, come fossero quei baffi non poteva dirlo. Gli occhi gli si confusero e sentì una fitta al petto.
 «Ma questo cappotto è mio!» disse uno di quelli con voce tonante, afferrandolo per il colletto.
 Akàkij Akakièviè avrebbe voluto gridare «aiuto!», ma l'altro gli mostrò sotto la bocca un pugno grosso come la testa d'un funzionario dicendo:
 «Prova un po' a gridare!»
 Akàkij Akakièviè si accorse soltanto che gli toglievano di dosso il cappotto e gli davano una spinta di dietro con il ginocchio; egli cadde bocconi nella neve e non capì più nulla. Dopo alcuni minuti ritornò in sè e si rialzò in piedi, ma ormai non c'era più nessuno. Sentì che lì faceva freddo e che il cappotto non c'era più, fece per gridare, ma pareva che la sua voce non potesse giungere fino all'altro capo della piazza. Disperato, seguitando a gridare, si mise a correre attraverso la piazza, dritto verso la garitta accanto alla quale stava una guardia appoggiata alla sua alabarda e che guardava con curiosità, chiedendosi che razza di demonio stesse correndo verso di lui da lontano gridando in quel modo. Akàkij Akakièviè arrivò fino a lui di corsa e con voce affannata cominciò a urlargli che dormiva e non badava a nulla, non vedeva neppure che stavano rapinando una persona. La guardia rispose che non aveva visto nulla; aveva, sì, visto che l'avevano fermato, in mezzo alla piazza due uomini, ma aveva pensato che fossero suoi amici; e che invece di imprecare inutilmente avrebbe fatto meglio ad andare l'indomani dal commissario e il commissario avrebbe fatto ricerche per trovare chi gli aveva preso il cappotto. Akàkij Akakièviè tornò a casa di corsa tutto sconvolto: i capelli che aveva ancora abbastanza numerosi sulle tempie e sulla nuca erano scompigliati, aveva neve appiccicata ai fianchi, al petto e su tutti i pantaloni. La sua vecchia padrona di casa, sentendo il suo frenetico bussare alla porta, saltò frettolosamente giù dal letto e con una sola scarpa ai piedi corse ad aprire, per pudore tenendosi con una mano la camicia stretta al seno; e quando aprì la porta, fece un passo indietro vedendo Akàkij Akakièviè in quello stato. Quando poi egli le raccontò cos'era successo, giunse le mani e disse che doveva andare direttamente dal commissario distrettuale, che quello del quartiere era un imbroglione, faceva promesse e poi menava per il naso, mentre la miglior cosa era andare direttamente dal commissario distrettuale, che lei tra l'altro conosceva, perchè Anna, la finlandese che prima aveva servito da lei come cuoca, adesso era andata a far la bambinaia da lui, che sovente lo vedeva di persona quando passava accanto alla loro casa e che del resto ogni domenica lui andava in chiesa, era pio, e nello stesso tempo guardava tutti con simpatia e che dunque, era chiaro che doveva essere una brava persona. Dopo aver ascoltato questi consigli, Akàkij Akakièviè si ritirò triste nella sua camera e come vi trascorresse la notte si lascia giudicare a chi può in qualche modo immaginarsi la sua situazione. Il mattino presto si diresse dal commissario distrettuale, ma gli dissero che stava dormendo; ci andò alle dieci e gli dissero ancora che stava dormendo; ci andò alle undici e gli dissero che il commissario non era in casa; ci andò all'ora di pranzo, ma gli scrivani in anticamera rifiutarono di lasciarlo passare e volevano sapere quale affare e quale bisogno l'avessero condotto lì e cosa fosse successo. Sicchè infine Akàkij Akakièviè per una volta in vita sua dovette mostrare del carattere e disse seccamente che doveva vedere il commissario distrettuale in persona, che non osassero non lasciarlo passare, che lui veniva dal ministero per una faccenda di stato, che si sarebbe lagnato di loro con chi di ragione, e allora avrebbero visto. Contro simili argomenti gli scrivani non osarono ribattere, e uno di loro andò a chiamare il commissario. Il commissario ascoltò in un certo modo molto strano il racconto della rapina del cappotto. Invece di rivolgere l'attenzione al punto principale della faccenda, egli si mise a interrogare Akàkij Akakièviè: perchè era rincasato così tardi? non era andato per caso in qualche casa poco perbene? Sicchè Akàkij Akakièviè si confuse completamente e se ne uscì senza nemmeno sapere se l'affare del cappotto avrebbe preso la giusta piega oppure no. Per tutto quel giorno non si fece vedere in ufficio (cosa unica nella sua vita). Il giorno dopo si presentò tutto pallido e con la sua vecchia «vestaglia», che ora appariva ancora più lacrimevole. Il racconto della rapina del cappotto - sebbene alcuni impiegati nemmeno in questo caso si lasciassero sfuggire l'occasione per ridere alle spalle di Akàkij Akakièviè - commosse molti. Su due piedi fu deciso di fare una colletta: ma si raccolse poco, una sciocchezza, perché gli impiegati avevano già speso parecchio sottoscrivendo per un ritratto del direttore e per l'acquisto di un certo libro, in seguito alla proposta del capo sezione, il quale era amico dell'autore, sicchè la somma che venne fuori era proprio ridicola. Ci fu una persona mossa da compassione, che volle aiutare Akàkij Akakièviè almeno con un buon consiglio, e gli disse di non andare dal commissario del quartiere, perchè se anche costui, per guadagnarsi un elogio dei superiori, fosse in qualche modo riuscito a trovare il cappotto, il cappotto sarebbe però rimasto alla polizia se il proprietario non avesse presentato prove legali che esso gli apparteneva, ma che la miglior cosa era di rivolgersi a un certo personaggio importante, perchè il personaggio importante, scrivendo e mettendosi in contatto con chi di dovere, poteva far si che la cosa procedesse con miglior esito. Akàkij Akakièviè decise di andare dal personaggio importante. Quali precisamente fossero e in che cosa consistessero le mansioni del personaggio importante è tuttora ignoto. Bisogna sapere che quel personaggio importante era diventato tale solo da poco tempo, mentre fino allora era stato un personaggio senza importanza. Del resto, rispetto ad altre cariche ben più importanti, la sua non lo era poi molto, anche se nella cerchia più ristretta dei suoi colleghi era tenuto in grande considerazione. Comunque egli cercava di prevalere con vari mezzi, e precisamente: aveva stabilito che i funzionari di grado inferiore dovessero ossequiarlo già sulle scale allorchè egli arrivava in ufficio; che nessuno ardisse presentarsi direttamente a lui, ma tutto procedesse secondo la gerarchia più rigorosa: il registratore di collegio riferisse al segretario provinciale, il segretario provinciale a quello titolare o a chi per lui, e soltanto per questo tramite la pratica arrivasse fino a lui. A tal punto nella santa Russia tutto è infetto dall'imitazione: tutti si beffano dei loro capi e poi li scimmiottano. Si dice persino che un certo consigliere titolare, diventato direttore di un piccolo ufficio distaccato, immediatamente si fece fabbricare con un tramezzo una stanzetta, che nominò «stanza dalle udienze», e mise alla porta un usciere con il colletto rosso e i galloni che impugnava la maniglia della porta e l'apriva a tutti quelli che arrivavano, sebbene nella «stanza delle udienze» ci entrasse a malapena una normale scrivania. I modi e i costumi dell'importante personaggio erano austeri e maestosi, ma non molto complicati. «Severità, severità e... severità,» diceva egli di solito, e dicendo questa parola egli era solito guardare severamente in faccia il suo interlocutore. Comportamento, del resto, del tutto superfluo, in quanto i funzionari - una decina - che costituivano tutto il meccanismo burocratico dell'ufficio, erano già in preda al dovuto terrore: scorgendolo da lontano, essi lasciavano immediatamente le loro occupazioni e aspettavano in piedi sull'attenti che egli avesse attraversato la stanza. La sua conversazione abituale con gli inferiori era improntata a severità e consisteva quasi soltanto di tre frasi: «Come osate? Sapete con chi state parlando? Capite chi vi sta davanti?» In cuor suo, era anche un brav'uomo, cordiale con i colleghi, servizievole, ma quando aveva ricevuto il grado di generale, ne era rimasto sconvolto, aveva perduto l'orientamento e non sapeva più che cosa fare. Quando si trovava con un suo pari, era ancora un uomo come si deve, un uomo perbene, sotto molti aspetti un uomo anche intelligente; ma appena capitava in una società di persone che fossero solo d'un grado inferiori a lui, mutava completamente; taceva, e la sua posizione era tanto più pensosa in quanto lui stesso sentiva che avrebbe potuto trascorrere molto meglio il proprio tempo. Nei suoi occhi a volte si leggeva il desiderio di unirsi a questa o quella conversazione o inserirsi in una cerchia interessante, ma lo fermava il seguente pensiero: «Non sarà conceder troppo, da parte mia? non sarà troppo familiare? non diminuirà la mia importanza?» Così, per colpa di tali ragionamenti se ne stava eternamente in silenzio o pronunciava di rado qualche monosillabo: in tal modo si era acquistata la fama di persona noiosissima.
 Appunto a questo importante personaggio si presentò il nostro Akàkij Akakièviè e gli si presentò nel momento meno opportuno per se stesso, benchè a proposito per l'importante personaggio. Quest'ultimo si trovava nel suo gabinetto e conversava d'ottimo umore con un suo vecchio conoscente e compagno d'infanzia giunto da poco e che da vari anni non vedeva. In quel momento annunciarono che era arrivato un certo Bašmaèkìn. «Chi è?» domandò egli con foga. «Un funzionario,» gli risposero. «Ah, può aspettare, adesso non è il momento,» disse l'importante personaggio. Qui occorre dire che l'importante personaggio aveva perfettamente mentito: tempo ne aveva, perchè lui e l'amico da un pezzo avevano esaurito gli argomenti, da un pezzo alternavano la conversazione con lunghi silenzi, dandosi solo ogni tanto dei colpetti sulle cosce e dicendo: «Così dunque, Ivàn Abràmoviè!» «Eh già, Stepàn Varlamòviè!» Nonostante tutto questo egli ordinò lo stesso di fare attendere il funzionario per far vedere all'amico, il quale da tempo non prestava più servizio e se ne stava a casa sua in campagna, quanto tempo i funzionari dovessero attendere nella sua anticamera. Finalmente, dopo aver chiacchierato, e ancor più taciuto a sazietà, e fumato un sigaro nelle comodissime poltrone con lo schienale ribaltabile, egli parve ricordarsi a un tratto di qualcosa e disse al segretario che stava fermo sulla soglia con gli incartamenti per un rapporto:
 «Ah, mi sembra che di là ci sia un funzionario; ditegli che può entrare.»
 Dopo aver visto l'aria dimessa di Akàkij Akakièviè e la sua vecchia uniforme, gli si rivolse di scatto dicendo:
 «Che cosa desiderate?» con una voce imperiosa e dura, che aveva appositamente provato nella sua stanza, solo davanti allo specchio, fin da una settimana prima d'aver ricevuto il suo attuale posto e il grado di generale.
 Akàkij Akakièviè era già in anticipo intimidito come si conveniva al caso; ora si turbò ancor più e, come potè, per quanto glielo permise la scioltezza della lingua, spiegò, intercalando ancor più del solito la parola «ecco», che si trattava dunque d'un cappotto proprio nuovo e che ecco, era stato rapinato nel modo più disumano, e che si rivolgeva a lui affinchè, mediante la sua intercessione, ecco, lui si mettesse in contatto scritto con il capo della polizia, o con qualcun altro, e ritrovassero il cappotto. Chissà perchè, l'atteggiamento di Bašmaèìn parve troppo familiare al generale.
 «Ma voi, egregio signore,» disse di nuovo in modo imperioso, «non conoscete la procedura? Dove si vuole andare a finire? Non sapete come si sbrigano le pratiche? Per una cosa simile prima avreste dovuto presentare domanda alla cancelleria; essa sarebbe passata al capufficio e al capo sezione, poi sarebbe stata trasmessa al segretario, e il segretario infine l'avrebbe portata a me...»
 «Ma, vostra eccellenza,» disse Akàkij Akakièviè sforzandosi di raccogliere tutta la presenza di spirito che gli restava e sentendo nello stesso tempo che sudava in modo spaventoso, «io, vostra eccellenza, ho ardito disturbarvi, perchè i segretari, ecco... sono gente di cui non ci si può fidare...»
 «Cosa, cosa, cosa?» disse l'importante personaggio, «chi vi ha dato tanto ardire? Chi vi ha messo in testa queste idee? Che specie di ribellione s'è diffusa fra i giovani contro i capi e i superiori!»
 A quanto pare l'importante personaggio non aveva notato che Akàkij Akakièviè aveva già oltrepassato la cinquantina. Sicchè, se mai lo si poteva chiamar giovane, era forse soltanto in confronto a chi aveva settant'anni.
 «Ma sapete voi con chi state parlando? Capite chi vi sta davanti? Lo capite questo, lo capite? È a voi che lo domando.»
 A questo punto egli battè il piede, portando la voce a una nota così alta che si sarebbe spaventato non soltanto Akàkij Akakièviè. Quanto a lui, Akàkij Akakièviè rimase tramortito, barcollò, cominciò a tremare in tutto il corpo e non ebbe più la forza di stare in piedi: se gli uscieri non fossero accorsi a sorreggerlo, sarebbe stramazzato sul pavimento; lo portarono fuori che era quasi esanime. L'importante personaggio, intanto, contento che l'effetto avesse persino superato le sue aspettative e completamente tranquillizzato dal pensiero che le sue parole potessero persino far perdere i sensi a una persona, sbirciò di traverso l'amico per sapere come considerasse la cosa e, non senza soddisfazione, vide che il suo amico si trovava in uno stato d'animo alquanto incerto e cominciava anche lui, da parte sua, a provar paura.
 Akàkij Akakièviè non riuscì mai più a ricordare come fosse sceso dalle scale e fosse uscito in strada. Non si sentiva più nè braccia nè gambe. Mai in vita sua era stato così orribilmente strapazzato da un generale, per di più estraneo. Camminava a bocca aperta in mezzo alla tormenta che sibilava nelle strade, scivolava giù dal marciapiede; il vento, come di consueto a Pietroburgo, lo assaliva da tutte e quattro le direzioni, da tutti i vicoli. Improvvisamente sentì male alla gola e si trascinò a casa che non era neanche più in grado di dire una parola; era tutto gonfio e si mise a letto. Tanto forte può essere a volte una strapazzata! Il giorno dopo gli si manifestò una forte febbre. Grazie alla generosa collaborazione del clima pietroburghese la malattia procedette più rapida di quanto ci si potesse aspettare, e quando comparve il dottore, tastato il polso, non trovò altro da fare che prescrivere un'impacco, ma solo perchè il malato non restasse privo del benefico aiuto della medicina; del resto, dichiarò subito, entro un giorno e mezzo sarebbe immancabilmente morto. Dopo di che si rivolse alla padrona di casa e disse: «E voi, nonnina, non perdete inutilmente il tempo, ordinategli subito una bella bara d'abete; una di quercia sarebbe troppo cara.»
 Se Akàkij Akakièviè udì queste parole per lui fatali e se, avendole udite, ne fu sconvolto, se insomma rimpianse la sua vita derelitta, di questo nulla si sa, perchè rimase per tutto quel tempo in preda al delirio e alla febbre. Continuamente gli apparivano visioni, una più strana dell'altra: ora vedeva Petròviè e gli ordinava di fargli un cappotto con delle trappole contro i ladri che credeva di avere sotto il letto, tanto che ogni momento chiamava la padrona perchè tirasse fuori un ladro persino di sotto la coperta; ora domandava perchè davanti a lui stesse appesa la sua vecchia «vestaglia», dato che lui ormai aveva un cappotto nuovo; ora gli sembrava di stare in piedi davanti al generale ascoltando la strapazzata che si meritava, dicendo ogni tanto: «Sono colpevole, vostra eccellenza»; ora, infine, bestemmiava persino, mormorando le parole più terribili, tanto che la vecchia padrona di casa che da quando era nata non aveva mai udito nulla di simile, si faceva il segno della croce, anche perchè queste parole venivano subito dopo l'espressione «vostra eccellenza». Poi disse cose assolutamente insensate, incomprensibili: si capiva solo che quelle parole e quei pensieri sconclusionati ruotavano sempre intorno al cappotto. Infine il povero Akàkij Akakièviè spirò. Nè la stanza, nè le sue cose vennero poste sotto sigillo, perchè in primo luogo non c'erano eredi, e in secondo luogo da ereditare c'era ben poco, e precisamente: un mazzo di penne d'oca, una risma di carta bianca protocollo, tre paia di calzini, due o tre bottoni staccatisi dai pantaloni, e la «vestaglia» che il lettore ormai già conosce. Dio soltanto sa a chi sia andato tutto questo; confesso che della cosa non s'è interessato neppure chi ha scritto questo racconto. Portarono via Akàkij Akakièviè e lo seppellirono. E Pietroburgo rimase senza Akàkij Akakièviè, come se mai fosse esistito. Scomparve e si dileguò un essere che nessuno aveva difeso, che a nessuno era stato caro, per nessuno interessante, che non aveva attirato su di sè nemmeno l'attenzione del naturalista, il quale pure non disdegna di infilare su uno spillo una comunissima mosca e di osservarla al microscopio, un essere che aveva sopportato docilmente tutte le irrisioni del suo ufficio ed era sceso nella tomba senza aver compiuto alcuna straordinaria impresa; però, verso la fine della vita, a questo essere era apparso un ospite luminoso sotto forma d'un cappotto, un cappotto che per un istante aveva ravvivato la sua povera esistenza, ma sul quale poi s'era abbattuta implacabile la sciagura, così come si abbatte sugli imperatori e i sovrani del mondo... Alcuni giorni dopo la sua morte, dal ministero gli mandarono a casa un usciere con l'ordine di presentarsi immediatamente: il direttore lo voleva; ma l'usciere dovette tornarsene a mani vuote e riferire che Akàkij Akakièviè non si sarebbe più presentato; e alla domanda «perchè?» rispose con queste parole: «Ma è già morto, son tre giorni che gli hanno fatto i funerali.» Così al ministero vennero a sapere della morte di Akàkij Akakièviè; il giorno dopo al suo posto già sedeva un altro impiegato, assai più alto di statura e che non allineava le lettere con una scrittura così regolare, ma molto più inclinate e storte.
 Ma chi avrebbe potuto immaginare che questo non è ancora tutto a proposito di Akàkij Akakièviè, che egli era destinato a vivere ancora alcuni giorni dopo la sua morte e con gran rumore, come a ricompensa della sua vita da tutti trascurata? Eppure così accadde, e la nostra povera storia si conclude inaspettatamente nel modo più fantastico. Per Pietroburgo si sparsero a un tratto delle voci, che al Ponte Kalinkìn e anche molto più lontano aveva cominciato ad apparire un morto dall'aspetto d'un impiegato che cercava un cappotto rubato e, con il pretesto del cappotto rubato, strappava da tutte le spalle, senza badare a grado o titolo, ogni sorta di soprabiti: con collo di gatto, di castoro, imbottiti, pellicce di procione, di volpe, d'orso; insomma, pelli e peli d'ogni genere che gli uomini hanno inventato per coprirsi. Uno dei funzionari del ministero vide il morto con i suoi occhi e vi riconobbe immediatamente Akàkij Akakièviè; ciò gli procurò un tale terrore che si buttò a correre a gambe levate e perciò non potè distinguerlo bene, vide soltanto che da lontano il morto lo minacciava con un dito. Da tutte le parti cominciarono ad arrivare lamentele, che le schiene e le spalle, non soltanto dei consiglieri titolari, ma persino dei consiglieri segreti, erano minacciate di terribili infreddature a causa di quella notturna asportazione di soprabiti. Alla polizia venne data disposizione di catturare il morto a qualunque costo, e di punirlo nella maniera più feroce perchè servisse da esempio agli altri; e si deve dire che quasi vi riuscì. Proprio così. La guardia di non so quale quartiere riuscì, nel vicolo Kirjùškin, ad agguantare il morto per il bavero, proprio sul fatto, mentre tentava di strappare un cappotto di panno di frisia a un certo musicista a riposo che a suo tempo suonava il flauto. Afferratolo per il bavero, chiamò gridando due o tre colleghi ai quali l'affidò affinchè lo tenessero, mentre lui solo per un istante infilò una mano in uno stivale per tirarne fuori la tabacchiera e ristorarsi il naso che gli si era già congelato sei volte nella sua vita; ma di certo il tabacco era d'una qualità che nemmeno un morto poteva sopportare. Chiusa con il dito la narice destra, la guardia non fece in tempo ad aspirare una mezza presa con la sinistra, che il morto starnutì così forte da spruzzare completamente gli occhi a tutti e tre. Mentre essi alzavano le mani per asciugarsi, il morto si dileguò e di lui scomparve ogni traccia. Nessuno dei tre avrebbe saputo dire con precisione se l'avesse avuto veramente fra le mani. Da quel giorno le guardie si presero una tal paura dei morti che temevano persino d'agguantare i vivi e si limitavano a gridare da lontano: «Ehi, tu, va per la tua strada!» e il morto-funzionario cominciò a farsi vedere anche oltre il Ponte Kalinkìn, incutendo non poco terrore in tutta la gente pavida. Ma noi abbiamo completamente abbandonato quel personaggio importante, che in realtà era forse stato la causa della piega fantastica assunta da questa storia peraltro assolutamente veridica. Prima di tutto un dovere di giustizia esige che si dica che quel personaggio importante, subito dopo che il povero e strapazzato Akàkij Akakièviè se ne era andato, aveva provato qualcosa di simile alla compassione. La compassione non gli era estranea; il suo cuore era accessibile a molti buoni impulsi sebbene il grado troppo spesso impedisse loro di manifestarsi. Non appena fu uscito dal suo gabinetto l'amico di passaggio, egli si mise a pensare al povero Akàkij Akakièviè. E da quel momento quasi ogni giorno cominciò ad apparirgli il povero Akàkij Akakièviè che non aveva saputo resistere alla strapazzata del superiore. Questo pensiero l'agitava a tal punto che una settimana dopo egli addirittura decise di mandare un impiegato per sapere come stesse e che cosa facesse e se non lo si potesse aiutare in qualche modo; e, quando gli riferirono che Akàkij Akakièviè era morto prematuramente di febbre, rimase sbigottito, senti i rimorsi della coscienza e per tutta la giornata non fu più lui. Desiderando distrarsi e dimenticare la spiacevole impressione, si recò a una serata a casa di un suo amico, dove trovò una compagnia assai distinta e, cosa molto importante, di gente quasi tutta dello stesso grado, sicchè egli non ebbe bisogno di sentirsi legato e questo ebbe un effetto sorprendente sul suo umore. Egli si sciolse, si fece gradevole nella conversazione, cortese, insomma trascorse la serata molto piacevolmente. A cena bevve un paio di bicchieri di champagne, che, com'è noto, è ottimo per stimolare la gaiezza. Lo champagne lo spinse a prendere decisioni straordinarie, e cioè non andare a casa, ma passare da una certa signora di sua conoscenza, Karolìna Ivànovna, una signora, sembra, d'origine tedesca, per la quale egli nutriva sentimenti più che amichevoli. Occorre dire che l'importante personaggio era un uomo non più giovane, un buon marito, un rispettabile padre di famiglia. Aveva due figli, uno dei quali già prestava servizio in un ufficio statale, e una graziosa fanciulla di sedici anni col nasino all'insù; essi venivano ogni giorno a baciargli la mano dicendo: «Bonjour papà..» La sua consorte, una donna ancora fresca e assai graziosa, prima gli dava da baciare la propria mano e poi, rivoltandola, gli baciava la sua. Ma l'importante personaggio, sebbene pienamente soddisfatto delle domestiche familiari tenerezze, aveva ritenuto chic intrecciare una relazione amichevole con una conoscente che abitava in un'altra parte della città. Quest'amica non era nè più bella, nè più giovane di sua moglie; ma di queste incongruenze è pieno il mondo, e non è affar nostro giudicarne. Così l'importante personaggio scese le scale, montò su una slitta e disse al cocchiere: «Da Karolìna Ivànovna», mentre da parte sua, avvolto assai confortevolmente in un caldo cappotto, restava in quella piacevole disposizione d'animo, migliore della quale, per un russo, non si può immaginare, e cioè quando non si pensa a nulla e i pensieri ti frullano da soli in testa, uno più gradevole dell'altro, senza neppure la fatica di inseguirli e cercarli. D'ottimo umore, egli andava ricordando i momenti simpatici della serata appena trascorsa; tutte le parole che avevano fatto ridere la piccola cerchia; si ripeteva persino molte di esse a bassa voce e trovava che erano ancora buffe come prima, e perciò non c'era niente di strano che ne ridesse anch'egli di cuore. Di tanto in tanto, tuttavia, gli dava noia il vento impetuoso che, levandosi improvvisamente da chissà dove e chissà per quale motivo, gli tagliava la faccia, gli gettava addosso folate di neve, gonfiando come una vela il bavero del cappotto, o rovesciandoglielo di colpo, con forza innaturale, sulla testa, costringendolo così a fare continui sforzi per rimetterlo a posto. A un tratto l'importante personaggio sentì che qualcuno l'aveva afferrato vigorosamente per il bavero. Voltandosi, vide un uomo di piccola statura con una vecchia uniforme consunta e, non senza terrore, riconobbe in lui Akàkij Akakièviè. La faccia dell'impiegato era bianca come la neve e sembrava proprio la faccia d'un morto. Ma il terrore dell'importante personaggio superò tutti i limiti quando vide che la bocca del morto si storceva e, alitandogli addosso un orribile lezzo di tomba, pronunciava queste parole:
 «Ah! Sei tu finalmente! Finalmente, ecco, t'ho raggiunto! È il tuo cappotto che mi serve! Non ti preoccupasti del mio, anzi mi maltrattasti, e adesso dammi il tuo!»
 Il povero personaggio importante per poco non defunse. Sebbene in ufficio e in genere di fronte agli inferiori fosse un uomo di carattere, e di certo chiunque, vedendo il suo volto e la sua figura virile avrebbe detto: «Ah, che uomo!» qui, come accade a molti che hanno un aspetto da eroi, sentì un tal terrore che non senza ragione cominciò a temere che gli pigliasse un colpo. Si tolse egli stesso frettolosamente il cappotto dalle spalle e gridò al cocchiere con voce che non era più la sua:
 «Di corsa a casa!»
 Il cocchiere, udito quel grido, ch'era di quelli che si emettono nei momenti decisivi e s'accompagnano anche con qualcosa di più convincente, ritirò per ogni evenienza la testa nelle spalle, agitò la frusta e partì come una freccia. Pallido, spaventato, anzichè da Karolìna Ivànovna, egli arrivò a casa sua, si trascinò come potè fino alla sua stanza e passò la notte in modo assai agitato, tanto che il giorno dopo, al tè del mattino, la figlia gli disse con franchezza:
 «Oggi sei molto pallido, papà.»
 Ma il papà tacque e non fece parola ad alcuno di ciò che gli era accaduto e dove era andato e dove aveva avuto intenzione di andare. Quest'avvenimento produsse in lui una forte impressione. Cominciò perfino a dire più di rado ai sottoposti: «Come osate, capite chi avete davanti?» E se anche diceva qualcosa del genere, non lo faceva mai prima d'aver ascoltato la richiesta. Ma ancor più sintomatico è il fatto che da quel giorno cessarono le apparizioni dell'impiegato morto: evidentemente il cappotto generalizio gli era andato a pennello; perlomeno non si sentì più parlare di cappotti strappati. Molte persone zelanti non vollero però tranquillizzarsi e seguitarono a dire che nelle parti più remote della città l'impiegato morto si faceva vedere ancora. E in verità, una guardia di Kolòmna vide con i propri occhi il fantasma apparire da dietro una casa, ma essendo di natura pacifica, tanto che una volta un comune porcellino che scappava di corsa da una casa privata l'aveva mandato a gambe all'aria fra le risa di alcuni vetturini che stavano lì intorno e dal quali egli aveva poi preteso un soldo di tabacco per la presa in giro, essendo dunque un tipo pacifico non osò fermarlo, ma lo seguì nell'oscurità finchè il fantasma si voltò e disse fermandosi:
 «Tu che cerchi?»
 E gli mostrò un pugno come non se ne trovano fra i vivi. La guardia rispose:
 «Niente», e tornò subito indietro.
 Ma va notato che quel fantasma era di statura troppo alta, portava grandi baffi e, dirigendosi, pare, verso il Ponte Obuchòv, si dileguò nel buio della notte.

LE MEMORIE DI UN PAZZO

 

3 ottobre
 Oggi è successo un fatto insolito. Questa mattina mi sono alzato abbastanza tardi e, quando Mavra mi ha portato le scarpe pulite, ho domandato che ora fosse. Saputo che erano passate da un pezzo le dieci, ho cominciato in fretta a vestirmi. Confesso che non sarei andato al ministero, perchè sapevo in anticipo che faccia acida avrebbe fatto il nostro caposezione. È già un pezzo che mi dice: «Che ti piglia, mio caro, che hai sempre in testa un tale guazzabuglio? Certe volte ti agiti come un indemoniato, imbrogli talmente le cose che nemmeno Satana ci capisce più nulla, nei titoli metti la minuscola, ti dimentichi i numeri e le date.» Airone maledetto! Di certo è invidioso perchè sto nell'ufficio del direttore e tempero le penne per sua eccellenza. Insomma, non sarei andato al ministero se non avessi avuto la speranza di vedere il cassiere e magari di chiedere a quell'ebreo qualcosina d'anticipo sullo stipendio. Ecco un'altra bella creatura! Mai che dia i soldi un mese prima! Signoriddio, è più facile che arrivi il giudizio universale. Pregalo, sbatti la testa nel muro, puoi averne un bisogno estremo, mica te li dà, razza di diavolo calvo! E poi a casa la serva lo schiaffeggia! Tutto il mondo lo sa, questo. Io non capisco i vantaggi di prestar servizio in un ministero. Non cè proprio nessuna prospettiva. Ecco, nell'amministrazione provinciale e nei tribunali è tutt'altra cosa: lì, ecco, c'è magari uno che se ne rimane nel suo angoletto e scrive. Un vestituccio, schifoso, un grugno che ti vien voglia di sputarci sopra, eppure guarda che daèa può prendersi in affitto! E non portargli in regalo una tazza di porcellana dorata: «Questo,» dice, «è un regalo da dottore»; a lui devi dare una coppia di trottatori, oppure un carrozzino, o una pelliccia di castoro da trecento rubli. A vederlo è così tranquillo, parla con tanta delicatezza: «Prestatemi il temperino per temperare la penna», e intanto ti ripulisce in una maniera che al postulante gli lascia indosso soltanto la camicia. È vero, da noi in compenso il servizio è perfetto, dappertutto c'è una pulizia che l'amministrazione provinciale nemmeno se la sogna, le scrivanie sono di mogano, e tutti i capi danno del lei. Sì, confesso che se non fosse per la bontà del servizio, avrei lasciato da un pezzo il ministero.
 Mi sono messo il vecchio cappotto e ho preso l'ombrello, perchè veniva giù una pioggerella fitta. Per strada non c'era nessuno; soltanto delle comari che si coprivano con le falde dell'abito e dei mercanti sotto gli ombrelli; e poi mi son capitati sotto gli occhi anche dei cocchieri. Di gente distinta c'era soltanto un nostro fratello funzionario che arrancava. L'ho visto a un incrocio. Come l'ho visto, mi sono detto subito: «Eh! No, colombella, tu non vai in ufficio, tu stai correndo dietro quella lì, ecco, che ti scappa davanti, e le guardi i piedini. Che razza di bestia è il nostro collega! Perdio, non è da meno di un ufficiale: se passa una con il cappellino, immancabilmente l'aggancia. Mentre pensavo a questo, ho visto una carrozza che si fermava davanti a un negozio. L'ho riconosciuta subito: era la carrozza del nostro direttore. Ma lui non aveva motivo d'entrare in quel negozio, ho pensato; di certo è sua figlia. Mi sono addossato al muro. Il lacchè ha aperto gli sportelli e lei è svolazzata fuori dalla carrozza come un uccellino. Che occhiate ha dato a destra e a sinistra, che balenio di ciglia e di occhi... Signoriddio! Ero perduto, completamente perduto. E perchè poi lei era uscita con un tempo così piovoso? E va' poi a raccontare che le donne non perdono la testa per tutti quegli stracci! Lei non mi ha riconosciuto, e del resto anch'io di proposito mi sono imbacuccato il più possibile, perchè avevo indosso un cappotto molto sudicio e poi di vecchio taglio. Adesso si portano i mantelli con il collo a scialle, mentre il mio è abbottonato sino in cima; e poi anche la stoffa non è affatto buona. La sua cagnetta, che non aveva fatto in tempo a infilare la porta del negozio, è rimasta sulla strada. Conosco questa cagnetta. Si chiama Meggy. Stavo lì appena da un minuto quando, a un tratto, sento una vocina sottile: «Salve, Meggy.» Questa si che era bella! Chi aveva parlato? Mi sono guardato in giro e ho visto due signore che camminavano sotto a un ombrello: una vecchia, l'altra abbastanza giovane; ma loro erano già passate e vicino a me ho udito di nuovo: «Guai a te, Meggy!» Che razza di diavolo! Allora ho visto che Meggy annusava l'altra cagnetta che seguiva le signore. Eh! mi son detto; questo è troppo, non sarò ubriaco? Davvero, per quanto mi risulta questa è una cosa che mi succede molto di rado. «No, Fidèle, fai male a pensare così», e io con i miei occhi ho visto che era Meggy a parlare. «Sono stata, bau! bau! Sono stata, bau, bau, bau! molto ammalata.» Ah, razza di cagnetta! Confesso d'essermi molto stupito a sentirla parlare nella lingua degli uomini. Ma poi, quando ho ragionato per bene su tutto questo, ho cessato di meravigliarmi. Effettivamente, al mondo ci sono già stati parecchi esempi del genere. Si dice che in Inghilterra sia venuto a galla un pesce il quale ha detto due parole in una lingua stranissima che da tre anni ormai gli scienziati si sforzano di decifrare, ma finora non hanno scoperto nulla. Sui giornali ho letto anche di due vacche che sono entrate in un negozio e hanno chiesto una libbra di tè. Ma, lo confesso, mi sono meravigliato molto di più quando Meggy ha detto: «Io ti ho scritto, Fidèle; di certo Polkan non ha portato la mia lettera!» Che non riceva lo stipendio se in vita mia avevo mai sentito che un cane potesse scrivere. Solo un nobile può scrivere correttamente. Sì, naturale, anche certi mercanti e persino i servi della gleba talvolta scrivono, ma il loro scrivere per lo più è meccanico: nè virgole, nè punti, nè stile.
 Questo mi ha meravigliato. Lo confesso, da qualche tempo mi capita di udire e di vedere cose che nessuno finora ha mai visto nè udito. Adesso, mi sono detto, vado dietro a questa cagnetta, così saprò chi è e come la pensa. Ho aperto l'ombrello e mi sono diretto dietro le due signore. Siamo passati in via Goròchovaja, abbiamo svoltato in via Mekànskaja, di là in via Stoljàrnaja, finalmente verso il Ponte Kokuškìn e ci siamo fermati davanti a una grande casa. Questa casa io la conosco, mi son detto. È la casa di Zvèrkov. Che casermone! E che gente ci abita: cuoche, polacchi, e moltissimi funzionari, uno sopra l'altro, come i cani. Anch'io ho un amico che abita lì; suona bene la tromba. Le signore sono salite al quinto piano. Bene, ho pensato, adesso non ci vado, ma mi annoto il posto e alla prima occasione non mancherò di approfittarne.
 
4 ottobre
 Oggi è mercoledì e perciò ero nel gabinetto del nostro capo. Sono arrivato apposta prima del solito e, sedutomi, ho temperato tutte le penne. Il nostro direttore dev'essere un uomo molto intelligente. Tutto il suo gabinetto è pieno di scaffali e gli scaffali sono pieni di libri. Ho letto alcuni titoli: tutta scienza, una scienza tale che quelli come me non ci arrivano proprio: tutto in francese oppure in tedesco. E, a guardarlo in faccia: caspita, che luce di importanza gli brilla negli occhi! Finora non l'ho mai sentito dire una parola. Forse, soltanto quando gli porgi le carte, domanda: «Che tempo fa fuori?» «Umido, vostra eccellenza!» Sì, la gente come me non gli sta alla pari! Un uomo di stato. Noto comunque che a me è particolarmente affezionato. Anche se la figlia... eh, canaglia!... Fa niente, niente, silenzio! Ho letto l'Ape. Che stupido popolo, i francesi! Be', e che vogliono? Li prenderei tutti, perdio, e li frusterei con le verghe! Lì, infatti, ho letto la divertentissima descrizione di un ballo, scritta da un proprietario di terre di Kursk. I proprietari di terre di Kursk scrivono bene. Poi ho notato che era già mezzogiorno e mezzo e il nostro non usciva ancora dalla sua camera da letto. Ma, verso l'una e mezzo, è successo un avvenimento che nessuna penna può descrivere. Si è aperta la porta, io credevo che fosse il direttore e sono balzato su dalla sedia con le mie carte; ma era lei, proprio lei! Santi del cielo com'era vestita! Aveva un abito bianco come un cigno: caspita, che lusso! e come guardava: un sole, perdio, un sole! Mi ha salutato e ha detto: «Il papà non è stato qui?» Ahi, ahi, ahi! Che voce! Un canarino, davvero, un canarino! Signorina, avrei voluto dire, non ordinate di giustiziarmi, ma, se proprio volete farmi giustiziare, giustiziatemi con la vostra nobile manina. Sì, il diavolo mi pigli, la lingua chissà perchè non mi si muoveva e ho detto solamente: nossignora, no. Lei ha guardato me, i libri, e ha lasciato cadere il fazzoletto. Io mi sono precipitato, sono sdrucciolato su quel maledetto parquet e per poco non mi si scollava il naso, tuttavia mi sono rialzato e ho raccolto il fazzoletto. Santi del cielo, che fazzoletto! finissimo, di batista: ambra, perfetta ambra! e pure esso emanava qualcosa di generalizio. Lei mi ha ringraziato e ha sorriso appena appena, tanto che le sue labbruzze zuccherine quasi non si sono mosse, e poi se n'è andata. Io sono rimasto lì ancora un'ora; poi è venuto il lacchè e ha detto: «Andate a casa, Aksèntij Ivànoviè, il signore è già uscito.» Io non posso sopportare i domestici: sono sempre stravaccati in anticamera e non si scomodano neanche a farti un cenno con la testa. Questo è niente: una volta una di queste bestie ha avuto l'idea di offrirmi del tabacco senza nemmeno alzarsi dal suo posto. Ma lo sai, stupido servo, che io sono un funzionario, sono d'origine nobile? Comunque ho preso il cappello e mi sono messo da solo il cappotto, perchè quei signorini non ti aiutano mai, e me ne sono andato. A casa sono rimasto a letto. Poi ho copiato dei bellissimi versi: «L'amata un'oretta non vedendo, / pareami non vederla da un anno. / Così la mia vita odiando, / m'andavo chiedendo vale viverla.» Dev'essere un'opera di Pùškin. Verso sera, tutto avvolto nel cappotto, sono andato sotto il portone di sua eccellenza e ho aspettato a lungo nella speranza che lei uscisse per guardarla ancora una volta. Ma no, non è uscita.
 
6 novembre
 Il caposezione s'è infuriato. Quando sono arrivato al ministero, mi ha fatto chiamare e ha preso a dire così: «Be', dimmi per piacere, che stai facendo?» «Come, che cosa? Io non faccio niente,» ho risposto. «Be', rifletti bene! Hai già passato la quarantina, sarebbe ora di mettere giudizio. Che cosa t'immagini? Credi che non conosca tutte le tue marachelle? Tu corri dietro alla figlia del direttore! Ma guardati un po', pensa almeno a questo: chi sei? Perchè tu sei uno zero, niente di più. Non hai neanche un soldo. Guardati almeno la faccia nello specchio, come puoi pensare a una cosa simile!» Il diavolo lo pigli, lui che ha la faccia che somiglia a un'ampolla da speziale, e ha in testa un ciuffetto di capelli arricciati come una cresta di gallo, e li tiene anche voltati all'insù, e li unge con una pomata, sicchè crede addirittura d'essere il solo che può tutto. Capisco, capisco perchè ce l'ha con me. È invidioso; forse ha visto qualche segno di benevolenza rivolto preferibilmente verso di me. Ma io ci sputo sopra! Che grande importanza, consigliere di corte! Ha attaccato una catenella d'oro all'orologio, ordina scarpe da trenta rubli, che il diavolo se lo porti! E che, io sono forse un plebeo, il figlio di un sarto o d'un sottufficiale? Io sono un nobile. E che? Anch'io posso far carriera. Ho ancora solo quarantadue anni, l'età in cui il vero servizio comincia appena. Aspetta, amico! Diventeremo anche noi colonnelli e forse, se Dio lo concederà, anche qualcosa di più. Ci faremo pure noi una reputazione anche migliore della tua. Che cosa ti sei messo in testa? Che all'infuori di te non ci sia una persona perbene? Dammi un frac fatto all'ultima moda, mettimi al collo una cravatta come ce l'hai tu, e non sarai neanche degno di lustrarmi le scarpe. Sono povero, questo è il guaio.
 
8 novembre
 Sono stato a teatro. Davano una farsa con Filatka, lo scemo russo. Ho riso molto. C'era anche un vaudeville con certi versi divertenti sugli imbrattacarte, in specie su uno scrivano, scritti in modo assai libero, tanto che mi sono meravigliato che la censura li abbia lasciati passare, mentre dei mercanti dicevano apertamente che imbrogliano il popolo e che i loro figli si danno alla bella vita e s'intrufolano fra i nobili. Anche sui giornalisti c'era un couplet molto divertente: che gli piace dir male di tutto e che l'autore chiede protezione al pubblico. Oggigiorno gli autori scrivono delle cose molto divertenti. A me piace andare a teatro. Non appena mi trovo in tasca quattro soldi, non resisto e ci vado. Ma fra noialtri funzionari ci sono dei veri maiali: a teatro, gli zotici, non ci vanno assolutamente; forse soltanto se gli dai il biglietto gratis. Un'attrice cantava molto bene. Io mi sono ricordato di quella... ah, canaglia!... niente, niente... silenzio.
 
9 novembre
 Alle otto sono andato al ministero. Il caposezione ha fatto una faccia, come se non avesse notato che ero arrivato. Anch'io da parte mia, come se fra di noi non ci fosse stato nulla. Ho esaminato e confrontato certi incartamenti. Sono uscito alle quattro. Sono passato davanti all'appartamento del direttore, ma non si vedeva nessuno. Dopo il pranzo per lo più sono rimasto a letto.
 
11 novembre
 Oggi sono restato nel gabinetto del nostro direttore e ho temperato per lui ventitrè penne, e per lei, ahi! ahi!... per lei, quattro penne. A lui piace molto che ci siano tante penne. Uh! che testa dev'essere! Sta sempre zitto, ma nella sua testa, penso, pondera tutto. Mi piacerebbe sapere a che cosa pensa più di tutto; che cosa si muove in quella testa. Avrei voglia di vedere più da vicino la vita di questi signori, tutti questi equivoci e questi trucchi di corte, come sono, che cosa fanno nel loro ambiente, ecco che cosa avrei voglia di sapere! Varie volte ho pensato di attaccare discorso con sua eccellenza, solo che, il diavolo mi pigli, la lingua non mi vuol dare assolutamente retta: dico solamente se fuori fa caldo o fa freddo e di più non riesco assolutamente a dire. Avrei voglia di dare un'occhiata nel salotto, che certe volte vedo attraverso la porta aperta, e anche nell'altra stanza, dopo il salotto. Eh, che ricco arredamento! Che specchi e che porcellane. Avrei voglia di sbirciare in quella parte dell'alloggio dove sta lei, ecco dove avrei voglia di sbirciare! Nel boudoir, dove ci sono flaconi, bottigliette, fiori che solo ad annusarli c'è da aver paura, i suoi abiti sparpagliati qua e là, più simili all'aria che non a vestiti. Vorrei dare un'occhiata nella camera da letto... là, penso, devono esserci prodigi; là, penso, deve esserci un paradiso come non ce ne sono neanche in cielo. Vedere un po' lo sgabello sul quale lei poggia il suo piedino quando si alza dal letto, vedere come infila nella calzina bianca come la neve quel piedino... ahi! ahi! ahi! niente, niente... silenzio.
 Oggi tuttavia è stato come se una luce mi rischiarasse: mi sono ricordato di quella conversazione delle due cagnette che avevo udito sulla Prospettiva Nevsky. Bene, ho pensato fra me: adesso sì che saprò tutto. Basta solamente intercettare la corrispondenza che tengono fra di loro quelle due schifose cagnette. Così, di certo, qualcosa verrò a sapere. Confesso, una volta ho persino chiamato Meggy e le ho detto: «Ascolta, Meggy, ecco, adesso noi siamo soli; se vuoi, posso anche chiudere la porta a chiave così nessuno potrà vedere; raccontami tutto quello che sai della signorina, che cosa fa e com'è. Ti giuro che non lo rivelerò a nessuno.» Ma l'astuta cagnetta ha messo la coda fra le zampe, si è rimpicciolita di due volte ed è uscita zitta zitta dalla stanza come se non avesse sentito nulla. Io lo sospettavo da tempo che il cane fosse molto più intelligente dell'uomo; ero persino sicuro che potesse parlare, ma che in lui ci fosse una specie di testardaggine che gli impediva di farlo. È un politico straordinario: osserva tutto, tutti i passi dell'uomo. No, a qualunque costo domani mi recherò a casa di Zvèrkov, interrogherò Fidèle e, se mi riuscirà, mi porterò via tutte le lettere che Meggy le ha scritto.
 
12 novembre
 Alle due del pomeriggio sono uscito, deciso a vedere Fidèle e a interrogarla. Io non posso sopportare il cavolo, il cui odore vien fuori a fiotti da tutte le bottegucce della via Mekànskaja; per giunta, da sotto il portone di ogni casa emana un tanfo tale che mi sono messo a correre a spron battuto tappandomi il naso. E poi anche quegli infami artigiani mandano fuori fuliggine e fumo dalle loro officine in tale quantità che una persona come si deve non può assolutamente andare a passeggio da queste parti. Quando sono arrivato al sesto piano e ho suonato il campanello, è uscita una ragazza per niente brutta, con delle piccole lentiggini. Io l'ho riconosciuta. Era la stessa che camminava insieme con la vecchia. Lei è diventata un po' rossa e io ho capito subito: tu, colombella, desideri un fidanzate. «Che cosa desiderate?» ha detto lei. «Io ho bisogno di parlare con la vostra cagnetta.» La ragazza era scema! Ho compreso subito che era scema! La cagnetta intanto era accorsa abbaiando; io volevo acchiapparla, ma per poco non era lei, brutta schifosa, ad acchiapparmi per il naso. Ho visto tuttavia in un angolo la sua cuccia. Eh, ecco quello che mi ci voleva! Mi sono avvicinato, ho frugato fra la paglia dentro la cassetta di legno e, con mia grande contentezza, ne ho tirato fuori un mazzetto di piccole carte. La schifosa cagnetta, vedendo questo, dapprima mi ha morso a un polpaccio, e poi, quando ha fiutato che avevo preso le carte, ha cominciato a guaire e a far moine, ma io ho detto: «No, colombella, addio!» e mi son buttato a correre. Penso che la ragazza mi abbia preso per matto, perchè si è spaventata in modo incredibile. Arrivato a casa, avrei voluto mettermi subito al lavoro per decifrare quelle lettere, perchè alla luce delle candele ci vedo male. Ma Mavra aveva avuto la cattiva idea di lavare il pavimento. Queste stupide finniche sono sempre pulite a sproposito. Perciò me ne sono andato a passeggiare e a meditare sugli avvenimenti. Adesso, finalmente, conoscerò tutte le imprese, i propositi, i motivi e finalmente arriverò a tutto. Queste lettere mi riveleranno tutto. I cani sono persone intelligenti, conoscono tutti gli intrighi e perciò di sicuro lì ci sarà tutto: il ritratto e tutte le azioni di quell'uomo. Lì ci sarà qualcosa anche su quella che... niente, silenzio! Verso sera sono arrivato a casa. Per lo più sono rimasto a letto.
 
13 novembre
 Su, adesso guardiamo: una scrittura abbastanza nitida. Comunque nella calligrafia c'è qualcosa di canino. Leggiamo:
 «Cara Fidèle! non posso ancora abituarmi al tuo nome piccolo borghese. Come se proprio non potessero dartene uno meglio, no? Fidèle, Rosa, che tono volgare, lasciamo però tutto questo da parte. Sono molto contenta che abbiamo avuto l'idea di scriverci.»
 La lettera è scritta molto correttamente. La punteggiatura e persino le «acca» sono sempre al loro posto. Così, davvero, non scrive nemmeno il nostro caposezione, benchè racconti che chissà dove ha studiato all'università. Vediamo ancora:
 «Mi sembra che condividere i propri sentimenti e le impressioni con qualcun altro sia uno dei massimi beni di questo mondo.»
 Hmm! il pensiero è attinto da qualche opera tradotta dal tedesco. Non ricordo il titolo.
 «Dico questo per esperienza, benchè non abbia visto il mondo oltre il portone di casa nostra. Non trascorre forse nel piacere, la mia vita? La mia signorina, che il papà chiama Sophie, mi ama follemente.»
 Ahi, ahi!... niente, niente. Silenzio!
 «Anche il papà sovente mi fa delle carezze. Bevo il tè e il caffè con la panna. Ah, ma chère, devo dirti che non vedo alcun piacere in quelle grandi ossa spolpate che il nostro Polkan si divora in cucina. Le ossa sono buone solamente quando sono di selvaggina e inoltre quando nessuno ne ha ancora succhiato il midollo. È molto bello mischiare varie salse insieme, però senza capperi nè verdura; ma io non conosco niente di peggio dell'abitudine di dare delle molliche di pane ai cani. Un qualsiasi signore seduto a tavola, che nelle sue mani ha tenuto ogni sorta di porcherie, comincia a spiaccicare con quelle mani del pane, ti chiama e ti ficca fra i denti una pallottolina. Rifiutare in un certo senso non è gentile, e così mangi; con disgusto, ma mangi...»
 Lo sa il diavolo che cos'è questa roba. Che stupidaggini! Come se non ci fossero argomenti migliori. Guardiamo l'altra pagina, se c'è qualcosa di più concreto.
 «Sono pronta a informarti di tutti i fatti che succedono da noi. Ti ho già detto qualcosa del signore che qui è più importante e che Sophie chiama papà. È un uomo molto strano
 Ah! Ecco, finalmente! Sì, lo sapevo: loro vedono tutto con occhio politico. Vediamo un po' che cosa dice di papà:
 «... molto strano. Per lo più sta zitto. Parla assai di rado, ma una settimana fa non ha fatto che dire incessantemente tra sè: ‹L'avrò o non l'avrò?› Con una mano prendeva una carta, e stringeva l'altra, vuota, a pugno e diceva: ‹L'avrò o non l'avrò?› Una volta s'è rivolto anche a me con questa domanda: ‹Che cosa ne dici, Meggy, l'avrò o non l'avrò?› io non riuscivo a capirci proprio niente, gli ho annusato una scarpa e me ne sono andata. Poi, ma chère, una settimana dopo, il papà è arrivato tutto felice. Per tutta la mattina sono venuti da lui dei signori in uniforme e si congratulavano per qualcosa. A tavola il papà era contento come non l'avevo mai visto prima, raccontava barzellette e, dopo il pranzo, mi ha preso in grembo e ha detto: ‹Guarda un po', Meggy, che cos'è questo?› Ho visto una specie di nastrino. L'ho annusato, ma non ci ho trovato assolutamente nessun profumo; finalmente, l'ho leccato, senza dare nell'occhio: era un po' salato.»
 Hmm! Questa cagnetta, mi pare, è già troppo,... purchè non le diano una frustatina! Ah! Sicchè lui sarebbe ambizioso! È una cosa di cui si dovrà tener conto.
 «Addio, ma chère! Scappo, eccetera... eccetera... Domani finirò la lettera. Be', salve! Eccomi di nuovo a te. Oggi la mia signorina Sophie...»
 Ah! Dunque vediamo che dice di Sophie. Eh, canaglia!... Niente, niente... continuiamo.
 «... la mia signorina Sophie era tutta in trambusto. Si preparava ad andare a un ballo e io ero molto contenta perchè in sua assenza avrei potuto scriverti. La mia Sophie era straordinariamente contenta di andare al ballo, benchè quando si veste, si arrabbia quasi sempre. Io non riesco a capire, ma chère, il piacere di andare a un ballo. Sophie arriva a casa dal ballo alle sei del mattino e quasi sempre, dalla sua faccia pallida e dal suo aspetto smunto, indovino che là, poverina, non le hanno dato niente da mangiare. Ti confesso che io non potrei mai vivere così. Se non mi dessero la salsa di starna o l'arrosto di alucce di pollo, io... io non so che cosa ne sarebbe di me. È buona anche la salsa con la polentina. Ma le carote, oppure le rape, oppure i carciofi non saranno mai buoni...»
 Uno stile estremamente ineguale. Si vede subito che non è un uomo che scrive. Comincia come si deve e finisce alla canina. Guardiamo ancora qui, quest'altra letterina. È piuttosto lunghetta. Hmm! e non c'è neanche la data.
 «Ah! cara! Come si sente l'avvicinarsi della primavera. Il mio cuore batte come se aspettasse di continuo qualcosa. Nelle orecchie mi sento un eterno ronzio. Tanto che qualche volta rimango per parecchi minuti in ascolto davanti alla porta con una zampetta sollevata. Voglio svelarti un segreto: ho molti corteggiatori. Sovente, stando seduta alla finestra, me li guardo tutti. Ah, se sapessi che mostri ci sono fra loro. Ce n'è uno ultragoffo, un cane da guardia, terribilmente stupido, con la stupidità dipinta in faccia; cammina con una grande aria d'importanza per la strada e s'immagina di essere un personaggio importantissimo; crede che tutti lo ammirino. Proprio per niente. Io non gli faccio neanche caso, come se neanche l'avessi visto. E che terribile molosso si ferma davanti alla mia finestra! Se si rizzasse sulle zampe posteriori, cosa che questo zoticone di certo non sa fare, sarebbe di una intera testa più alto del papà della mia Sophie, che è anche lui di statura abbastanza alta e piuttosto grasso. Questo stupido dev'essere anche un terribile sfacciato. Gli ho ringhiato contro, ma lui non ci ha fatto caso. Avesse almeno aggrottato la fronte! Macchè, ha tirato fuori la lingua, lasciando penzolare le sue orecchie enormi, e stava lì a guardare verso la finestra, un vero bifolco! Ma forse tu penserai, ma chère, che il mio cuore sia indifferente a tutte le proposte?, Ah, no... Se tu vedessi un cavaliere che ha saltato lo steccato della casa vicina e che si chiama Trésor. Ah, ma chère, che musetto grazioso!»
 Puah, al diavolo!... Che porcheria!... E come si possono riempire delle lettere di simili stupidaggini! Datemi un essere umano! Voglio vedere un essere umano; ho bisogno di un cibo che possa nutrire e deliziare la mia anima; e, invece, queste sciocchezze... Voltiamo pagina, forse ci sarà qualcosa di meglio:
 «... Sophie era seduta al tavolino e cuciva qualcosa. Io guardavo fuori della finestra perchè mi piace osservare i passanti. A un tratto è entrato il lacchè e ha detto: ‹Teplòv!› ‹Fallo accomodare!› ha gridato Sophie e si è precipitata ad abbracciarmi. ‹Ah, Meggy, Meggy! Se tu sapessi chi è: è bruno, è un maestro di camera, e che occhi! neri e splendenti come il fuoco.› E Sophie è corsa in camera sua. Un minuto dopo è entrato un giovane maestro di camera con dei basettoni neri; si è avvicinato allo specchio, s'è ravviato i capelli e ha esaminato la stanza. Io ho ringhiato e mi sono seduta al mio posto. Ben presto è tornata Sophie e ha ricambiato con allegria il suo grande inchino; e io zitta, come se non avessi notato nulla; continuavo a guardare fuori della finestra; però avevo un po' inclinato la testa e cercavo di ascoltare quello che dicevano. Ah, ma chère, di che stupidaggini parlavano! Dicevano che una certa signora, ballando, invece d'una figura ne aveva fatta un'altra; e anche che un certo Bobòv con il suo jabot assomigliava a una cicogna e per poco non era cascato per terra; che una certa Lidina s'immagina di avere gli occhi celesti mentre invece sono verdi, e così di seguito. Quando mai, pensavo io frattanto, si può paragonare questo maestro di camera con Trésor! Cielo! Una tale differenza! Innanzi tutto il maestro di camera ha una faccia larga e assolutamente liscia e intorno gli scopettoni, come se si fosse messo intorno un fazzoletto nero; Trésor, invece, ha un musetto affilato e proprio sulla fronte una piccola macchia bianca. Il personale di Trésor, poi, non si può nemmeno paragonare con quello del maestro di camera. Anche gli occhi, i modi di fare, i gesti non sono quelli. Oh, che differenza! Non so che cos'abbia trovato nel suo maestro di camera. Per che cosa se ne entusiasma tanto?...»
 Anche a me sembra che qui ci sia qualcosa che non va. Non può essere che un gentiluomo di camera abbia potuto ammaliarla così. Vediamo oltre.
 «Mi sembra che se le piace il maestro di camera, presto le piacerà anche quell'impiegato che se ne sta seduto nell'ufficio di papà. Ah, ma chère, se tu sapessi che mostro è quello. Una vera tartaruga nel suo guscio...»
 E chi sarebbe quest'impiegato?
 «Ha un nome stranissimo. Sta sempre seduto e tempera le penne. Sulla sua testa, i capelli sembrano proprio fatti di fieno. Il papà lo spedisce sempre in giro a far commissioni, al posto dei domestici...»
 Mi sembra che questa schifosa cagnetta ce l'abbia con me. Ma dov'è che ho i capelli come il fieno, io?
 «Sophie non riesce mai a trattenersi dal ridere quando lo vede.»
 Racconti storie, dannata cagnetta! Ah, che brutta lingua! Come se non sapessi che è tutta invidia. Come se non sapessi chi gioca questi tiri. Sono tiri del caposezione. Quest'uomo mi ha giurato odio eterno e cerca continuamente di rovinarmi. Ma guardiamo ancora un'altra lettera. Forse la cosa si chiarirà da sè.
 «Ma chère Fidèle, scusami se non ti ho più scritto da tanto tempo. Ero in preda a una vera e propria ebbrezza. Non so quale scrittore ha detto che l'amore è una seconda vita. Per giunta in casa nostra sono in corso grandi cambiamenti. Adesso il maestro di camera viene da noi ogni giorno. Sophie è innamorata di lui alla follia. Papà è molto allegro. Ho persino sentito dire dal nostro Grigorij che lava il pavimento e parla quasi sempre da solo. Presto ci saranno le nozze, perchè papà vuole assolutamente vedere Sophie sposata con un generale o con un maestro di camera o con un colonnello dell'esercito...»
 Il diavolo ti pigli! Non posso più leggere... Sempre maestri di camera oppure generali. Tutto quello che c'è di meglio al mondo, tutto va ai maestri di camera oppure ai generali. Ti trovi un piccolo tesoro, credi di afferrarlo, macchè, un maestro di camera o un generale te lo strappa di mano. Al diavolo! Vorrei anch'io farmi generale, ma non per avere la mano di Sophie e il resto. No, vorrei essere generale solamente per vedermeli scodinzolare davanti e fare moine e poi dirgli che gli sputo in faccia a tutt'e due. Il diavolo se li porti. Mi fanno una rabbia! Ho fatto a pezzi le lettere della stupida cagnetta.
 
3 dicembre
 Non può essere. Fandonie! Queste nozze non si devono fare! Che importa se lui è un maestro di camera! Non è altro che un'onorificenza; non è una cosa che si può vedere, che si può prendere in mano. Mica gli si aggiunge un occhio sulla fronte per il fatto che è un maestro di camera. Non ha il naso fatto d'oro, ha un naso come il mio, come quello di chiunque; ci annusa e non ci mangia mica; ci starnutisce, non ci tossisce. Già varie volte mi sono chiesto l'origine di tutte queste parzialità. Perchè io sono un consigliere titolare e per quale ragione sono un consigliere titolare? Forse sono magari un conte o un generale che però sembra un consigliere titolare? Forse non lo so neppure io chi sono. Quanti esempi ci sono infatti nella storia: prendiamo un uomo qualsiasi, neppure un nobile, ma semplicemente un piccolo borghese qualsiasi, ed ecco che tutt'a un tratto si scopre che è un gran signore, certe volte persino un sovrano. Se certe volte vien fuori una cosa simile persino da un contadino, che cosa può venir fuori da un nobile? Tutt'a un tratto, per esempio, io entro in un posto in uniforme da generale: ho una spallina sulla spalla destra e una spallina sulla spalla sinistra, sul petto un nastro azzurro, ebbene?
 Come canterà allora la mia bella? Che cosa dirà papà, il nostro direttore? Oh, è un grande ambizioso! È un massone, sicuramente un massone, anche se si fa passare per questo e per quell'altro, ma io ho notato subito che è un massone: se dà la mano a qualcuno, porge solamente due dita. Perchè, forse che io non potrei essere nominato in quest'istante stesso generale governatore, o intendente o qualcosa del genere? Mi piacerebbe sapere perchè sono consigliere titolare. Perchè proprio consigliere titolare?
 
5 dicembre
 Oggi ho letto i giornali per tutta la mattina. Strane cose succedono in Spagna. Non sono nemmeno riuscito a capirle bene. Scrivono che il trono è vacante e che i dignitari si trovano in una situazione difficile perchè si tratta di scegliere l'erede, sicchè, in conseguenza di ciò, si producono disordini. Questo mi pare molto strano. Come può essere vacante il trono? Dicono che una certa doña deve ascendere al trono. Ma una donna non può ascendere al trono. Assolutamente non può. Sul trono ci dev'essere un re. Sì, dicono che non c'è il re. Non può essere che non ci sia un re. Uno stato non può stare senza re. Il re c'è, solamente che si trova in qualche posto in incognito. Può anche darsi che si trovi proprio lì, ma certe ragioni familiari o timori da parte delle potenze confinanti, come dire la Francia o altri paesi, lo costringono a nascondersi; oppure c'è qualche altra ragione.
 
8 dicembre
 Ero ormai deciso ad andare al ministero, ma varie ragioni e considerazioni mi hanno trattenuto dal farlo. Non poteva uscirmi di testa la questione spagnola. Come può essere che una donna diventi regina? Non lo permetteranno. E in primo luogo non lo permetterà l'Inghilterra. E poi ci sono anche gli affari politici di tutta l'Europa: l'imperatore austriaco, il nostro sovrano... Confesso che questi avvenimenti mi hanno talmente prostrato e talmente sconvolto, che non sono riuscito ad applicarmi a nulla per tutto il giorno. Mavra mi ha fatto notare che a tavola ero molto distratto. E dev'esser vero, perchè, pare, nella mia distrazione ho fatto cadere in terra due piatti, che si sono subito rotti. Dopo il pranzo sono andato sui monti. Non ho potuto trarne nulla di istruttivo. Per lo più sono rimasto sdraiato a letto ragionando delle faccende della Spagna.
 
Anno 2000, 43 aprile
 Oggi è una giornata di immenso trionfo! In Spagna c'è un re. È stato trovato. Questo re sono io. L'ho saputo solo oggi. Confesso che, di colpo, è stato come se avessi avuto un'illuminazione. Non capisco come abbia potuto immaginarmi di essere un consigliere titolare. Come mi sia passato per il capo un pensiero così stravagante. Meno male che nessuno ha pensato allora di mettermi in manicomio. Adesso tutto è chiaro dinanzi a me. Adesso vedo tutto come sul palmo della mano. Mentre prima, io non capisco, prima tutto mi stava davanti come in una nebbia. E tutto questo, credo, avviene perchè gli uomini credono che il cervello umano si trovi nella testa; nient'affatto: lo porta il vento dalla parte del Mar Caspio. Dapprima ho annunciato a Mavra chi sono io. Quando ha sentito che dinanzi a lei stava il re di Spagna, ha battuto le mani e per poco non moriva dalla paura. Stupida, lei non ha mai visto il re di Spagna. Io, tuttavia, ho cercato di tranquillizzarla e con parole affettuose ho cercato di assicurarla circa i miei sentimenti, e che non me la sarei presa se certe volte lei mi ha pulito male le scarpe. Questa infatti è plebaglia. A loro non si può parlare di argomenti elevati. Lei si è spaventata, perchè è convinta che tutti i re in Spagna assomigliano a Filippo II. Ma io le ho spiegato che fra me e Filippo non c'è nessuna affinità e che io non ho nemmeno un cappuccino ... Al ministero non sono andato. Al diavolo anche quello! No, amici, adesso non mi attirate più; non mi metterò a copiare le vostre schifose carte!
 
86 marzobre. Fra il giorno e la notte
 Oggi è venuto il nostro messo perchè mi presentassi al ministero, dopo che sono già più di tre settimane che non vado in ufficio. Per scherzo allora mi sono recato al ministero. Il caposezione credeva che l'avrei salutato e che mi sarei messo a scusarmi, ma io l'ho guardato con indifferenza, senza troppa ira e senza troppa benevolenza, e mi sono seduto al mio posto come se niente fosse successo. Guardavo tutto il canagliume burocratico e pensavo: se sapeste chi è che sta seduto fra voi... Signoriddio! Che parapiglia farebbero; persino il caposezione si metterebbe a farmi degli inchini fino a terra, come quelli che fa adesso dinanzi al direttore. Mi avevano messo davanti certe carte, perchè ne facessi un estratto. Ma io non le ho nemmeno toccate con un dito. Dopo qualche minuto tutto s'è messo in agitazione. Dicevano che arrivava il direttore. Molti funzionari si sono messi a correre a gara per farsi notare. Ma io non mi sono mosso. Quando lui ha attraversato la nostra sezione, tutti hanno abbottonato i loro frac fino all'ultimo bottone, ma io, niente! Che cos'è un direttore? Perchè devo alzarmi in piedi davanti a lui? Mai! E poi che direttore è? È un tappo, non un direttore. Un comune tappo, un semplice tappo, niente di più. Di quelli con cui si tappano le bottiglie. Più di tutto mi sono divertito quando mi hanno rifilato una carta affinchè la firmassi. Loro credevano che proprio in fondo al foglio avrei scritto: impiegato tal dei tali. Cos'altro avrei potuto scrivere? E io invece, nel punto più importante, dove firma il direttore, ho vergato: «Ferdinando VIII». Bisognava vedere che reverente silenzio s'è diffuso intorno, ma io ho fatto soltanto un cenno con la mano, dicendo: «Non è necessaria alcuna manifestazione di sudditanza!» e sono uscito. Di là sono andato direttamente nell'alloggio del direttore. Il direttore non era in casa. Il lacchè non voleva lasciarmi passare, ma gli ho detto qualcosa per cui ha lasciato cadere le braccia. Mi sono inoltrato direttamente nella toilette. Lei era seduta davanti allo specchio, è balzata in piedi e ha indietreggiato. Non le ho detto tuttavia che sono il re di Spagna. Le ho detto soltanto che l'attendeva una felicità come non poteva nemmeno immaginarsi e che, nonostante gli intrighi dei nemici, le nostre vite si sarebbero unite. Non volevo dir altro e sono uscito. Oh, che perfido essere è la donna! Solamente adesso ho capito che cos'è la donna. Finora nessuno sapeva di chi essa è innamorata; io per primo l'ho scoperto. La donna è innamorata del demonio. Sì, senza scherzi. Gli scienziati scrivono stupidaggini: che la donna è questo e questo; ma lei ama unicamente il diavolo. Ecco, vedete, da un palco di prima fila punta l'occhialino. Credete che guardi quel grassone con una decorazione? Nient'affatto, guarda il diavolo che sta in piedi alle spalle del grassone. Ecco che gli si è nascosto dentro la decorazione. Ecco che le fa cenno di là con un dito! E lei lo sposerà. Lo sposerà. E tutti questi loro padri altolocati, tutti questi che strisciano da tutte le parti e si insinuano a corte, e dicono di essere patrioti e questo e quest'altro: rendite, rendite vogliono questi patrioti! Per i soldi venderebbero la madre, il padre, Dio! Ambiziosi, mercanti di Cristo! Tutto questo è ambizione e l'ambizione viene dal fatto che sotto la lingua si trova una vescichetta e in essa c'è un piccolo verme della grandezza d'una capocchia di spillo, e tutto questo lo fa un barbiere che abita sulla Gorochòvaja. Non mi ricordo come si chiama. Ma la molla principale di tutto questo è il sultano turco che paga il barbiere e vuole diffondere in tutto il mondo l'islamismo. Si dice che in Francia già una gran parte della popolazione riconosca la fede di Maometto.
 
Nessuna data. Un giorno senza data
 Sono andato a passeggio in incognito sulla Prospettiva Nevsky. È passata in carrozza sua maestà l'imperatore. Tutta la città si toglieva i berretti e io pure; tuttavia non ho dato a vedere in alcun modo di essere il re di Spagna. Ho ritenuto sconveniente rivelarmi lì davanti a tutti, perchè prima di tutto bisogna presentarsi a corte. Mi ha fermato solamente il fatto che non ho ancora il costume regale. Dovrei almeno procurarmi un manto. Volevo ordinarlo al sarto, ma i sarti sono perfetti asini, inoltre trascurano il loro lavoro, si sono dati alle speculazioni e per la maggior parte lastricano le strade. Ho deciso di fare un mantello con l'uniforme nuova che ho messo solamente due volte. Ma perchè quei farabutti non possano sciuparmela, ho deciso di confezionarla da solo, affinchè nessuno possa vedermi. L'ho tagliata tutta con le forbici, perchè il taglio dev'essere tutto diverso.
 
Non ricordo la data. Neanche il mese c'era
 Solo il diavolo sa cos'era
 Il manto è pronto e cucito. Mavra s'è messa a strillare quando l'ho indossato. Tuttavia non mi decido ancora a presentarmi a corte. Finora non è arrivata alcuna deputazione dalla Spagna. Senza deputati non sta bene. La mia dignità non avrebbe alcun peso. Li aspetto di ora in ora.
 
Giorno n. I
 Mi stupisce moltissimo il ritardo dei deputati. Quali ragioni possono averli trattenuti? La Francia forse? Sì, è la potenza più sfavorevole. Sono andato a informarmi alla posta se non fossero arrivati i deputati spagnoli. Ma il capufficio è stupido, non sa nulla: no, dice, qui non c'è nessun deputato spagnolo, ma se volete scrivere delle lettere, noi le accetteremo secondo le norme correnti. Che il diavolo se lo pigli! Che c'entra una lettera? Una lettera è una stupidaggine. Sono i farmacisti che scrivono lettere...
 
Madrid, 30 febbraio
 E così sono in Spagna e tutto è successo così rapidamente che ho fatto appena in tempo a fiatare. Questa mattina si sono presentati da me i deputati spagnoli e sono salito con loro in carrozza. M'è sembrata strana l'insolita velocità. Andavamo così lesti che in mezz'ora abbiamo raggiunto la frontiera spagnola. Del resto, adesso in tutta l'Europa ci sono strade ferrate e i treni viaggiano velocissimi. Strano paese la Spagna: quando siamo entrati nella prima stanza ho visto una quantità di persone con la testa rapata. Però ho intuito che dovevano essere domenicani o cappuccini, perchè loro si rapano la testa. Mi è sembrato molto strano il modo di fare del cancelliere di stato, che mi ha preso per mano, mi ha spinto in una piccola stanza e ha detto: «Siediti qui, e se seguiti a raccontare di essere il re Ferdinando, te la levo io la voglia.» Ma io, sapendo che quello era solamente un modo per tentarmi, ho risposto picche, per la qual cosa il cancelliere mi ha battuto due volte sulla schiena con un bastone e in modo così doloroso che per poco non lanciavo un grido, ma mi sono trattenuto ricordando che si tratta d'un uso cavalleresco quando si assurge a un alto titolo, giacchè in Spagna sono ancor oggi in vigore gli usi cavallereschi. Rimasto solo, ho deciso di occuparmi degli affari di stato. Ho scoperto che la Cina e la Spagna sono la stessa identica terra e solo per ignoranza li considerano due stati diversi. Consiglio a tutti di provare a scrivere su un pezzo di carta «Spagna» : verrà fuori «Cina». Mi ha tuttavia straordinariamente amareggiato un avvenimento che deve aver luogo domani. Domani alle sette si compirà uno strano fenomeno: la terra si poserà sulla luna. Ne scrive anche il celebre chimico inglese Wellington. Confesso che mi sono sentito stringere il cuore considerando l'insolita morbidezza e la fragilità della luna. La luna infatti di solito viene fatta ad Amburgo, e vien fatta malissimo. Mi stupisco come l'Inghilterra non se ne interessi. La fa un bottaio zoppo ed è evidente che quel cretino non ha nessuna nozione della luna. Adopera del catrame e olio; per questo su tutta la terra c'è un lezzo terribile, tanto che bisogna tapparsi il naso. E per questo che la luna stessa è un globo così tenero che gli uomini non possono viverci e adesso lassù ci vivono solamente i nasi. E per questo anche che noi non possiamo vedere i nostri nasi, giacchè si trovano tutti sulla luna. E quando ho considerato che la terra è una materia pesante e, posandosi, può schiacciare i nostri nasi, mi ha preso un'inquietudine tale che, infilatemi calze e scarpe, sono corso nella sala del consiglio di stato per dare ordine alla polizia di non autorizzare la terra a posarsi sulla luna. I cappuccini, di cui ho trovato un gran numero nella sala del consiglio di stato, erano gente molto intelligente, e, quando ho detto: «Signori, salviamo la luna, perchè la terra vuole posarsi su di lei», all'istante si sono precipitati tutti a eseguire la mia sovrana volontà e molti si sono arrampicati sul muro allo scopo di agguantare la luna, ma in quel momento è entrato il grande cancelliere. Vedendolo, tutti sono scappati via. Io, in quanto re, sono rimasto solo. Ma, con mia meraviglia, il cancelliere mi ha colpito con il bastone e mi ha cacciato nella mia stanza. Tanto potere ha ancor oggi in Spagna l'usanza popolare.
 
Gennaio dello stesso anno, che vien dopo febbraio
 Non riesco ancora a capire che razza di paese sia la Spagna. Le usanze e l'etichetta di corte sono assolutamente insolite. Non capisco, non capisco, proprio non capisco. Oggi mi hanno rapato la testa sebbene gridassi con tutte le forze che non desideravo farmi monaco. Ma non sono più capace di ricordare che cosa ne è stato di me quando hanno cominciato a versarmi sulla testa dell'acqua fredda. Un inferno simile non l'avevo ancora mai provato. Ero lì lì per montare su tutte le furie, tanto che a fatica potevano trattenermi. Non capisco assolutamente il significato di questa strana usanza. Usanza stupida, insensata! Mi è incomprensibile l'irragionevolezza dei re, che ancora non l'aboliscono. A giudicare da tutte le apparenze, credo di indovinare, forse sono caduto nelle mani dell'Inquisizione e quello che ho preso per il cancelliere forse è il grande inquisitore. Solamente non riesco ancora a capire come il re possa esser sottomesso all'Inquisizione. È vero che potrebbe essere una cosa che viene dalla Francia, e probabilmente da Polignac. Oh, quella bestia di Polignac! Ha giurato di danneggiarmi mortalmente. Ed ecco che mi perseguita e mi perseguita, ma io lo so, amico bello, che è l'inglese che ti guida. L'inglese è un gran politico. S'intrufola dappertutto. È ormai universalmente noto che quando I'Inghilterra fiuta il tabacco, la Francia starnuta.
 
Giorno 25
 Oggi il grande inquisitore è venuto nella mia stanza, ma io, avendo sentito da lontano i suoi passi, mi sono nascosto sotto una sedia. Vedendo che non c'ero, lui ha cominciato a chiamarmi. Prima ha gridato: «Poprišèìn!» e io, neanche una parola. Poi: «Aksèntij Ivànoviè! Consigliere titolare! Nobile!» Io, sempre zitto. «Ferdinando VIII, re di Spagna!» Avrei voluto cacciar fuori la testa, ma poi ho pensato: no, bello, non me la fai! Ti conosco, mascherina: mi vuoi versare di nuovo dell'acqua fredda sulla testa. Lui però mi ha visto e col bastone mi ha fatto uscire di sotto la sedia. Quel maledetto bastone colpisce in una maniera incredibilmente dolorosa. Comunque, di tutto questo mi ha ricompensato la scoperta che ho fatto oggi: sono venuto a sapere che ogni gallo ha una Spagna e che essa si trova sotto le sue penne. Il grande inquisitore, tuttavia, se n'è andato furibondo, minacciandomi chissà che castigo. Ma io non ho fatto assolutamente caso alla sua rabbia impotente, sapendo che lui agisce come una macchina, come uno strumento degli inglesi.
 
Li 34 slo Mc gdao febbraio 349
 No, non ho più la forza di sopportare. Dio! che cosa fanno di me! Mi versano in testa acqua fredda. Non mi ascoltano, non mi vedono, non mi danno retta. Che cosa gli ho fatto? Perchè mi torturano? Che cosa vogliono da me, poveretto? Che cosa posso dargli? Io non ho niente. Non ho la forza, non posso sopportare tutte le loro torture, la testa mi brucia e tutto mi gira intorno. Salvatemi! Portatemi via! Datemi una trojka di cavalli veloci come il vento! A cassetta, mio cocchiere; tintinna, mia campanella; impennatevi, cavalli, e portatemi via da questo mondo! Lontano, più lontano, che non si veda nulla, nulla. Ecco che il cielo turbina davanti a me; lontano brilla una stellina; sotto di me corre la foresta con gli alberi scuri e con la luna; una nebbia bluastra si stende sotto i miei piedi; nella nebbia, vibra una corda; da una parte c'è il mare, dall'altra l'Italia; ecco che si vedono anche le isbe russe. È la mia casa quella che azzurreggia lontano? È mia madre quella che siede alla finestra? Mamma, salva il tuo povero figliolo! Versa una lacrimuccia sulla sua testolina malata! Guarda come lo torturano! Stringi al petto il tuo povero orfanello! Non c'è posto per lui al mondo! Lo perseguitano! Mammina! abbi pietà del tuo bambino malato!... Ma lo sapete che il re di Francia ha un bernoccolo proprio sotto il naso?

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